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Restiamo uniti

L’articolo sulla difficile situazione economica del Taranto apparso sul Quotidiano del 16 febbraio.

Restamo uniti. Il tormentone sanremese di Gianni Morandi è un invito che la piazza calcistica tarantina, fiaccata da mancati pagamenti e inevitabili penalizzazioni, farebbe bene a raccogliere.
Le chances di promozione diretta si riducono al lumicino, il giocattolo è sul punto di rompersi, e si scatena la caccia al colpevole.
Ma la colpa di chi è? Di tutti, ma in fondo di nessuno. Detto così sembra il solito qualunquismo autoassolutorio all’italiana. Invece vuole essere solo una serena analisi della realtà. E un tentativo di non mandare tutto a monte.
La colpa è di D’Addario? Tecnicamente sì, perché è lui, e non altri, ad essersi assunto degli impegni che ora non è in grado di onorare. Ma vogliamo davvero gettare la croce addosso all’unico che si è esposto, l’unico che sta rischiando di suo? Un Taranto così forte non si vedeva da decenni, e fino a prova contraria la squadra l’ha costruita lui, prima scommettendo su Dionigi e poi mettendolo nelle condizioni migliori per lavorare. Ora naviga in cattive acque, più a causa della crisi economica che colpisce le sue aziende che per una cattiva gestione dell’AS Taranto. Cosa dovrebbe fare, licenziare i suoi dipendenti per pagare i giocatori?
La colpa è degli imprenditori locali? Mai stati molto dinamici, lo sappiamo. E neanche propensi ad aiutarsi e a fare sistema. In fondo era stato D’Addario, in tempi di vacche grasse, a dire “faccio da me”. Poi, fra main sponsor e l’iniziativa “Un sogno che cavalca un sogno”, ha spremuto dal territorio quello che si poteva spremere. La crisi è a volte una brutta realtà, altre una buona scusa. Ma perché gli imprenditori dovrebbero assumersi gli oneri, se gli eventuali onori saranno tutti di D’Addario?
La colpa è dei politici locali? Sul loro operato generale ognuno ha la propria opinione e molte, legittimamente, non sono tenere. Ma nel caso specifico, cosa gli si rimprovera? Il fund raising a favore di aziende private (sebbene “di interesse pubblico”, come un club calcistico) non rientra fra i loro compiti. Possono – e devono – fare da intermediari, avvicinare le parti, ma certo non possono – e non devono – costringere un’azienda a finanziarne un’altra. Soprattutto non devono indebolire (ulteriormente) la loro posizione nei confronti della grande industria andando a chiederle l’elemosina per conto terzi.
La colpa è della grande industria? Cosa le stavamo chiedendo? Una sponsorizzazione? Un pegno? Un obolo? Il problema è che Cementir, Eni e Ilva non hanno alcun interesse a sponsorizzare il Taranto o qualsiasi altra realtà locale, per il semplice motivo che il loro mercato è globale. Non sono, per intederci, la Birra Raffo. Non vendono la loro merce ai tifosi del Taranto. Il solo motivo per cui possono finanziare iniziative sul territorio è perché vogliono farsi ben volere, o farsi perdonare qualcosa. Per fortuna non l’hanno fatto: barattare i diritti al lavoro e alla salute con due lire alla squadra di calcio sarebbe stata una cosa da terzo mondo. Dice: ma colonizzano e avvelenano il nostro territorio. Sì, ma eventuali compensazioni e risarcimenti li decidono la legge e la magistratura, non certo l’incombere di qualche punto di penalizzazione. E qualora dovessero arrivare, questi soldi, li si dia ai mitilicultori, agli allevatori che hanno perso tutto, alle famiglie dei morti di lavoro e di tumore. Il nostro cuore batte per il Taranto, d’accordo, ma ricordiamoci anche dei cuori che non battono più. Siamo seri.
Tutto a posto, quindi? Neanche per sogno. Vedere un progetto così bello sul punto di crollare fa male quasi fisicamente. Purtroppo in questo momento possiamo fare poco per migliorare la situazione. In compenso, e questo è il punto, buttandoci nel gioco al massacro delle colpe e delle recriminazioni rischiamo di fare molto per peggiorarla. Se amiamo davvero il Taranto, mettiamo da parte le critiche, i giudizi sommari e il tutti contro tutti. Cerchiamo invece di stringerci attorno alla squadra, andiamo più numerosi allo stadio e prendiamocela sul campo, questa promozione. Se ci riusciremo, fra mille difficoltà, sarà ancora più bello. Di “eroi dei due mari”, di “deus ex machina” che spuntano dal nulla e ci tolgono dai guai, non se ne sono visti nemmeno stavolta. Se alla fine di questa storia ci saranno degli eroi, saranno quelli che ben conosciamo già da parecchio tempo: Dionigi e i suoi ragazzi. Senza macchia, senza paura e senza stipendio.

