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Un sacco d’amore

(Photo by Graham Wiltshire/Redferns)

Qui un mio racconto inedito online su Albero di Grafite, una mappa interattiva all’insegna della contaminazione fra musica e letteratura.

Il racconto è disponibile in versione testo e in versione podcast, ed è seguito dal video che l’ha ispirato.

Lo stadio Maradona e lo stadio Paolo Rossi

Ieri sera a Napoli si è giocata la prima partita nello Stadio Diego Armando Maradona, cioè nel vecchio San Paolo ribattezzato a tempo di record con il nome del mito argentino.
Difficilmente a Paolo Rossi verrà intitolato uno stadio di primo piano (mi segnalano una proposta di intitolazione nella natia Prato), e non per un fatto di minore rilevanza, ma perché Paolo Rossi non si è mai identificato con una città come Maradona ha fatto con Napoli (o, per fare un altro nome “a caso”, Erasmo Iacovone con Taranto).
La vera identificazione, Paolo Rossi l’ha avuta con la maglia azzurra. Ecco perché gli unici stadi che dovrebbero portare il suo nome sarebbero il Santiago Bernabeu e il Sarriá. Io sono stato in entrambi, in pellegrinaggio.

Al Bernabeu ci andai con il mio sodale Osvaldo nel mio primo viaggio a Madrid, a cavallo fra il ’93 e il ’94. Non era ancora tempo di tour guidati negli stadi, e l’impianto era chiuso anche perché c’erano dei lavori in corso. Il losco custode, con stemma del Real sulla giacca, che ci sbarrò la strada, non si fece commuovere dalle nostre preghiere, recitate in un crescendo che ricordava le cavallette di Belushi: “Siamo italiani, per noi è uno stadio molto importante, SIAMO VENUTI A MADRID APPOSTA!”. Ma quando mi ricordai come si dice “mancia” in spagnolo (“propina”), i cancelli del grande stadio magicamente si aprirono. Prima o poi ritroverò la foto venuta male che mi immortala davanti alla targa celebrativa del 3-1 alla Germania.

Un paio d’anni dopo, nel mio primo viaggio a Barcellona, snobbai il Camp Nou e da solo (il mio sodale Stefano quel giorno lavorava) m’incamminai verso il Sarriá. Si trovava lungo la stessa Avinguda che costeggia il Camp Nou, ma molto più in periferia. Arrivato, trovai cancelli spalancati, operai e mezzi meccanici. Lo stavano smantellando in vista dell’imminente demolizione. Nessuno fece caso a me, così entrai e scattai un po’ di foto. Era più piccolo di come mi era sempre sembrato in tv, con i seggiolini bianchi e azzurri dell’Espanyol (o dell’Italia?!), dimesso ma non privo di una sua grazia. Fu triste apprendere che da lì a poco sarebbe scomparso, ma fui felice di avergli reso quell’omaggio in extremis. Andai via con addosso una sensazione un po’ dolce e un po’ amara. Soprattutto dolce.

Il Santiago Beranbeu è lo stadio del Real Madrid ed è intitolato al suo fondatore. Il Sarriá non era intitolato a nessuno, in realtà non aveva un vero nome (si chiamava Estadi de Sarriá semplicemente perché Sarriá era il quartiere in cui sorgeva). Il Sarriá non c’è più, ma un calciatore l’ha reso eterno. Ora che anche quel calciatore è scomparso, per me il Sarriá si chiama Stadio Paolo Rossi. 

Omaggio a Paolo Rossi

IL MIO MUNDIAL

Nell’estate 1982 mio nonno – bon vivant e grande viaggiatore – portò me (11 anni e mezzo) e mio fratello (13 appena compiuti) a Parigi in un viaggio “per soli uomini”.

Io da un lato ero contento per quella bellissima opportunità, ma dall’altro anche dispiaciuto perché non avrei potuto seguire i Mondiali. Sì, è vero, l’Italia nel girone di qualificazione aveva fatto pena, ma quello era pur sempre il mio primo Mondiale da “tifoso consapevole” (Argentina 78 è una confusa memoria ancestrale).
Le mie preoccupazioni però, risultarono in parte infondate. Tutto il tempo in giro per la Ville Lumiere, ma all’orario in cui giocava l’Italia, cascasse il mondo, rientravamo in albergo per seguire la partita dal televisore in camera. Vedemmo così le sfide contro l’Argentina, il Brasile e la Polonia. Gli eroi del Mundial li sentimmo chiamare “Cabrinì”, “Orialì”, “Contì”, “Tardellì”… e ovviamente “Rossì”.

Fra una partita e l’altra, i turisti delle nazionalità più disparate ci riconoscevano come italiani, prima un po’ sfottenti, poi con crescente rispetto. Fu allora che per la prima volta fui sottoposto a quell’identificazione che toccò a tutti noi, per molti anni a venire, in ogni soggiorno all’estero: “Italiano? Paolo Rossi!”.

La sera della finale… eravamo in treno! Un lungo viaggio in treno da Parigi a Taranto. Poco prima che la partita iniziasse, ci fermammo a Napoli: dai binari, la intravvedemmo imbandierata e silenziosa. Io e mio fratello, insieme a quasi tutti i pochi passeggeri di quel treno, ci ammassammo nei pressi dello scompartimento dell’unico possessore di una radiolina. Subito dopo l’assegnazione del rigore per l’Italia, il treno entrò in una galleria e non si sentì più niente. Quando la galleria finì, era finito anche il primo tempo: probabilmente fummo gli ultimi italiani sulla Terra a sapere che Cabrini aveva tirato fuori.

