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Interviste e articoli sul caso Ilva

ilva_taranto ridNei giorni caldi della trattativa per la cessione dell’Ilva all’Arcelor Mittal, Giuliano ha espresso le sue opinioni attraverso vari media. Ecco una sintesi dei suoi interventi.

Qui si può trovare la registrazione di Tutta la città ne parla (Radio3) dello scorso 30 agosto dedicata al caso Ilva. L’intervento di Giuliano è a circa un terzo.
Qui si può leggere l’intervista, a cura di Attilio De Alberi, rilasciata al sito YOUng – Long Journalism, pubblicata lo scorso 7 settembre.
Qui sotto, infine, una riflessione pubblicata lo scorso 6 settembre sulla pagina Facebook di Venditori di fumo.

LA VERA SCELTA SULL’ILVA

Ora che (quasi) tutti hanno capito che Di Maio non chiuderà l’Ilva, come pure aveva promesso, risulta più chiaro quale sia la reale natura della scelta fatta da questo governo e dai precedenti sul colosso siderurgico. Scelta che non è tanto fra un’Ilva aperta e un’Ilva chiusa, ma fra il governare in prima persona o delegare ad altri un declino che è comunque inesorabile.

Il picco di occupati nello stabilimento tarantino si ebbe nel 1980 con 21.791 unità. Da allora abbiamo assistito a una costante emorragia. Comunque vada la trattativa sindacale in corso, è chiaro che la forza lavoro scenderà ulteriormente, assestandosi intorno alle 10.000 unità in tutto il Gruppo (quindi non solo a Taranto). Ma a ben vedere la forza lavoro effettiva, fra continue mobilità e casse integrazione, è già da tempo scesa sotto la soglia psicologica delle 10.000 persone.
Il punto principale, però, è un altro: cosa farà il Governo se Arcelor Mittal non rispetterà gli impegni assunti in materia di occupazione? E cosa succederà nel 2023, quando i proprietari della fabbrica saranno definitivamente liberi di sceglierne il destino? Che armi avremo per contrastare ulteriori riduzioni della forza lavoro o addirittura una chiusura degli impianti (forse a Mittal interessano i clienti dell’Ilva, più che i suoi impianti)?

Dal commissariamento dell’Ilva (2013), l’Italia ha speso un milione al giorno per tenere aperta la fabbrica. Ora mette sul tavolo altri 250 milioni per incentivare le uscite dei lavoratori in esubero. Prevedibile che in futuro allargherà ancora i cordoni della borsa per fare fronte ad altre catastrofi occupazionali. I governi susseguitisi in questi anni avrebbero potuto prendere atto della situazione gestendo, anche con l’aiuto degli appositi fondi europei, una dismissione e una riconversione economica che sarebbe comunque durata decenni. Hanno invece deciso di lasciare la regia del declino e della probabile disgregazione in mani private, salvo poi intervenire quando si tratterà di saldare il conto. Spettatori paganti, insomma.

Discorso analogo sul fronte ambientale. Si sarebbe potuto chiudere tutto e gestire il delicato processo di bonifica in solitudine (ma sempre supportati da appositi fondi), si sta invece passando la mano a un privato, che da un lato mette sul piatto soldi per l’adeguamento degli impianti, dall’altro però continua a produrre, quindi a inquinare, quindi a uccidere. E anche in questo caso il conto economico è salatissimo: pochi giorni fa, l’associazione Peacelink ha notificato al Ministero dell’Ambiente che sulla base della metodologia degli “aggregated damage costs” adottata dall’EEA (European Environment Agency), nel periodo 2008-2012 l’Ilva avrebbe causato esternalità negative da un minimo di 1.416 milioni di euro a un massimo di 3.617 milioni di euro.
Difficile che queste stime calino nei prossimi anni, considerando le singolari modalità del piano ambientale: anziché porre paletti precisi, nella procedura di gara rivolta a privati si chiedeva che fosse lo stesso acquirente a stilare il piano, introducendo poi un’abominevole immunità penale nella sua applicazione. Insomma, un tema con traccia a piacere e dallo svolgimento facoltativo.