Emozioni calcistiche sul Quotidiano

Sul Quotidiano dell’11 ottobre Giuliano racconta una giornata calcistica molto particolare, fra celebrazioni di eterni idoli e vecchietti mischiati agli ultrà. Il titolo è “Tu chiamale se vuoi…”

E pensare che c’è ancora chi sostiene che il calcio sia solo un gioco. Oppure, con più sarcasmo, che si tratti semplicemente di “ventidue uomini in mutande che corrono dietro a un pallone”. Provino a spiegarlo ai seicento tarantini che l’altro ieri, da mezza Italia, si sono riversati al Giglio di Reggio Emilia. E in un solo pomeriggio hanno provato sensazioni che a volte non basta un anno.
Intorno e dentro lo stadio solo vessilli rossoblu. Sembra di giocare in casa, anche perché fra chi ci ospita c’è qualcuno che ci vuole bene. Loro due, ad esempio: Paola e Rosy, al centro del campo per ritirare una targa commemorativa. La moglie e la figlia di Iacovone. Sulla tomba di Erasmo per tutto il weekend si è svolto un composto pellegrinaggio. In questa venerazione che non finisce mai c’è tutto: la passione, il bisogno di simboli, il ricordo mai sbiadito di un ragazzo, prima che di un calciatore. “La nostra piccola Superga”: di lutti il calcio ne ha conosciuti tanti, ma solo al Taranto è capitato di perdere il miglior giocatore nel momento più alto della propria storia calcistica.
“Iacovone-alè-alè”, “Iacovone unica bandiera”: si alzano i cori di sempre; sugli spalti corrono brividi e il venticello fresco di questo autunno che alla fine è arrivato non c’entra proprio niente.
Ma chi è quella coppia di signori anziani, proprio al centro della “Torcida” tarantina? L’arcano si scioglie verso la metà del primo tempo, con una voce che si propaga di bocca in bocca a tutto il settore: sono i genitori di Dionigi! Eccoli, gli altri padroni di casa che ci vogliono bene. Che i parenti del Mister sarebbero stati allo stadio era cosa nota. Che abbiano scelto di mischiarsi alla scamunera cozzarula, questa invece sì che è una sorpresa. Che merita un ringraziamento: i capi del tifo abbandonano per un attimo i “Rossoblù alè” e i “Ci no’ zumpa…” per chiamare l’applauso in stile ricevimento di matrimonio. Coerentemente, la folla, fra i battimani, urla “ba-cio, ba-cio!”, e la signora Maria e il signor Eugenio non si fanno pregare per esaudire la richiesta.
Nell’intervallo il settore rossoblu è scosso da un altro fremito: Rosy e Paola sono venute a salutare. Mora una, bionda l’altra, entrambe belle. Rosy sorride, e canta coi tifosi i cori che riprendono ad alzarsi, insieme agli applausi scroscianti. Per lei, che trentatrè anni fa ancora non c’era, oggi è tutta una questione di gioia e orgoglio. Paola invece è seria, forte e dignitosa: solleva la sciarpa con quell’espressione che ormai le conosciamo. In lei gioia e orgoglio si mischiano al dolore e al rimpianto.
“Paola Raisi una di noi!” si canta. Più avanti, dopo l’espulsione, anche “Dionigi uno di noi!”. Grazie a entrambi. Ma al di là di tutto, la cosa più bella del pomeriggio è proprio sentirsi parte di un “noi”.
La partita è adrenalina pura. Guazzo, Di Deo e tutti gli altri fanno vibrare i cuori dei supporter ionici, che si danno i pizzicotti per convincersi che è tutto vero. Fino alla fine, quando squadra e tifosi si guardano allo specchio, trovandosi reciprocamente bellissimi.
“Vi Vogliamo così” urlano i tifosi ai giocatori.
“Vi vogliamo così” rispondono i giocatori ai tifosi.
…Emozioni.

Lo specchio della porta

Racconto tratto da Pallafatù – Il calcio visto da Taranto.

Una curiosità: Mimmo Laterza, Martino Mascellaro e Vanni Musciacchio, riappaiono ne L’eroe dei due mari come personaggi secondari.

Lo specchio della porta

«Mimmo Laterza! Mimmo Laterza!»

L’arbitro aveva appena indicato il dischetto e già lo invocavano. Solo pochi secondi e il boato di gioia si era tramutato con sorprendente naturalezza in quel coro. Decine di voci erano confluite disciplinatamente in un nome ed un cognome: i suoi. Per i tifosi dire «rigore» e pensare a lui era un tutt’uno. Del resto come dargli torto: in tutta la C2, e non solo, erano gli unici a poter vantare un portiere rigorista.