Nel secondo tempo, però, come tutti sanno, ci rifacemmo. Dopo ciascuno dei tre gol e al fischio finale, io e mio fratello corremmo urlando nel treno per andare ad aggiornare il nonno, che era rimasto al proprio posto.

Arrivati a Taranto, con circa venti ore di viaggio sulle spalle, impiegammo quasi lo stesso tempo per attraversare in auto la città paralizzata dai caroselli e dai proverbiali bagni nelle fontane. Ma eravamo felici.

Omaggio a Diego Maradona – 2

“SORRIDI E, COME NOI, SEI FELICE”

(Da ‘Na sera ‘e maggio, 2007)

E ti ripenso adesso, sublime maestro di altari e di polveri, di stelle e di stalle, di miseria e nobiltà. Quanta bassa letteratura e quanta infima sociologia hanno ispirato le tue gesta. Prima l’oppio dei popoli, il nuovo Masaniello, Napoli che dimentica i suoi mali. Poi la cantilena del dio nel prato verde e dell’uomo piccolo piccolo fuori dal campo. Definizione pilatesca in cui ci è piaciuto autoassolverci. Non era così, la separazione non è mai esistita. Il nostro era un rapporto viscerale, da te volevamo tutto. Il calciatore, l’uomo, il condottiero, il simbolo del riscatto, la redenzione dei peccati. Non c’era differenza fra calciatore, uomo e mito, non c’era differenza fra te e noi. Ci hai drogato più di quanto noi abbiamo drogato te. Ma quando il giocatore è andato via, la cantilena dell’uomo piccolo l’abbiamo imparata a memoria, abbiamo finito per crederci. E in questo però ci hai aiutato tu, calpestando il tuo mito, sputando con rabbia nello specchio. Scoprimmo o decidemmo di ammettere che il re era nudo. Solo dopo però, quando aveva deposto lo scettro.

Ti sei quasi suicidato. È stato forse il prezzo per rimanere te stesso. Uomo. Debole come un uomo. Solo come un uomo. Vigliacco come un uomo, perché negare un figlio e negarsi a lui è da vigliacchi. Ma pur sempre uomo. E non figurina bidimensionale, non spot di quello che eri, non servo di un calcio che non è il tuo. Nessuna carta di credito sponsorizza la tua giacca, anche perché alla giacca preferisci una maglietta da calcio. È così che vai allo stadio: con la maglia di Maradona addosso come tanti altri tifosi. Anche se Maradona sei tu.

Ti hanno usato, quando giocavi, ti hanno usato tante volte. USA ’94 è una ferita che non si rimargina. Altro che caviglia, altro che Goicoechea. I falli di gioco non fanno mai veramente male, e poi si possono restituire. È quando i giochi si fanno fuori dal campo che sono dolori, e se provi a reagire le cose possono solo andare peggio. Come quando mandarono un arbitro corrotto a dirigere la finale. E poi nel giro di qualche mese ti fecero fuori, per vendicare – e confermare – quanto sillabavi mentre fischiavano il tuo inno. O come quattro anni dopo, appunto negli Stati Uniti. Ti avevano rimesso in forma, ti avevano illuso, ti avevano ridato il giocattolo perché illuminassi un torneo modesto. Li hai abbagliati con lampi di classe, poi li hai spaventati ruggendo nella telecamera. La belva era scappata dalla gabbia, il circo era in pericolo. Hanno chiamato subito i domatori. Il figliol prodigo era tornato, ma hanno ucciso il vitello dimagrito.

Ti hanno usato, ma adesso sei tu ad usare loro. Strappi soldi, ingaggi, lauree ad honorem. Ballare in tv per te non è un disonore, ma mischiarti con “quelli”, beh no, non lo faresti mai. E allora che ti aspettino pure alla cerimonia inaugurale, che resti vuota la tua poltrona di velluto in tribuna autorità. Maradona non arriverà, Maradona vede la partita per conto suo. Perché la sua è una pancia da vizio, da fame di vita, quelle del domatore francofono e delle sue belve ammaestrate puzzano di sazietà arrogante.

Però alla fine cosa resta? Dopo tanti anni e tante parole, cosa è veramente importante? L’istinto, il genio, la belva che corre libera. Questo è importante. Tu che al quarantaquattresimo esci dall’area, poi folgorato da un’intuizione ti ci ributti dentro. Filippo Galli ti marca a uomo, ma tu non lo sei, non sei ancora “solo un uomo”, e corri più veloce di lui, verso la palla liftata che ti ha lanciato Giordano. La tocchi tre volte, quella palla, in meno di un secondo. Sempre di sinistro. Due volte al volo: la stoppi e la porti avanti. Poi le fai toccare terra, la fai rotolare, solo per un metro. Giusto perché l’angolo fra lei e la porta diventi il minimo contemplato dalla geometria. A quel punto la mandi dove è giusto che vada, e la tardiva scivolata di Maldini, il suo finire anche lui di slancio nella rete sono solo un inchino davanti a tanta perfezione. La perfezione di un attimo, che non si può fermare. Tu stai già correndo verso l’angolo, salti e fai una piroetta. Sorridi e, come noi, sei felice.

Omaggio a Diego Maradona – 1

MARADONA, L’ANTIEROE DI MILANO

Per capire davvero cosa fosse Maradona per il calcio e il calcio per Maradona bisognava essere a San Siro il pomeriggio del 12 novembre 1988. Nazionale di Lega di Serie A contro Polonia.