Concludendo, una riflessione rivolta a tutti coloro che in questi anni si sono battuti per un futuro diverso e sostenibile di Taranto. Se da un lato è cambiato tutto (tramonto definitivo della prospettiva di una rapida chiusura), dall’altro nulla è cambiato. Le sfide rimangono le stesse: costruire alternative economiche per una città che in ogni caso sarà sempre meno siderurgica e non mollare di un centimetro nella difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini. Su questo fronte è innegabile che negli ultimi anni, grazie al lavoro di molti, dei risultati sono stati ottenuti. Ma è altrettanto innegabile che si tratta di risultati ancora abbondantemente insufficienti, e che l’inaccettabile condizione in cui si trovano ancora i tarantini, richieda loro di continuare a lottare. Forza!

A Taranto il Ponte Morandi continua a crollare

ponte girevole Morandi Massimo StragapedeArticolo apparso sul Quotidiano di Puglia del 10 settembre 2008.

Per ottenere consensi, niente è più importante dello storytelling. Per questo, quando qualche giorno fa il Governatore della Liguria Toti ha dichiarato che il nuovo ponte sul Polcevera a Genova verrà costruito con l’acciaio dell’Ilva, ha messo a segno un ottimo punto. Operazione Ilva e ricostruzione del ponte come due segnali, simili e sinergici, di ripresa, di progresso, di fondata speranza in un futuro finalmente roseo, dopo il periodo di sfiducia e disorientamento che l’Italia sta vivendo. Questo, più o meno, il messaggio che si legge tra le righe della sua dichiarazione. Una “narrazione” che può andar bene ai genovesi, ma non ai tarantini. E, soprattutto, che non risponde al vero.

Genova può comprensibilmente vedere nel progetto del suo Renzo Piano il simbolo di una rinascita che aiuti a lenire la tragica ferita del crollo del Ponte Morandi. E nel vedere garantito il futuro dello stabilimento Ilva di Cornigliano può scorgere altri segnali di ottimismo. Il fatto è però che l’Ilva, – che è soprattutto Taranto – l’Ilva salvata da Calenda e Di Maio, l’Ilva ora di nuovo in mani private e per la prima volta in mani straniere, non è parente del ponte di Renzo Piano. Piuttosto è figlia della stessa epoca e dello stesso modo di fare che hanno dato vita al Morandi. Quegli anni 60 di industrializzazioni e cementificazioni selvagge, di crescita a tappe forzate perseguita letteralmente “come se non ci fosse un domani”, ponendo sì le basi per il boom economico, ma anche piantando dei semi maligni che negli anni successivi avrebbero iniziato a germinare. Il sacco edilizio, le costruzioni al risparmio, la devastazione delle coste e sì, anche quella fabbrica così grande e così vicina alla città, tirata su nel modo in cui faceva più male.

Nella favoletta a lieto fine di Toti, suona come una beffa per Taranto l’essere affiancata a Genova. Quella Genova dove già diversi anni fa, tra trionfalismi politici e sindacali, si ottenne la sospensione della nociva produzione siderurgica a caldo, produzione che, senza alcun clamore, fu spostata a Taranto andando ad aggravare una situazione già insostenibile. Quella Genova che, pur fra difficoltà e contraddizioni, è ormai entrata in una fase postindustriale, fra acquari all’avanguardia e iconiche opere di Renzo Piano (ancora lui). La stessa fase postindustriale che a Taranto è stata ancora una volta rimandata sine die.