I suoi tifosi. Una cinquantina, stipati dietro la porta in quella specie di gabbia per polli che vendevano come curva. Rientrato in campo dopo l’intervallo, li aveva premiati col saluto di prammatica mentre prendeva posto fra i pali. Aveva intravisto facce familiari. Sempre quelle, da tempo aveva imparato a riconoscerle. Facce che ritrovava dietro di sé ogni domenica di trasferta, ma che lo accompagnavano anche in settimana, ai margini del campo di allenamento. Paradossalmente le perdeva solo durante le partite interne, annegate fra centinaia di altre facce. Cos’era la squadra per loro? Tempo e soldi, litigi con le fidanzate, il rischio di un sasso in testa, o sul parabrezza. E tutto questo mica per andare a San Siro, e neanche, chessò, all’“Adriatico”, allo “Zaccheria”, al “Liberati”. Stadi con un certo fascino, una certa storia. Stadi, perlomeno. No. Questi ogni due settimane macinavano chilometri e superavano ostacoli, come amavano cantare, per ritrovarsi nella migliore delle ipotesi su quattro gradoni sbrecciati, su una tribunetta metallica prefabbricata, quando non proprio su una cunetta di terra dietro una rete di protezione. E i biglietti non costavano neanche poco. Cosa li spingeva? Forse qualcosa di simile a ciò che lo faceva tuffare, alla sua età, su quei campi di patate, lui che il prato di San Siro l’aveva conosciuto davvero.

Man mano che si dirigeva al piccolo trotto verso l’area avversaria, il coro era sempre più lontano. Continuava però a sentirli, i suoi tifosi, nonostante la crescente interferenza del resto dello stadio, che accompagnava il suo coast to coast con bordate di fischi ed insulti. Una vera bolgia: cinquantamila che ti danno addosso fanno tremare le gambe, ma sono un mostro anonimo. «Questi sono cinquecento – pensò – ma è come se li sentissi uno per uno. Se mi danno del figlio di puttana, non è una volgarità gratuita da tifoso: mi sembra che ce l’abbiano proprio con mia madre».

All’altezza del centrocampo si girò verso la tribuna stampa. «Chissà cosa starà dicendo quello là», mormorò fra i denti, sorridendo impercettibilmente. “Quello là” era Vanni Musciacchio, intramontabile radiocronista della sua squadra, uno che per imparzialità e self control dava dei punti al miglior Pellegatti. Più di una volta lo si era sentito perdere il fiato e dare fondo al suo repertorio di iperboli di seconda mano solo per raccontare innocue azioni di alleggerimento, per giunta a risultato acquisito. Ora che la sorte lo aveva messo di fronte a un rigore all’ultimo minuto che rischiava di sbloccare una partita decisiva, il rischio di infarto, o almeno di orgasmo multiplo, era altissimo. E per di più tirava un portiere.

“Il Chilavert delle Murge”, così l’aveva ribattezzato quel frescone, né si può dire che ci avesse messo dell’ironia. Troppo fesso? Forse no: solo troppo appassionato, che poi è un po’ la stessa cosa. Laterza invece era abbastanza sveglio da cogliere la comicità di quell’appellativo, ma non così disincantato e modesto da non esserne in fondo orgoglioso.

 Arrivato nell’altra tre quarti, incrociò il portiere avversario, che gli strinse la mano senza guardarlo negli occhi e proseguì in direzione degli spogliatoi.

«Che fai?!» gli urlò stupito Laterza.

«Non hai visto? Mi ha mandato fuori».

Il portiere espulso in seguito al fallo da rigore, le sostituzioni esaurite, toccava a un giocatore di movimento cercare di opporsi al suo tiro. Musciacchio stavolta rischiava davvero di lasciarci le penne. «Questa è veramente buffa» pensò Laterza, ma centinaia di persone sugli spalti e a bordo campo non sembravano trovarci nulla da ridere.

 

                                        

Martino Mascellaro non ebbe esitazioni. Appena vide il portiere pietrificato dal cartellino rosso, gli si avvicinò e si fece dare maglia e guanti.

«Ma come, un attaccante?» gli chiese il suo stopper.

«E perché, un difensore è più portiere di un attaccante?» lo zittì lui. Non faceva una piega: il portiere è ugualmente diverso da tutti gli altri. A quel punto meglio che in porta ci andasse un rigorista. E meglio, ma questo non lo disse, il cannoniere, il capitano, l’idolo dei tifosi.