E invece eravamo in pochi, giusto qualche migliaio. Scarsa la pubblicità e ancora minore l’empatia per un progetto che visse un periodo di relativa gloria fra ’60 e primi ’70 per poi venire riproposto proprio in quell’occasione e infine essere accantonato dopo appena un altro match, nel ’91. L’idea della Nazionale di Lega era bizzarra ma affascinante: una rappresentativa non dei migliori calciatori italiani ma dei migliori calciatori – italiani e stranieri – militanti nel nostro campionato. Quasi un tentativo di riaffermare sul campo quel titolo platonico di “campionato più bello del mondo” che ci eravamo autoassegnati ma che nessuno, allora, poteva permettersi di mettere in dubbio.

Quel pomeriggio San Siro offriva uno spettacolo lunare: nudo di copertura, terzo anello e seggiolini, semideserto, reso ancora più scheletrico e precario dai lavori in corso in vista di Italia 90. Il secondo anello, uno scabro nastro di cemento privo di divisioni fra settori, era macchiato qua e là da sparuti gruppi di spettatori in cui si distinguevano solo tre assembramenti un po’ più corposi: al centro delle due curve gli interisti e i milanisti e, a metà del lato lungo, in corrispondenza della linea di centrocampo, quasi come in una terza curva, i napoletani.

Apparivano così isolate – in quell’atmosfera rarefatta, quasi da laboratorio – le tre comunità di tifosi più presenti a Milano (gli juventini erano meno numerosi di adesso, o forse solo meno visibili). E anche le tre squadre che stavano facendo grande il calcio italiano, con il Napoli – immortalato nel punto di equidistanza fra i suoi due scudetti – che a fine stagione si sarebbe unito ai trionfi delle milanesi aggiudicandosi la Coppa Uefa.

Idea bizzarra ma affascinante, dicevamo, la Nazionale di Lega. Oggi dimenticata, ma da ricordare se non altro per le tante circostanze più uniche che rare. La prima e (ovviamente) unica volta di Maradona con una maglia dell’Italia. La prima e unica volta di Maradona compagno di squadra di Matthäus. La prima e unica volta di Maradona agli ordini di Sacchi. Sì, il “selezionatore” di quella strana nazionale era proprio Arrigo da Fusignano, legato a Diego da un rapporto di reciproca stima a dispetto dell’acerrima rivalità che opponeva i rispettivi club. E Sacchi per l’occasione mise insieme una compagine molto eterogenea, in cui si mischiavano grandi campioni, ottimi giocatori e diverse mezze figure. Fra i grandi campioni, oltre ai due già citati, anche Careca. Non, invece, il trio delle meraviglie olandese-milanista, chissà se per il nobile intento di sottrarsi a una sorta di conflitto di interessi o per un più prosaico desiderio di preservarli da una fatica inutile in vista del campionato.

La partita inizia e scorre via svogliata. Sugli spalti i tre gruppetti di tifosi continuano a inneggiare alle rispettive squadre e si sfottono blandamente fra loro. I napoletani invocano Diego. In campo l’“Italia” è distratta, spaesata. In fondo è gente che gioca insieme per la prima volta, e sembra chiedersi il senso di quella strana partita in un pomeriggio infrasettimanale. La Polonia invece è una squadra vera, rodata, ed è animata dallo stakanovismo granitico di tutte le nazionali dell’Est prima della caduta del Muro. Così, gli ospiti passano in vantaggio. Solo allora gli azzurri si risvegliano. Tassotti in posizione centrale serve Maradona al limite. Con un controllo orientato Diego si libera del proprio marcatore e infila un corridoio libero, mettendo il difensore rossonero davanti al portiere e consentendogli di pareggiare. Maradona corre a festeggiarlo, lui ricambia appena.

La partita riprende la sua routine blanda, rischiarata di tanto in tanto da qualche colpo di classe. Nel secondo tempo però la Polonia passa di nuovo in vantaggio, e dopo coglie pure un palo. È andata così, sembrano dire un po’ tutti, a quel punto. Nessuno ha più la forza né la voglia di abbozzare una reazione. Nessuno tranne Maradona. El Pibe decuplica gli sforzi: va a prendere palloni nelle retrovie, piazza scatti per smarcarsi, si sbraccia con i compagni per chiamare il pressing o suggerire giocate. Non ci sta a perdere. Vuole almeno pareggiarla, anche se non conta niente. E alla fine ci riesce, di classe e prepotenza: dribbling secco, triangolazione casuale con un avversario, stop di petto, esterno sinistro al volo sul primo palo ed esultanza in stile Mexico 86.

Maradona era questo. Maradona è questo, anche adesso, quando gioca col nipotino. Una partita è una partita. Va onorata e vinta, indipendentemente dalla posta in palio. Un rispetto sacrale per il calcio, il suo, inversamente proporzionale a quello avuto per se stesso e per il proprio mito. “La pelota no se mancha” disse in lacrime alla Bombonera il giorno del suo addio. La palla non si sporca. Era invece disposto a sporcarsi lui, con la palla, non solo metaforicamente, come in un’azzeccatissima immagine che gli dedicò Osvaldo Soriano: se, in smoking a un pranzo di gala gli piovesse addosso un pallone infangato, lo stopperebbe di petto senza alcuna esitazione. O come ad Acerra, in un pantano ignobile, fra compagni e avversari quasi imbarazzati per lui, presente per beneficienza in un’altra delle sue partite meno conosciute eppure più emblematiche.