No, l’Ilva che scongiura la chiusura e che passa di mano non è parente della “nuova Genova”. Piuttosto lo è della vecchia, quella dei ponti che crollano e delle alluvioni causate dalla devastazione dell’ambiente. Oggi a Taranto tirano legittimamente un sospiro di sollievo i lavoratori dell’Ilva che vedono confermata la propria occupazione, ma piange chiunque abbia capito che, grazie all’immunità penale concessa ad Arcelor Mittal nell’applicazione del Piano Ambientale, i drammi continueranno, e che la prospettiva dell’Ilva aperta, di per sé, non fermerà il declino della città.

Allo storytelling zuccheroso di Toti ne andrebbe opposto uno altrettanto suggestivo ma dal sapore decisamente più amaro. E più realistico. L’immagine l’ha elaborata Massimo Stragapede, un tarantino che dà sfogo alla sua traboccante creatività soprattutto con la scrittura e la fotografia. La foto del Ponte Girevole dimezzato, semicrollato, “morandizzato”, con l’ormai tristemente noto camion verde fermo a un passo dal baratro, assume un significato più preciso se le si affiancano delle cifre: quelle dei morti del Ponte Morandi (43) e quelle dei decessi attribuibili all’inquinamento industriale nel tarantino elaborate nelle perizie epidemiologiche del 2012. Queste cifre ci dicono che a Taranto, di ponti Morandi, ne crollano più di uno all’anno. Da decenni. E nulla, al momento, ci dice che smetteranno di crollare. Il tempo dell’ottimismo e dei sogni di rinascita, da queste parti, è ancora lontano.

Il 10 febbraio a Carpi nel segno di Erasmo

27629033_2086531094707283_235405908867295343_oSabato 10 febbraio a Carpi si terrà un grande evento in memoria di Erasmo Iacovone, la leggenda del calcio tarantino scomparsa tragicamente 40 anni fa. Giuliano coordinerà gli interventi.

Iacovone è il nome di una storia che non comincia col c’era una volta. Erasmo c’è. E ci sarà. Una volta ancora. Dopo i ricordi, oltre le commemorazioni. Il racconto di Iaco si rinnova, come materia che si auto-genera. Dai ritagli stropicciati di un giornale ai frame d’immagini ri-colorate di YouTube: la narrazione dell’Erasmo popolare unisce i tempi e 40 anni, d’un tratto, s’azzerano. Tanti ne sono trascorsi dal 6 febbraio del ’78, giorno della sua tragica scomparsa. Per l’occasione, l’associazione “Fondazione Taras 706 a.C.”, supporters’ trust del Taranto Football Club 1927, ha organizzato una tappa speciale del “Taranto Day on Tour”, l’appuntamento che riunisce i tifosi rossoblù sparsi in giro per l’Italia.

“Nel segno di Erasmo” è il nome dell’evento straordinario, che si terrà sabato 10 febbraio 2018 a Carpi, in Sala Duomo, a partire dalle ore 17. Nel centro carpigiano, Iacovone ha vissuto anni preziosi per la sua vita privata e professionale, prima dell’exploit di Mantova e della consacrazione nella città dei Due Mari. Lì, i tifosi del trust tarantino, insieme con la signora Paola e con Rosy, rispettivamente vedova e orfana dell’indimenticato bomber di Capracotta, hanno scelto di riannodare i lembi di una storia che interpella i ricordi personali, i sogni calcistici e le speranze di generazioni di tifosi ionici, mantovani e carpigiani. Lì, gli occhi che hanno visto Erasmo, le orecchie che lo hanno ascoltato si ritroveranno in un emozionante pomeriggio condotto dallo scrittore tarantino Giuliano Pavone, autore, tra gli altri, de “L’eroe dei due mari” (2010, Marsilio).