“Il bomber”, lo avevano sempre chiamato. “Di categoria”, aggiunsero presto, come una condanna. Bastano più di centocinquanta gol nelle serie minori per avere un’occasione nel calcio che conta? Non bastano. Mascellaro lo capì da solo, molto prima che i suoi trent’anni glielo confermassero. Ai giornalisti e ai tifosi, che di tanto in tanto gli domandavano perché, di solito rispondeva «Forse non avevo faccia e cognome giusti». Di sicuro anche prendere a cazzotti un allenatore non aveva giovato alla sua carriera, benché gli avesse permesso, unica volta, di apparire sulla Gazzetta prima di pagina dieci.

Così iniziò il suo viaggio in provincia: “lo zingaro del gol”, altro regalo di qualche cronista originale. Fu sempre e solo Puglia, la sua Puglia, ma la girò davvero tutta. Ormai non c’era terreno, curva o spogliatoio che non gli risultasse familiare. Così come familiari, quasi una parte di sé, erano la luce e i colori della sua terra. La sua figurina, se mai ne avesse avuta una tutta per sé, sarebbe stata illuminata dal sole basso di un pomeriggio invernale, di quelli che rendono il cielo blu cobalto, il prato di un verde caldo e saturo, e le gradinate dello stesso bianco della cattedrale di Trani.

C1, C2 o D, per lui faceva poca differenza. Più che la categoria inseguiva l’ingaggio, ché soldi non ne giravano tanti, ma in compenso c’era sempre un presidente che voleva mettere su uno squadrone. E lui era il primo nome sul taccuino. “Bomber di categoria”: una condanna ma anche una garanzia. Mascellaro segnava ovunque, e ovunque era adorato. Il carattere ombroso e i modi bruschi, in campo si traducevano in agonismo e determinazione, che uniti all’agilità da brevilineo e a un ottimo sinistro significavano gol a valanghe. E il pubblico cosa vuole, gol o buone maniere? Per odiarlo, per tornare a chiamare cattiveria il suo agonismo o per rinfacciargli i congiuntivi sbagliati, aspettavano di ritrovarselo come avversario, in uno dei tanti derby che lui avvelenava con gol dell’ ex. Ma finché lo avevano dalla loro parte, lo trattavano da signore: autografi, inviti e a Natale cesti regalo da fare invidia a un primario. Il suo motto diventò “meglio primi in provincia che ultimi in città”.

Ora, di fronte a quello scherzo del destino e della regola dell’ultimo uomo, erano il carisma del leader, i meriti acquisiti sul campo a spingerlo fra i pali. In qualche modo gli toccava, o meglio se lo poteva permettere.

Indossò la maglia numero uno, enorme. Ne rimboccò le maniche e cercò di infilarla il più possibile nei calzoncini, perché non sembrasse una camicia da notte. A operazione ultimata la scritta dello sponsor gli correva pressappoco sull’ombelico. Si piazzò in porta ostentando naturalezza. Fece suoi i vezzi dei portieri consumati: i tacchetti sbattuti contro il palo, un solco coi piedi a tagliare a metà l’area di porta. Lo stadio prese a intonare il solito coro «Mascellaro Mascellaro-gol», e pazienza se questa volta il gol era un’eventualità da scongiurare piuttosto che da propiziare.

 

 

Laterza arrivò sul dischetto con un’ inquietudine insolita. In genere essere un portiere gli dava un vantaggio psicologico nei confronti del compagno di ruolo che si trovava di fronte. Questa volta il vantaggio era neutralizzato dal trovarsi un attaccante, un rigorista, come avversario. Cercò di calmarsi: «Ho fatto la A», si ripeté un paio di volte, sorvolando sul fatto che era più di dieci anni prima e che era stata soprattutto panchina.

Riprese fiducia, e guardò con sufficienza, quasi divertito, Mascellaro che si produceva nelle classiche manfrine pre-rigore: riaggiustare la palla sul dischetto, dimenarsi sulla linea di porta… «Vuoi decon-centrarmi? Ma falla finita, sono un portiere…».

 

 

Mascellaro dietro quelle caricature di numero uno mascherava il suo senso di inadeguatezza. Con quel gigante di fronte pronto a tirare si sentiva un po’ come un condannato davanti al plotone di esecuzione, o come l’orso meccanico del tiro a segno. Poi ragionò: «Non ho nulla da perdere». I rigori: quando è gol, tutto normale; quando li parano, il portiere è un eroe e chi ha tirato è un idiota. «Sono tutti cazzi tuoi, io lo so bene: sono un rigorista».

 

 

Finalmente il fischio.

Laterza scelse un angolo e prese una rincorsa decisa. Nel momento in cui colpì il pallone gli scappò un pensiero: vedere una bella parata non gli sarebbe poi dispiaciuto.