Maradona, a Milano, lo odiavano. Come in buona parte dell’Italia, ma forse anche un po’ di più. “Maradona figlio di puttana”, gli cantavano a San Siro sulle note di “Alouette”, e poi fischi a ogni tocco di palla oltre ai consueti cori razzisti antinapoletani, all’epoca non ancora codificati nella pavida formula “discriminazione territoriale”. Perché lo odiavano? Non era solo la paura e l’invidia per il più forte che viene a giocare da avversario, con la maglia di una squadra rivale. Non era solo per le sue spacconate, per i suoi atteggiamenti da capopopolo (“Non voglio vedere neanche una bandiera rossonera al San Paolo”, aveva detto pochi mesi prima, e non gli era andata bene). Il fatto è che Maradona era Napoli. E Napoli era la sua patria, adottiva ma anche elettiva, e per questo forse ancora più vicina al cuore di quella naturale. Un’identificazione, anzi un reciproco riconoscersi, fra città e giocatore senza precedenti nella storia del calcio.

Milano era altro. Milano era tutto il contrario. L’opposizione era culturale, filosofica, politica, antropologica. Si riaccendevano negli stadi i mai sopiti pregiudizi, che da lì a pochi anni avrebbero trovato sfogo negli exploit della Lega, allora solo Lombarda. A ciò poi si aggiungeva un discorso squisitamente calcistico, in cui il Napoli recitava la parte del parvenu nel consesso dell’aristocrazia, vestita esclusivamente a strisce verticali. Che il Napoli avesse vinto uno scudetto, fosse entrato stabilmente nel giro delle squadre di vertice e avesse addirittura fra i suoi il più grande di tutti, visto dai gradoni della Scala del Calcio era qualcosa di semplicemente inaccettabile.

Ci avrebbero messo tanto, i milanesi, a perdonargli quel delitto di lesa maestà e ad ammettere apertamente – non solo nelle segrete conversazioni fra compagni di fede – la sua grandezza. Anni dopo il suo addio al Napoli, e anche successivamente al suo ritiro, nei bar meneghini, fra un marocchino e una Gazzetta sfogliata sul frigo dei gelati, si poteva sentir affermare con la massima serietà che “son capaci tutti a giocare bene dopandosi”. Solo in tempi molto più recenti – con Maradona in città proprio per un’iniziativa della Gazzetta – gli riservarono un’accoglienza da star, sinceramente affettuosa. Ormai il rivale era innocuo, e la cronaca si era trasformata in Storia. Ma chissà, dietro quell’accoglienza c’era forse anche il rispetto per un uomo che ha compiuto molti errori e li ha pagati tutti.

Maradona era Napoli. Maradona non avrebbe mai potuto giocare in un’altra squadra italiana. Ma se, per pura ipotesi ucronica, l’avesse fatto? Con chi avrebbe potuto? Con la Juve no: è troppo anche per un gioco di immaginazione. Restano le milanesi. Se – Miracolo a Milano – fosse approdato sotto la Madonnina, a quale sponda avrebbe attraccato? La risposta più sensata è: a quella rossonera. Diverse le affinità fra Diego e quel Milan, sospeso fra orgoglio proletario casciavit e grandeur da nuovi ricchi. E poi la vocazione al gioco spettacolare – della stima reciproca con Sacchi si è già detto – e la stessa scelta di campo effettuata con gli stranieri: atletici, sì, ma dotati anche di classe e fantasia, e due su tre di origini sudamericane. Più difficile invece immaginare un Maradona ben inserito in quell’Inter trapattoniana e mitteleuropea, sparagnina nel gioco, teutonica nello stile, nonostante la presenza di Ramón Díaz, che nel 1979 era stato partner di Maradona nel vittorioso Mondiale Under 20 in Giappone, in quella che Diego ha spesso definito la più forte Argentina in cui abbia giocato.

Le danze fra il Napoli e le milanesi, in quel Campionato 1988-89, si aprono al San Paolo il 27 novembre, ospiti i rossoneri. Sono passati quasi sette mesi dal 2-3 che sancì il sorpasso del Milan e la rinuncia degli azzurri a uno scudetto che solo qualche settimana prima sembrava già conquistato. Nel tempo trascorso fra l due partite ci sono stati una rivolta dei calciatori contro l’allenatore Ottavio Bianchi, con successiva epurazione dei ribelli (Bagni, Ferrario, Garella e Giordano) e un nuovo torneo iniziato a suon di gol (8-2 al Pescara e, proprio la domenica precedente al match contro il Milan, un pirotecnico 5-3 rifilato alla Juventus a Torino). La vendetta si consuma pienamente: finisce 4-1 per il Napoli, con tre gol in pochi minuti a cavallo dei due tempi e la difesa rossonera sistematicamente infilata in contropiede o eludendo il suo fuorigioco alto. Memorabile soprattutto la prima marcatura: su lancio di Crippa, Maradona beffa la linea difensiva che sale e si trova solo davanti a Giovanni Galli in uscita. Diego lascia rimbalzare il pallone e, pur abbondantemente fuori area, lo colpisce di testa, prendendo in controtempo il portiere avversario. La sfera rimbalza due volte, quasi beffarda, prima di adagiarsi con dolcezza in rete. Anche il secondo gol vede la partecipazione attiva di Maradona, questa volta con un assist per Careca, e di nuovo di testa, quasi che l’argentino abbia voluto celebrare l’occasione speciale con il pezzo meno consueto del suo immenso repertorio.