Nel corso dell’evento sarà proiettato il cortometraggio “Iaco”, scritto e diretto da Alessandro Zizzo e prodotto da Apulia Film Commission e Kimera Film, che, pubblicato su Repubblica.it nel 2016, ha emozionato migliaia di tifosi. Presenzierà alla proiezione l’attore Angelo Argentina, che nel film ha vestito i panni di Erasmo. Un prezioso archivio fotografico degli anni emiliani di Iacovone sarà reso pubblico. Inoltre, ricordi e testimonianze sull’uomo e sul campione saranno portati da amici ed ex compagni di squadra, tra cui il mantovano Franco Panizza, che con Iaco ha condiviso, anche da compagno di stanza, l’ultima stagione tarantina, e il fisioterapista Bruno Brindani, che fu lo “sponsor” per l’arrivo dell’attaccante in terra ionica. L’attore tarantino Massimo Cimaglia – che nel cortometraggio interpreta Giovanni Fico, presidente del Taranto in quegli anni – leggerà infine una raccolta di brani scritti dai tifosi rossoblù per il contest “Il mio Iaco”, lanciato dalla Fondazione Taras alcune settimane fa.

L’organizzazione dell’iniziativa, affidata a un gruppo di tifosi tarantini fuori sede, il patrocinio concesso dal Comune di Carpi e dal CONI Emilia-Romagna e la partecipazione di ospiti, amici e tifosi provenienti da tutta Italia, testimoniano l’appartenenza trasversale del mito di Erasmo Iacovone. L’appuntamento è per sabato, a Carpi. Nel segno di Erasmo, ovviamente. Sul suo “9” non è mai calato il sipario.

Dall’acciaio alla canapa. Il video.

In Quante Storie, trasmissione di Raitre presentata da Corrado Augias, Giuliano ha raccontato la storia di Vincenzo Fornarocanapa2, l’allevatore tarantino che, dopo l’abbattimento del suo gregge contaminato da diossina, ha avviato una coltivazione sperimentale di canapa.
La canapa è una produzione emergente. Ha tantissimi usi (dall’alimentazione all’edilizia, dalla medicina all’energia) e una caratteristica: assorbe gli inquinanti presenti nel terreno. La scelta di Vincenzo ha quindi un forte valore simbolico. Ma non è solo simbolica: attorno alla canapa si sta formando nel tarantino una vera filiera: è stato già aperto un centro di prima trasformazione, uno dei due in Italia, mentre un imprenditore sta investendo sulla produzione di mattoni in calce e canapa.
Clicca qui per vedere il servizio, realizzato dal videomaker Raffaele Manco.

Il 25 settembre Venditori di fumo a Napoli

virgolettato quartaDomenica 25 settembre alle 10,30 presso la Sala Emeroteca di Villa Bruno (via Cavalli di bronzo, 22) a San Giorgio a Cremano (Napoli), Giuliano presenterà Venditori di fumo insieme a Eddy Sorge, attivista di Bancarotta di Bagnoli. Si alterneranno reading tratti da “La dismissione” di Ermanno Rea, a cura di Martina Romanello (Compagnia ‘A Menesta) e da “Venditori di fumo”, in un’alternanza tra Taranto e Bagnoli, presente certo e futuro incerto dell’Ilva.
Si tratta di uno degli eventi di Green World, Festival della Letteratura Ambientale, organizzato dalla Cooperativa Sociale Se.Po.Fà. nell’ambito della rassegna Ricomincio dai Libri.

Taranto da abbracciare. La recensione di “Città nascoste”

_web_images_tarantoBIGClicca qui per leggere la recensione di “Città nascoste – Trieste Livorno Taranto” (Exorma), il libro di Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, pubblicata sul Quotidiano di Puglia il 20 maggio 2016.

Venerdì 20 novembre Venditori di fumo a Bari

Copertina Venditori di Fumo RIDVenerdì 20 novembre alle 18,30 Giuliano presenterà Venditori di fumo alla libreria Campus di Bari, in via Toma 76-78. Modererà l’ incontro Grazia Rongo giornalista di Telenorba. Interverranno Alessandro Cannavale, blogger de ‘Il Fatto Quotidiano’ e Patty L’Abbate, presidente del Circolo Mdf di Bari.
Con il patrocinio del Circolo Movimento Decrescita Felice di Bari e del network #inchiostrodipuglia

Taranto al cinema, “fascino neomelodico”. L’intervista a Giuseppe Marco Albano

Quotidiano 2Ecco l’intervista a Giuseppe Marco Albano, regista del cortometraggio “Thriller”, apparsa sul Quotidiano di Puglia con il titolo “Taranto al cinema, ‘Fascino neomelodico’”.