Mascellaro si mise in posizione, fece finta di studiare la rincorsa dell’avversario e poi si tuffò, a caso. Quando staccò anche il secondo piede da terra chiuse gli occhi e sognò il fruscio del cuoio sulla rete.

Anche gli Animal piangono (the day Edmundo cried)

Pezzo pubblicato  nel 2004 sul n. 2 di Linea Bianca, che ripercorre la breve e tragicomica esperienza del brasiliano Edmundo nelle file del Napoli.

Anche gli Animal piangono

Inverno 2000-2001.

Due cose non fa mai Edmundo: ridere e spettinarsi. Quanto alla prima, avrà i suoi motivi, o forse si tratta solo di continuare a meritare l’appellativo di O animal. La seconda: per come ormai si comporta in campo, ci sarebbe da meravigliarsi del contrario, ma nella vita di tutti i giorni come farà? Mai un refolo maligno a scompigliargli la scriminatura mentre cazzeggia a Copacabana, mai una donna troppo espansiva che gli arruffi il ciuffo. Niente. Edmundo è (non solo per i capelli) un personaggio di un film di Hollywood, di quelli che già la mattina fra le lenzuola sembrano appena usciti dal parrucchiere.

A pensarci, che personaggio strano. Fisico breve ed asciutto, ma non da calciatore, piuttosto da impiegato del catasto che non eccede con gli spaghetti. Così come da grigio impiegato è l’immutabile capigliatura, corta e disciplinata da un’anonima riga al lato. Se si trascurano gli occasionali lampi di cattiveria negli occhi, se si dimentica ciò che lo abbiamo visto fare, e ciò che sappiamo di lui, e lo si guarda, corpo e viso, non si ha l’impressione di avere di fronte un calciatore, né tanto meno un bizzoso fuoriclasse brasiliano; figurarsi poi un piantagrane con alle spalle imbarazzanti vicende giudiziarie. Edmundo, insomma, non si somiglia.

 

Il Campionato di Serie A è in pieno svolgimento. Un pomeriggio infrasettimanale circa 15.000 tifosi affollano una curva del San Paolo: sono lì per assistere alla presentazione del (ex?) campione Edmundo Alves de Souza Neto, per tutti semplicemente Edmundo. Succede che il traballante Napoli di Ferlaino e Corbelli, per raddrizzare una stagione iniziata male, ha provato il coup de thêatre, ingaggiando per una cifra considerevole l’attempato brasiliano fino al termine della stagione. Certo, si dice, ha un brutto carattere, certo ha giocato poco ultimamente, e per giunta in Brasile, dove, si sa, i ritmi di gioco sono blandi e niente affatto paragonabili a quelli italiani. Ma la classe non è in discussione, e poi (ma questo non si dice) per lui, al contrario di Martin Palermo, altro obiettivo di mercato poi sfumato, è bastato pagare solo l’ingaggio: nessuna società ne reclamava il cartellino.

La passerella al San Paolo ha subito richiamato nella stampa il ricordo di un’altra presentazione, ben più nota e memorabile, quella di Maradona nel 1984. Per i tifosi azzurri l’auspicio che la stampa sorvoli su simili paragoni è vano. Del resto l’accostamento appare sacrilego, ma tutto sommato giusto. In questo momento non c’è niente a cui aggrapparsi se non Edmundo. Triste a dirsi, ma le sorti del Napoli sono nei suoi piedi quanto ai tempi (che tempi!) lo erano nei piedi (nel piede) di Diego. Ma attenzione, i tifosi del Napoli non sono una massa adorante ed acritica come qualcuno a volte vorrebbe far credere. No. Al contrario sono molto esigenti, chi ha giocato da quelle parti può confermarlo. Se in migliaia vanno al San Paolo in un pomeriggio invernale per vedere un accigliato brevilineo che fa mezzo giro di campo con la sciarpa al collo è per tifo, puro tifo. E anche per mancanza di alternative: la speranza oggi si chiama Edmundo. Lui è ancora al calcio d’inizio, è il momento di incoraggiarlo. Quando la palla ricomincerà a correre – e il suo compito sarà quello di farla correre bene – si vedrà. Certo nessuno gli risparmierà i fischi, se dovesse meritarli.