Non ci sarà al ritorno, Maradona, il 9 aprile 1989, in uno 0-0 che segue di pochi giorni un mercoledì di coppa e di una settimana la sconfitta interna contro la Juve che allontana il Napoli dall’Inter capolista. C’è, invece, in entrambe le sfide contro i nerazzurri. Il 15 gennaio (tredicesima giornata) al San Paolo finisce a reti bianche, dopo un primo tempo combattuto ed equilibrato e una ripresa di inutili attacchi partenopei (traversa di De Napoli). Il 28 maggio 1989 (trentesima giornata) si gioca al Meazza la partita decisiva per l’assegnazione del campionato. Il Napoli onora l’impegno, e mette paura agli avversari passando in vantaggio con uno splendido gol di Careca. Ma, alla fine di una partita resa avvincente anche dai pali di Díaz e dello stesso Careca, è l’Inter a imporsi, ribaltando il risultato, prima con un tiro di Berti deviato da Fusi, e poi con una punizione di Matthäus. Giusto così: l’Inter si aggiudica lo scudetto dei record battendo la squadra che le si arrende per ultima. A fine stagione il Napoli separerà le due milanesi nella classifica del Campionato, e si unirà a loro nella grande festa del calcio italiano aggiungendo la propria Coppa Uefa a quella del Campioni conquistata dal Milan. D’altra parte, gli scudetti meneghini di fine anni 80 (Milan ’88 e Inter ’89) sono racchiusi come fra parentesi dai due titoli partenopei. Napoli terzo incomodo fra Inter e Milan, quindi, e Maradona antieroe di Milano. Anti, ma pur sempre eroe.

Il fumetto de L’eroe dei due mari è online

(Pdf scaricabile gratuitamente)

Nove anni fa usciva il romanzo “L’eroe dei due mari”, in cui Taranto e la questione Ilva venivano raccontati attraverso la storia di un grande calciatore che va a giocare in una piccola squadra.

All’inizio del 2012, con Carlo Gubitosa ed Emanuele Boccanfuso, si decise di trarre da quel romanzo un graphic novel, in cui il risveglio civile di Taranto attorno al caso Ilva – evocato dal romanzo e nel frattempo concretizzatosi sempre più anche nella realtà – avesse il massimo risalto.

“L’eroe dei due mari – Taranto, il calcio, l’Ilva e un sogno di riscatto” fu pubblicato nell’autunno del 2012, cioè subito dopo che – in seguito al sequestro dell’area a caldo Ilva e all’avvio del processo “Ambiente svenduto” – Taranto era diventata un caso mediatico nazionale e le sue strade si erano riempite di cittadini che protestavano e chiedevano giustizia, in modo non dissimile da quanto si raccontava nelle pagine del libro e del fumetto.

Ricordo ancora bene, e con commozione, l’atmosfera che si respirava all’affollatissima inaugurazione della mostra “Gli eroi dei due mari”, nella galleria del Castello Aragonese. Ricordo l’entusiasmo, le paure, le speranze.

Oggi, sette anni dopo, diverse cose sono cambiate a Taranto, alcune in peggio, altre in meglio. Molte altre, invece, sono rimaste uguali. E’ rimasta secondo me uguale – purtroppo e per fortuna – anche l’attualità de L’eroe dei due mari.
Per questo, con Carlo, Emanuele e tutti gli altri bravissimi disegnatori con cui ho condiviso quest’avventura, abbiamo deciso di mettere il graphic novel de L’eroe dei due mari – la cui versione cartacea è esaurita da lungo tempo – a disposizione di tutti sul web, rendendolo sfogliabile e scaricabile gratuitamente. Lo trovate qui.

Buona lettura, forza Taranto e… Cristaldi fangù.

A Taranto il Ponte Morandi continua a crollare

ponte girevole Morandi Massimo StragapedeArticolo apparso sul Quotidiano di Puglia del 10 settembre 2008.

Per ottenere consensi, niente è più importante dello storytelling. Per questo, quando qualche giorno fa il Governatore della Liguria Toti ha dichiarato che il nuovo ponte sul Polcevera a Genova verrà costruito con l’acciaio dell’Ilva, ha messo a segno un ottimo punto. Operazione Ilva e ricostruzione del ponte come due segnali, simili e sinergici, di ripresa, di progresso, di fondata speranza in un futuro finalmente roseo, dopo il periodo di sfiducia e disorientamento che l’Italia sta vivendo. Questo, più o meno, il messaggio che si legge tra le righe della sua dichiarazione. Una “narrazione” che può andar bene ai genovesi, ma non ai tarantini. E, soprattutto, che non risponde al vero.

Genova può comprensibilmente vedere nel progetto del suo Renzo Piano il simbolo di una rinascita che aiuti a lenire la tragica ferita del crollo del Ponte Morandi. E nel vedere garantito il futuro dello stabilimento Ilva di Cornigliano può scorgere altri segnali di ottimismo. Il fatto è però che l’Ilva, – che è soprattutto Taranto – l’Ilva salvata da Calenda e Di Maio, l’Ilva ora di nuovo in mani private e per la prima volta in mani straniere, non è parente del ponte di Renzo Piano. Piuttosto è figlia della stessa epoca e dello stesso modo di fare che hanno dato vita al Morandi. Quegli anni 60 di industrializzazioni e cementificazioni selvagge, di crescita a tappe forzate perseguita letteralmente “come se non ci fosse un domani”, ponendo sì le basi per il boom economico, ma anche piantando dei semi maligni che negli anni successivi avrebbero iniziato a germinare. Il sacco edilizio, le costruzioni al risparmio, la devastazione delle coste e sì, anche quella fabbrica così grande e così vicina alla città, tirata su nel modo in cui faceva più male.

Nella favoletta a lieto fine di Toti, suona come una beffa per Taranto l’essere affiancata a Genova. Quella Genova dove già diversi anni fa, tra trionfalismi politici e sindacali, si ottenne la sospensione della nociva produzione siderurgica a caldo, produzione che, senza alcun clamore, fu spostata a Taranto andando ad aggravare una situazione già insostenibile. Quella Genova che, pur fra difficoltà e contraddizioni, è ormai entrata in una fase postindustriale, fra acquari all’avanguardia e iconiche opere di Renzo Piano (ancora lui). La stessa fase postindustriale che a Taranto è stata ancora una volta rimandata sine die.