Il suo cortometraggio “Thriller” – storia di un ragazzino che insegue il suo sogno di celebrità sullo sfondo dei giorni caldi della vertenza Ilva – si è aggiudicato ben sessanta premi, fra cui il David di Donatello. Giuseppe Marco Albano, trentenne di Bernalda (Matera) attivo alla regia dal 2008 (nel 2010 ha vinto il Nastro d’Argento con il cortometraggio “Stand by me”) ci parla della sua carriera, di Taranto e del cinema.

Ti aspettavi un simile successo per “Thriller”? E a cosa lo attribuisci?

«Ovviamente non mi aspettavo di vincere il David di Donatello, ma devo dire che pur essendo “Thriller” figlio di un’intuizione spontanea, che metteva insieme due mie grandi passioni, ho costruito il corto cercando di includere alcuni aspetti che immaginavo sarebbero stati apprezzati dalle giurie. Mi riferisco in particolare al taglio da commedia dai toni sociali forti – ovvero ciò che ha fatto grande il cinema italiano – e il tema dell’Ilva di Taranto, di cui in quel periodo si parlava moltissimo».

Due passioni, quindi, per Michael Jackson e per Taranto. Da dove nasce quella per la città jonica?

«Per noi a Bernalda, Taranto è sempre stata la città di riferimento, molto più che Matera o Bari. E’ lì che, fin da quando ero piccolo, la mia famiglia si recava per fare gli acquisti importanti. E’ lì che ho visto il primo ipermercato della mia vita. Poi c’è il mare. Mio padre era di Brindisi, altra città costiera pugliese. Bernalda è il primo comune lucano dopo il confine con la Puglia e con la provincia di Taranto. Ricordo che quando vidi “Io speriamo che me la cavo” della Wertmuller e scoprii che la Napoli della finzione cinematografica era in realtà Taranto vecchia, fu per me un momento magico, perché capii che si poteva fare cinema anche in luoghi a me familiari. Taranto colpisce i registi e gli scrittori, credo anche per quello che io chiamo “fascino neomelodico”, cioè quella complessa struttura popolare, con aspetti anche delinquenziali, che accomuna le grandi città del Sud».

E’ stato difficile, quando hai girato “Thriller”, trovare accoglienza in questo tipo di contesto?

«Sì, soprattutto all’inizio. Taranto in quel periodo era assediata da troupe e telecamere, e fra i tarantini serpeggiava un sentimento di insofferenza verso un modo di raccontare la città spesso ispirato al sensazionalismo e alla negatività. Di fronte a queste obiezioni, io cercavo di ribattere che il mio film avrebbe avuto un taglio diverso ma, visto che il corto lo stavo ancora girando, non avevo prove per dimostrarlo! E del resto, anche una volta finito il lavoro, non sapevo come sarebbe stato accolto dai tarantini. Ma per fortuna i giudizi sono stati in massima parte positivi».

A cosa stai lavorando ora?

«Sto scrivendo un lungometraggio, una commedia interamente ambientata a Napoli che si chiamerà “Vedi Napoli e poi muori”. Sarà incentrata sugli anziani e, come “Thriller”, cercherà di toccare tematiche serie col tocco leggero della commedia. Spero di riuscire a girarlo fra la primavera e l’estate del 2016».

Da addetto ai lavori, come giudichi il momento che sta attraversando il Cinema in Puglia e Basilicata?

«La Puglia negli ultimi anni ha fatto cose straordinarie, e la piccola Basilicata sta cercando di seguirne le tracce. Si dice che non sia tutto oro ciò che luccica, ma nella fattispecie dietro la facciata c’è anche la sostanza».