 

Li meritò. Al primo pallone toccato si produsse in uno sprazzo incoraggiante, conclusosi però emblematicamente con un passaggio al raccattapalle. Nei restanti novanta minuti d’esordio, un tiro fiacco e poco più. Nelle partite successive un trotterellare irritante (considerando l’ingaggio e i chilometri percorsi, doveva avere un tassametro più esoso di un cab londinese abusivo) e pochi spunti, quasi sempre incompiuti, o fini a se stessi. Esibendosi di tanto in tanto in numeri ad effetto, sembrava che, con l’orgoglio del vecchio campione, Edmundo volesse dire al mondo “guardate cosa sono in grado di fare”. Ma la cosa finiva per innervosire ancor più i tifosi, dato che quelle dimostrazioni teoriche di talento non producevano mai, o quasi mai, risultati tangibili. I fischi che gli piovevano in testa (senza peraltro spettinarlo) erano sì rivolti a lui, ma anche a chi, a capo di una società agonizzante, aveva scialacquato centinaia di milioni per quel tipo da spiaggia, per quello svogliato turista da stadio. Nonostante il presunto salvatore della patria, il Napoli continuava a traballare, sempre più pericolosamente.

 

Anche fuori dal campo Edmundo non era più lui. Uno screzio con un compagno in allenamento per un contrasto troppo duro e frotte di cronisti si precipitano a Soccavo, sperando di immortalare il ritorno di O Animal. Uno si aspetta accessi d’ira e bestemmie in portoghese e si trova davanti understatement e correttezza. Ai giornalisti brillavano ancora gli occhi al ricordo della sua fuga al Carnevale di Rio ai tempi della Fiorentina, con Batistuta ancora rantolante per via del grave infortunio appena patito: l’inseguimento fino alla Malpensa e lui che li mandava a fanculo davanti alle telecamere… roba forte, da ripagare decenni di interviste diplomatico-soporifere modello “la formazione la decide il Mister”. Quando l’hanno visto tornare in Italia, per giunta in una piazza calda come Napoli, non gli deve essere sembrato vero. Avranno pensato: “chissà ora questo che combina”. E invece combinava poco, in campo e fuori. Ci hanno provato in tutti i modi a tirargli fuori il lato incazzoso: gli hanno fatto delle domande che avrebbero fatto imbufalire pure Liedholm sotto tranquillanti, ma lui niente. “Sono cambiato”, rispondeva, e, ahimè, al San Paolo se n’erano già accorti da un pezzo.

 

L’estate è alle porte, e la serie B pure. E’ il 10 giugno e mancano due giornate. La prima è al San Paolo contro la lanciatissima Roma, che, a scanso di sorprese ed incubi affioranti dal passato (do you remember Lecce?), vorrebbe vincere lo scudetto con rassicurante anticipo. Certo sarebbe poco educato calare a Napoli, spedire i padroni di casa in B e poi magari fare caciaroni caroselli sventolando le bandiere giallorosse in via Caracciolo e in Galleria Umberto. Ma ai romani, giustamente, che je frega? E’ il momento dello scudetto, non del galateo.

Se non si retrocede contro la Roma, ci si va a giocare le ultime chances a Firenze, contro i viola più o meno in vacanza.

Il San Paolo è pieno, di napoletani e di romanisti. I giallorossi sono in tanti, non tutti hanno trovato posto. Fuori dallo stadio qualcosa non va per il verso giusto. Le note di “Grazie Roma” (euforia e grandeur capitoline) e di “Lacrime napulitane” (presagio partenopeo di tragedia imminente) non si amalgamano, il cocktail rischia di essere esplosivo.

Nel primo tempo il redivivo Amoruso infila la difesa dei quasi campioni e lancia il Napoli. Dura un po’. A un certo punto Batistuta sente la Storia che gli batte un dito sulla spalla e capisce che tocca a lui. Totti non vuole essere da meno e lo imita poco dopo: due gol in una manciata di minuti e Roma in vantaggio. Il Pupone per la verità si aggiusta pure la palla con un braccio, scandalizzando la platea: “Chi si crede di essere, Maradona?”. Dopo una fase movimentata, la partita prosegue piatta, e sembra debba finire come logica e classifica suggerirebbero. I giallorossi sentono avvicinarsi il Momento, quello colla M maiuscola, per gli azzurri invece se ne prospetta uno davvero minuscolo. Gli osservatori imparziali probabilmente pensano già a cosa succederà fra un’oretta in via Caracciolo. Ma “il bello del calcio” quel giorno è Fabio Pecchia, piccolo grande eroe di un piccolo Napoli. A nove minuti dalla fine aggiusta su punizione il risultato, con l’aiuto di barriera e portiere. Due a due e tutti a casa. Domenica da ricordare. Edmundo, per chi se lo fosse chiesto, l’ha attraversata al piccolo trotto. Napoli e Roma si sono regalati un’altra settimana di sofferenza. Ultima inquadratura per un tifoso giallorosso: piange immobile, coi denti serrati e gli occhi sgranati, l’espressione sgomenta di un bambino; he probably remembers Lecce.