No, l’Ilva che scongiura la chiusura e che passa di mano non è parente della “nuova Genova”. Piuttosto lo è della vecchia, quella dei ponti che crollano e delle alluvioni causate dalla devastazione dell’ambiente. Oggi a Taranto tirano legittimamente un sospiro di sollievo i lavoratori dell’Ilva che vedono confermata la propria occupazione, ma piange chiunque abbia capito che, grazie all’immunità penale concessa ad Arcelor Mittal nell’applicazione del Piano Ambientale, i drammi continueranno, e che la prospettiva dell’Ilva aperta, di per sé, non fermerà il declino della città.

Allo storytelling zuccheroso di Toti ne andrebbe opposto uno altrettanto suggestivo ma dal sapore decisamente più amaro. E più realistico. L’immagine l’ha elaborata Massimo Stragapede, un tarantino che dà sfogo alla sua traboccante creatività soprattutto con la scrittura e la fotografia. La foto del Ponte Girevole dimezzato, semicrollato, “morandizzato”, con l’ormai tristemente noto camion verde fermo a un passo dal baratro, assume un significato più preciso se le si affiancano delle cifre: quelle dei morti del Ponte Morandi (43) e quelle dei decessi attribuibili all’inquinamento industriale nel tarantino elaborate nelle perizie epidemiologiche del 2012. Queste cifre ci dicono che a Taranto, di ponti Morandi, ne crollano più di uno all’anno. Da decenni. E nulla, al momento, ci dice che smetteranno di crollare. Il tempo dell’ottimismo e dei sogni di rinascita, da queste parti, è ancora lontano.

Borg McEnroe, il film

23130757_10213666548113634_3595718376753303952_nQuando ero piccolo, mamma e papà comprarono per la mia cameretta due poster di campioni. In uno c’era un Mennea-fasciodinervi appena scattato dai blocchi di partenza. E fin qui, niente da ridire, anzi, chapeau. Nell’altro c’era Bjorn Borg. E qui qualche problema c’era. Perché Borg era un grande, d’accordo, ma nel dualismo quasi idealtipico con McEnroe io stavo (come quasi chiunque conoscessi, per la verità) con l’isterico newyorkese, non certo con l’algido svedese (e per dirla tutta quello che mi stava più simpatico in assoluto era Jimmy Connors).
Ma pazienza: il poster restò al suo posto, e direi senza conseguenze rilevanti sul mio profilo psichiatrico.
Ora arriva questo film bellissimo (al netto di qualche eccesso di lirismo in alcune scene finali), chiamato semplicemente “Borg McEnroe” e vengo a scoprire che, in particolare nella loro infanzia, McEnroe era un pochino meno McEnroe, ma soprattutto che Borg era molto meno Borg. E cioè che l’incazzoso e ribelle americano da piccolo era una specie di genietto dei numeri e che era spinto dai genitori verso l’eccellenza scolastica, mentre il giovane Bjorn era molto più irascibile di un McEnroe in overdose da caffè, tanto da venire sospeso per indisciplina dal circolo tennis della sua città natale. La sua proverbiale imperturbabilità non era calma, ma capacità, maturata nel tempo, di convogliare rabbia, ansia, stress e paura esclusivamente nel gioco. Borg era una pentola a pressione pronta ad esplodere, come in parte forse hanno dimostrato il precoce ritiro e le movimentate vicende extrasportive.
“Borg McEnroe” è una produzione scandinava, ed è principalmente per questo che si concentra soprattutto su Borg (McEnroe a volte è davvero troppo macchiettistico. Anche più del vero McEnroe, intendo). Ma questa scelta “patriottica” permette di approfondire quella che fra le due sembra la personalità più complessa, sicuramente la più sofferta. E mi fa pensare che quello appeso nella mia cameretta da bambino, forse, non era il poster sbagliato.

Brasiliani d’Italia

Bruno-Conti Articolo pubblicato nel 2013 su Football Magazine.