Qual è lo stato di salute del sistema Cinema italiano?

«Si intravede qualcosa di positivo: stiamo assistendo a un passaggio generazionale sia a livello istituzionale che artistico, che dovrebbe portare a uno svecchiamento. Certo, fra le cose negative, vanno registrate l’esterofilia dei nostri premi cinematografici e la tendenza a confondere il cinema con gli altri media, come la tv e il web. Quando si cerca di scovare il nuovo regista di successo fra youtuber o autori di video virali, magari bravi, ma privi di una cultura cinematografica anche minima, secondo me si perde in partenza».

Lunedì 6 luglio Giuliano a “Taranto volta pagina”

_web_images_tarantoBIGLunedì 6 luglio Giuliano prenderà parte a “Taranto volta pagina”, incontro a più voci con gli scrittori organizzato dall’Ordine degli Architetti di Taranto in occasione della Festa dell’Architetto. Con Giuliano ci saranno Giuse Alemanno, Fulvio Colucci, Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Angelo Di Leo, Daniele Di Maglie, Gianluca Marinelli, Roberto Perrone e Michele Tursi, moderati da Giuseppe Mazzarino. L’appuntamento è alle 21,30 a Palazzo Ulmo, in via Duomo 53-55 a Taranto.

Venditori di fumo: la rassegna stampa aggiornata al 30 giugno

Copertina Venditori di Fumo RIDRassegna stampa aggiornata di Venditori di Fumo

L’intervista sul sito del Premio Marcellino De Baggis (30 maggio)
La recensione su “Epidemiologia e prevenzione” (marzo-aprile)
L’articolo di Giuliano su Globalist.it (22 maggio)
L’intervento a “Tutta la città ne parla” (Radio3), dal minuto 23,42 (19 maggio)
L’intervista di Michele Ungolo su Noiroma
L’articolo di Silvano Rubino sul Primo Maggio a Taranto, pubblicato su Il Fatto Quotidiano (27 aprile)
La recensione di Gabriele Ottaviani su Mangialibri
L’intervista di Azzurra Scattarella su vorrei.org (19 marzo)
L’intervista a Radio Machete (28 febbraio)
La recensione su Contropiano.org (26 febbraio)
La recensione su Lettera43 (21 febbraio)
La recensione su Charta Sporca (13 febbraio)
L’intervista a Radio Capodistria (11 febbraio)
Il resoconto su Febbrea90 (28 gennaio)
La recensione su A-Rivista Anarchica (28 gennaio)
L’articolo sulla Gazzetta di Lucca (24 gennaio)
L’intervista su Radio Alma (20 gennaio)
L’articolo-intervista su Extramagazine (16 gennaio)
L’articolo sull’Huffington Post (14 gennaio)
L’intervista al magazine Tipi Tosti (12 gennaio)
La videointervista del Corriere di Taranto (8 gennaio)
La recensione su Taranto Oggi (24 dicembre)
L’intervista su Inchiostro Verde (18 dicembre)
Il post su Ilfattoquotidiano.it (blog di Silvano Rubino) (16 dicembre)
La recensione su Repubblica Firenze (14 dicembre)
La recensione su Extra Magazine (28 novembre)
L’intervento a Il caffè di Raiuno (28 novembre)
La recensione su Alchimie (27 novembre)
La conversazione a Fahrenheit, Radio3 (26 novembre)
L’intervista-recensione su Metro online (22 novembre)
L’articolo su Metro (21 novembre)
Il resoconto sul Corriere del Mezzogiorno 1 2 3 (20 novembre)
L’intervista su Affaritaliani (17 novembre)
La segnalazione su La Gazzetta del Mezzogiorno (17 novembre)
La recensione su Lecceprima (15 novembre)
L’estratto sul Quotidiano di Puglia (4 novembre)

Pioggia e playoff

Pallone vintageL’articolo su Viterbese-Taranto apparso sul Quotidiano di Taranto il 9 giugno.