 

Lasciamo la Roma al suo destino vittorioso e ai suoi confortevoli festeggiamenti casalinghi; torniamo invece al Napoli, ché nella sofferenza c’è una poesia che difficilmente scorgiamo nel trionfo. Il 17 giugno gli azzurri approdano al Franchi in una posizione scomoda anche per un fachiro: non solo devono vincere, ma devono anche sperare di essere favoriti dai risultati di altre partite. Giova precisare che le altre partite in questione sono quelle su cui i bookmakers non accettano scommesse: ultima giornata, squadra in lotta per non retrocedere contro squadra priva di qualsiasi obiettivo. Ecco, il Napoli è costretto a scommettere sul due. Del resto anche a Firenze si gioca un match del genere. I viola, come detto, non hanno più niente da chiedere al campionato. Il Franchi è pieno per metà: buona rappresentanza di napoletani (“il viaggio della speranza”, commenta il telecronista con originalità e buon gusto) accolti dal pubblico di casa, con la consueta cordialità, al grido di “Serie B!”. Dispiace pensare che quel coro, urlato allora a mo’ di offesa, nel giro di un anno alle loro orecchie sarebbe suonato come il più roseo degli auguri.

Amoruso porta un’altra volta in vantaggio il Napoli. Sugli altri campi risultati bloccati e qualche sorpresa favorevole ai partenopei. Un timido raggio di sole: si torna a sperare, più con il cuore che con la testa. Intorno alla metà del secondo tempo è invece notte fonda: non solo la Fiorentina ha pareggiato, ma i risultati nel frattempo maturati sugli altri campi renderebbero vana anche un’eventuale vittoria del Napoli. Edmundo – ex viola, non lo dimentichiamo – trova il modo di sbagliare un gol fatto, regalando ai tifosi della sua attuale squadra l’ultima opportunità per sbracciarsi smodatamente prima che la loro posa assuma progressivamente sembianze marmoree. In quell’immobilità di statua c’è il silenzioso e mesto bilancio della stagione: gli errori, le occasioni perdute, la sfortuna che come spesso succede si accanisce sui più scarsi. Fischia, arbitro, fischia, abbiamo sofferto abbastanza. Anzi, non fischiare, tienici ancora cinque minuti in serie A…

E’ in questo clima di sospensione, durante il quale la mente del tifoso napoletano è attraversata da lampi fugaci e dolorosi del campionato quasi concluso – una sigaretta di Zeman, il crac del ginocchio di Stellone, la voce indisponente di Mondonico – mentre la capa da omino-Pringles di Corbelli insiste nel galleggiare come una seppia in un acquario, è in questo clima quasi onirico che succede l’imponderabile. Edmundo – sì, proprio lui – riceve palla appena dentro l’area, deciso ne scarta due e la infila sul primo palo. No, non è questo l’imponderabile, ché in sei mesi questo puffo incupito un paio di cose del genere ce le aveva già fatte vedere. Sorprende poco quindi vedergliele fare adesso, per giunta contro una difesa mentalmente già in Costa Smeralda. L’imponderabile sta per arrivare. Edmundo corre (trotta) verso il fondo, girando su se stesso a 360 gradi applaude a braccia alzate e… piange! Ha appena segnato il gol più inutile della Storia, davanti ai tifosi delle due squadre italiane nelle quali ha militato. Sa che fra trenta secondi il campionato finirà con la sua squadra in B, e che lui andrà in Brasile per non tornare più in Italia da calciatore. Sa tutto questo, e chissà a cos’altro sta pensando. Ringrazia la sua platea e piange. Sì, lui, O Animal. E io all’istante dimentico tutto: i gol sbagliati, la scarsa forma fisica, il suo infischiarsene di schemi e spogliatoio. So, lo capisco immediatamente, che per il mio cuore tenero e stupido di tifoso e di sportivo quelle lacrime valgono più di tutto questo. E che Edmundo merita il mio rispetto. Anche perché, a ripensarci adesso, mentre piangeva era anche un po’ spettinato.

Consegnato il nuovo libro sul Napoli

Il primo settembre Giuliano ha consegnato all’editore Castelvecchi il suo nuovo libro sul Napoli, intitolato “Tutti gli uomini che hanno fatto grande il Napoli”, una carrellata piena di dati e aneddoti sui calciatori, allenatori e dirigenti più rappresentativi della storia del Napoli. Il volume sarà in libreria intorno alla fine di ottobre.