L’ultimo dei brasiliani d’Italia, il più vero, è stato Bruno Conti. Titolo guadagnato sul campo, il suo. Un campo torrido e dal prato verde brillante: quello dello stadio Sarriá di Barcellona, in cui un pomeriggio dell’estate 1982 i brasiliani – quelli autentici – furono sconfitti dagli italiani. E niente fu più come prima.
Di quel titolo l’ala giallorossa fu investita ufficialmente proprio da un brasiliano. E non da uno qualsiasi. «È Bruno Conti il vero brasiliano dei mondiali; è il più forte fra tutti i giocatori che ho visto in Spagna. Credevo che giocatori come lui non ne nascessero più». Così parlò Pelé.
Conti, però, un po’ brasiliano si sentiva già da prima: lui, al fútbol bailado, si era sempre ispirato. E anche a chi si beava nel vederlo giocare – dribbling irresistibile, tiro esplosivo – l’accostamento veniva spontaneo. Hai un tocco sopraffino? Sei portato alla giocata spettacolare? Col pallone hai una confidenza finanche eccessiva, al limite dell’autocompiacimento? Allora sei un brasiliano. Un’equivalenza, questa, a metà fra complesso di inferiorità e orgoglio della diversità.
Perciò quando se lo trovò davanti, il Brasile – forse il miglior Brasile di sempre, almeno per nove undicesimi – Bruno dovette sentirsi un po’ confuso. Un soldato blu, anzi azzurro, diviso fra appartenenza e vocazione. Perché se per caso avesse vinto, avrebbe finito per sconfiggere anche una parte di se stesso. Prima della partita azzardò mentalmente un pronostico, o forse un salomonico auspicio, riportato nel libro “Il mio Mundial”: «“Finisce due a due” mi dicevo “noi salviamo la faccia, ma loro vanno in finale. Forse è giusto così”». Forse. Ma qualcuno aveva scritto un epilogo diverso, fatto di braccia alzate nel cielo di Madrid e bagni nelle fontane di tutta Italia.
Conti è più brasiliano dei brasiliani. Non si tratta solo di dare del tu al pallone, è proprio una questione di impostazione. Prendiamo il primo gol di Rossi, quel pomeriggio. Tutti ricordano il cross di Cabrini da sinistra e Pablito che irrompe a valanga sul secondo palo. Ma se mandiamo indietro di qualche secondo il vhs d’annata, vediamo che l’azione inizia da destra, da Bruno Conti. A centrocampo fa una doppia giravolta su se stesso, accarezzando la palla col tacco, e avanza di alcuni metri. Poi rientra, e con l’esterno sinistro taglia il campo orizzontalmente con un passaggio a uscire che finisce docilmente fra i piedi del Bell’Antonio. Ecco, non è questione di morbidezza e precisione del passaggio: è proprio che in Italia un gesto del genere non si fa, non si è mai visto.
Conti è il brasiliano d’Italia. Ma quella partita la vince perché è brasiliano fra gli italiani. Fossero scesi in campo un portiere e dieci Bruno Conti, quell’incontro non l’avremmo vinto. Conti era lì per confermare, con la sua eccezionalità, la regola italiana. Sembrava dire ai suoi avversari/compagni sudamericani “vedete? Siamo capaci anche noi” (fine del complesso di inferiorità). “Ma siamo capaci anche d’altro” aggiungeva il resto della squadra, rimarcando così l’orgoglio della diversità. E il trionfo epocale arrivò, oltre che per il sinistro velluto e dinamite di Conti, anche per l’istinto omicida di Rossi, la lucida essenzialità di Antognoni, il furore strappamaglie di Gentile, l’atavica saggezza di Scirea, l’algida concentrazione di Zoff e la sana avvedutezza di papà Bearzot.

Eppure Conti non ha l’aspetto del brasiliano. Soprattutto, non somiglia a quei brasiliani. Atletici, statuari, perfetti, armonicamente multirazziali. Quasi divinità classiche. Lui – guizzante Calimero senza collo – della divinità classica ha solo il nome del paese in cui è nato: Nettuno. Dall’altra parte c’è chi invece si chiama come un filosofo greco – Socrates – e del filosofo ha anche il sussiego, lo sguardo e la barba. Sguardo e barba: se Socrates li ha da filosofo, quelli di Junior sono da dissidente politico, o da cantautore impegnato. In casa nostra invece, barbe poche, finiti gli anni 70, e quanto ai baffi, quelli provvisori di Bergomi e quelli estemporanei di Gentile sembrano più che altro baffi da carabinieri. Anche gli sguardi da carabinieri hanno quei due, e l’attitudine alla custodia punitiva, da esercitare in coppia.
Ma seduto in panchina, sulla panchina dell’Italia, quel giorno c’è un uomo che ha i baffi da brasiliano. E non solo quelli: pure lo sguardo, intenso e insieme vago. Un Rivelino de noantri. Per non parlare dei piedi. È Franco Causio. Ed è l’unico, insieme a Conti, che può legittimamente fregiarsi del titolo di brasiliano d’Italia. E infatti oltre a “il Barone” (il Barone e Conti: noblesse oblige…) era soprannominato anche “Brasil”.
Causio di Conti era stato il predecessore in Nazionale. Il suo apporto più significativo alla spedizione spagnola fu un bluff che giocò a Pertini nella partita a scopone scientifico in aereo, sulla via del ritorno. In campo, a parte la passerella premio che Bearzot gli concesse all’ultimo minuto di Italia-Germania, giocò solo per un tempo contro il Perù, nella partita che – coincidenza singolare – vide Bruno Conti siglare il suo unico gol della manifestazione.
Il mondiale di Causio era stato senza dubbio Argentina ’78. Causio insomma, sta a Bruno Conti come il mondiale sudamericano sta a quello iberico. E questo spiega la differenza fra i due. Se Argentina ’78 fu una meravigliosa incompiuta, Spagna ’82 sancì il trionfo. Forse in Argentina giocammo addirittura meglio, molto probabilmente senza quella tappa di avvicinamento non avremmo tagliato il traguardo per primi quattro anni dopo, ma la storia si è fatta a Madrid. Stesso discorso per i due calciatori brazilian style: Causio fu grandissimo, Conti definitivo. Anche perché Conti il Brasile lo batté. Causio, invece, contro il Brasile segnò (un gol di testa alla Paolo Rossi), colse anche una traversa, ma poi la sua Italia crollò sotto i colpi da fromboliere di Nelinho e della buonanima di Dirceu. E poi quella era solo la finale per il terzo posto, non la rampa di lancio verso il tetto del mondo.
Certo, se si parla di club, il più vincente dei due è senz’altro Causio, che con la Juve di Trapattoni fece incetta di scudetti (sei), vincendo anche una Coppa Uefa. Conti, nella Roma, di scudetto ne avrebbe vinto solo uno, proprio l’anno successivo al Mundial, compagno di squadra di quel Falcão a cui al Sarriá aveva strozzato in gola l’urlo del momentaneo 2-2 (nel campionato successivo Causio invece avrebbe accolto Zico nell’Udinese). Ma se la partita è fra “Brasiliani d’Italia”, il terreno di gioco non può che essere quello delle nazionali. E lì vince Conti.