Domenica 7 giugno, stadio Rocchi di Viterbo, 17,40 circa. Il Taranto ha appena pareggiato. Mentre le due squadre, nei pochi minuti che mancano al 90’, spremono le ultime energie nel tentativo di affondare il colpo del Ko, la pioggia si fa sempre più intensa, fulmini continui crepano il cielo cupo e tuoni simili a esplosioni coprono le urla di tifosi ormai prossimi all’afonia. Il momento è di una solennità quasi mitologica, e come certi miti è surreale e insieme emblematico. L’anima del calcio tarantino sembra essersi raggrumata lì, nelle ultime battute di una partita riacciuffata per i capelli e ancora aperta a qualsiasi possibilità. Una partita sudata e sofferta, sebbene nessuno sappia ancora esattamente a cosa serva. Una partita, infine, giocata sotto la pioggia. La pioggia che ha iniziato timidamente a cadere poco prima del gol della Viterbese, quasi a volerlo annunciare, che è proseguita impietosa lungo tutto l’intervallo e poi nella ripresa, trasformandosi infine in un temporale liberatorio dopo l’inzuccata di Pambianchi. Era quello il posto del Taranto: non certo Berlino in mondovisione, ma forse neanche lo Iacovone baciato dal sole dopo una vittoria netta. Il posto del Taranto è un campo fangoso di provincia dove un secondo o un millimetro fanno la differenza fra il trionfo e la disfatta.
La pioggia durante i playoff del Taranto non manca mai. E’ un’incredibile versione moderna della nuvoletta di Fantozzi. I playoff si giocano fra maggio e giugno, un periodo in cui è più probabile beccarsi un’insolazione che farsi una doccia con i vestiti addosso. Eppure, da Lanciano a Vercelli, passando dal famigerato Taranto-Catania, da Taranto-Rende del 2006 e dall’incredibile beffa del Flaminio, di acqua sulle nostre teste ne è caduta in abbondanza. E’ un surplus di sofferenza, una certificazione di anormalità cui forse ci stiamo iniziando ad abituare: rende più eroiche le vittorie e in fondo anche le sconfitte. E’ qualcosa che si ricorda e si racconta con piacere, perlomeno una volta smaltito il raffreddore.
Durante gli ultimi minuti di Viterbo – con l’incertezza sul risultato che regna sovrana – c’è da scommettere che siano in tanti sugli spalti a essere contenti così, a prescindere da come andrà a finire, oppure a chiedersi, con una sorta di masochistica soddisfazione, in quale modo assurdo arriverà stavolta l’immancabile mazzata (2-1 della Viterbese al 95’? Sconfitta ai rigori? O ancora – pericolo non ancora scongiurato – arrivare per una volta in fondo ai playoff ma rimanere ugualmente in D per qualche cervellotico nodo regolamentare?). Perché dopo tutto, è questo che cerchiamo: emozioni. Emozioni e piccole grandi gioie, anche estemporanee, eventualmente pure slegate da risultati, graduatorie e punteggi.
Poi sono arrivati i rigori, una modalità di sofferenza relativamente rara nella pur ricchissima casistica rossoblu. La fine è nota: i nostri, freddissimi, segnano; loro ne mandano alle stelle due su quattro. A quel punto tutti i pensieri sono scomparsi, ed è rimasto solo spazio per una gioia pura. Minuti di abbandono in cui ci si dimentica di tutto (e di cui fortunatamente si conserva un ricordo abbastanza confuso, a patto di non essere immortalati in un video amatoriale…), e in cui abbracciare degli sconosciuti urlanti sembra perfettamente normale, anzi necessario. Sarà anche solo una partita di calcio, ma ogni tanto è bello, e forse anche salutare.
Poi però quell’attimo finisce, e si ritorna all’ordinarietà. La vita va avanti, dentro e fuori dai campi di calcio. C’è da scommettere che per domani, sulla riviera ligure di levante, sia prevista nuvolosità variabile.