’Na sera ’e maggio

‘Na sera ‘e maggio. La Storia ha voluto una data

Di Giuliano Pavone e Giuseppe Caporaso

Graf, 2007

‘Na sera ‘e maggio. La storia ha voluto una data, Pavone Giuliano; Caporaso Giuseppe, Euro. 12,90

Ordina da IBS Italia

10 maggio 1987. Il Napoli Calcio conquista il primo scudetto della sua storia. Il giorno più bello per una delle tifoserie più numerose e appassionate d’Italia. Un evento epocale per tutto il calcio nostrano: è la prima volta che il titolo nazionale viene assegnato a una squadra del Sud e, contemporaneamente, una delle ultime occasioni per vedere il tricolore sulle maglie di un club che non appartiene all’aristocrazia del pallone.

Oggi, a vent’anni di distanza, un libro ripercorre le tappe di quell’impresa entusiasmante, per tutti quelli che non c’erano e per chi c’era ma rischia di dimenticarsene. Un campionato raccontato come fosse un film, con le “voci fuori campo” dei calciatori che ne furono i protagonisti (Bagni, Bruscolotti, Giordano e altri) e le testimonianze dei più celebri tifosi azzurri (da Nino D’Angelo a Giuseppe Tesauro, da Biagio Izzo a Lina Sastri).

Pagine: 256 

Prezzo: € 12,90

‘Na sera ‘e maggio. La storia ha voluto una data, Pavone Giuliano; Caporaso Giuseppe, Euro. 12,90

Ordina da IBS Italia

Pallafatù. Il calcio visto da Taranto

Pallafatù – Il calcio visto da Taranto

A cura di Giuliano Pavone

Prefazione di Gianni Carrieri

Racconti di: Peppe Aquaro, Cosimo Argentina, Giuseppe Barbalucca, Giuseppe Campanelli, Carlo Caprino, Roberto Cardone, Mimmo Carrieri, Lucia T. Ingrosso, Giuliano Pavone, Leo Spalluto, Massimo Stragapede, Marco Tarantino.

Disegni di Alessandro Guido

 Pallafatù è un’antologia dedicata al calcio e a Taranto, firmata da dodici autori, tutti tarantini di nascita o di adozione. Fra di essi figurano professionisti e dilettanti della parola scritta. Alcuni sono noti, altri sconosciuti, la maggior parte è di giovane età. Tutti sono armati di talento ed entusiasmo.

 Fra i diciannove scritti, suddivisi in sette capitoli, c’è chi ha lavorato di fantasia e chi ha raccontato la realtà, chi si è tuffato nel passato e chi si è concentrato sul presente. Si parla di Taranto, certo, ma anche di calcio, e il calcio è universale. Difficile per qualsiasi appassionato di pallone non immedesimarsi in certe narrazioni. Alcuni racconti si rifanno alla tribolata storia del Taranto e al tifo rossoblù, sterminato serbatoio di parole, aneddoti, emozioni. Altri si concentrano sul pallone, quello giocato in prima persona su campi, campetti, palestre, strade e piazze della città. Non manca neanche il punto di vista di chi non ama il calcio ma che, lungi dallo snobismo del “ventidue scemi in mutande”, coglie con acume i mille spunti che si celano dietro al rimbalzo di un pallone.

Il ricavato di Pallafatù servirà a finanziare attività di solidarietà sociale nel tarantino. Per la prima edizione sono stati prescelti due diversi progetti, promossi da altrettanti enti: l’ampliamento del servizio gratuito di asilo nido prestato dall’Ente Morale “Paolo VI” a Taranto Vecchia e la creazione di una piccola sala di incisione a cura del Comitato di Quartiere di Paolo VI, associazione “Venti del Sud”.

Al di là di tutto ciò, Pallafatù è un esperimento editoriale o se si preferisce il tentativo di coronare dei sogni. Abbinare calcio, cultura e solidarietà, e farlo in una città dove librerie e biblioteche non sono né numerose né affollate. Unire enti e persone diverse, mettendo da parte divisioni e gelosie per lavorare al conseguimento di uno scopo comune. Dare visibilità a dei talenti, in un ambiente culturale che sembra stagnante ma che in realtà nasconde una dinamicità insospettabile.

“Giocare a pallafatù” vuol dire calciare via il pallone a caso, senza un progetto preciso, ma “Palla, fa’ tu!” è anche un’invocazione: riconoscere il potere universale del calcio e cercare di convogliarlo verso finalità positive:

“Abbiamo preso i nostri sogni e li abbiamo affidati al potere del pallone: palla, fa’ tu!”

 

Pallafatù – Il calcio visto da Taranto

Teseo Editore, in collaborazione con l’Associazione Tarantonostra.com

Pagine: 184

 Prezzo di copertina: € 10,00

In vendita nelle librerie di Taranto e via Internet

ISBN: 88-901072-6-X

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