Il mito della superiorità del Brasile era nato in Italia dopo la finale messicana del 1970. Gli eroi del 4-3 alla Germania erano stati annichiliti con disarmante facilità da Pelé e compagni. Quel mito sarebbe stato smontato proprio nel 1982, e non a caso è in questa parentesi, dal ’70 all’82, che si affermano Causio e Bruno Conti.
Dunque, è in quella dozzina d’anni che il “tropicalismo” italico vive la sua stagione d’oro. E se le partite dell’Azteca e del Sarriá hanno avuto il loro peso nell’inaugurare e concludere questa fascinazione esotica, va anche considerato un altro fattore: dal 1966 al 1980 il campionato italiano aveva chiuso le frontiere. Con l’era degli oriundi ormai al tramonto e l’autarchia calcistica imposta dalla figuraccia contro la Corea, gli italiani cercavano insomma di arrangiarsi con dei surrogati locali, come accadeva col caffè in tempi di guerra. Ciò permise di scoprire cultivar nostrane di grande pregio, come si è visto, ma anche esemplari un po’ meno prelibati per i quali l’accostamento ad effetto con la patria del calcio-spettacolo rischia, a distanza di tempo, di sollevare qualche sorriso. Ma tant’è: non si vive di sola qualità oro.
Non Cicoria ma Verza, faceva di cognome il centrocampista veneto che giocò, fra l’altro, nella Juve, nel Milan e nel Verona. La sua fama di brasiliano, oltre che dal genio e dalla sregolatezza (Ilario Castagner l’aveva soprannominato Van Den Bosc per la sua attitudine a scomparire nel corso della partita), derivava forse anche dal suo nome di battesimo: Vinicio. Un nome che evocava, a seconda di gusti e culture, poeti carioca o centravanti di Belo Horizonte naturalizzati partenopei. E a proposito di Napoli, fu lì che Verza siglò il gol più importante della sua carriera, il 17 maggio 1981. Fu un suo tiro (era subentrato nel secondo tempo proprio a Causio) a permettere alla Juventus di espugnare il San Paolo e involarsi verso il suo diciannovesimo scudetto. La sua conclusione di sinistro fu in realtà sporcata da una deviazione di Guidetti, e Verza finì per farsi espellere, a due minuti dalla fine, per perdita di tempo. Ma per un mito minore può andar bene anche così.
Giovanni Roccotelli è invece l’uomo che inventò la rabona. Allora il colpo con le gambe a ics non si chiamava ancora così. Lui da ragazzino lo battezzò “incrociata”, in seguito divenne “cross alla Roccotelli”. Da quel “fondamentale” discese anche una storica frase, a lungo usata nelle redazioni sportive ogni volta che le altre discipline, marginalizzate dal calcio, reclamavano più spazio: “vale più un cross di Roccotelli che tutto il campionato di Basket”. Se fu qualcun altro a eternare il suo cognome, il soprannome brasiliano Roccotelli se l’era trovato da solo: in assonanza con Didì, Vavà e Pelé, per sé scelse Cocò. Potere della rabona (per i brasiliani letra o chaleira) o del bisillabico accentato, leggenda vuole che la stessa Perla Nera, durante un soggiorno in Italia, abbia accennato a Roccotelli. E in tempi più recenti Roberto Bettega gli rese omaggio nel corso di una telecronaca. Ma per un idolo di provincia come lui (Avellino, Cagliari, Ascoli, Cesena, Foggia e Nocerina sono alcune delle squadre in cui ha militato), il riconoscimento migliore forse resta un altro: la scritta su un muretto di tufo in un sobborgo di Taranto, che ha resistito alle ingiurie del tempo e ai propositi di imbiancatura ben oltre la fine della sua carriera agonistica. Diceva semplicemente “Roccotelli sei grande”.

Dopo la vittoria del Mundial, le cose cambiarono. Negli ultimi trent’anni, i fuoriclasse estrosi e quelli leziosi non sono mancati, ma a nessuno è stata attribuita stabilmente un’anima brasileira. Le giocate di un Baggio, di uno Zola, di un Cassano, solo sporadicamente hanno evocato meraviglie verdeoro. E per Donadoni, che pure per talento e ruolo (benché il termine “ala” nel frattempo fosse caduto in disuso) è stato il legittimo erede di Causio e di Conti, nessuno ha mai scomodato suffissi -ão o -inho. Certo, Miccoli è il Romario del Salento, e se proprio vogliamo scandagliare il mare dei soprannomi, ci sarebbe anche Possanzini, che a Reggio Calabria avevano iniziato a chiamare “il Ronaldo dello Stretto”. Ma si tratta significativamente di accostamenti a singoli calciatori più che allo stile di un intero popolo. La verità è che nel calcio di oggi la nazionalità dei giocatori e le distinzioni fra scuole calcistiche hanno perso senso e importanza. Del resto è da tempo che l’Italia non gioca più all’italiana, ed è con uno stile moderno e “internazionale” che ha vinto il suo ultimo mondiale, nel 2006. Ma la verità è anche un’altra: da quando, nella fornace del Sarriá, gli umanissimi azzurri hanno abbattuto dal piedistallo i loro divini avversari, per gratificare un fuoriclasse non c’è più stato bisogno di cambiargli il passaporto. È per questo che Bruno Conti è stato il più grande, e al contempo l’ultimo, dei brasiliani d’Italia.