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Il 10 febbraio a Carpi nel segno di Erasmo

27629033_2086531094707283_235405908867295343_oSabato 10 febbraio a Carpi si terrà un grande evento in memoria di Erasmo Iacovone, la leggenda del calcio tarantino scomparsa tragicamente 40 anni fa. Giuliano coordinerà gli interventi.

Iacovone è il nome di una storia che non comincia col c’era una volta. Erasmo c’è. E ci sarà. Una volta ancora. Dopo i ricordi, oltre le commemorazioni. Il racconto di Iaco si rinnova, come materia che si auto-genera. Dai ritagli stropicciati di un giornale ai frame d’immagini ri-colorate di YouTube: la narrazione dell’Erasmo popolare unisce i tempi e 40 anni, d’un tratto, s’azzerano. Tanti ne sono trascorsi dal 6 febbraio del ’78, giorno della sua tragica scomparsa. Per l’occasione, l’associazione “Fondazione Taras 706 a.C.”, supporters’ trust del Taranto Football Club 1927, ha organizzato una tappa speciale del “Taranto Day on Tour”, l’appuntamento che riunisce i tifosi rossoblù sparsi in giro per l’Italia.

“Nel segno di Erasmo” è il nome dell’evento straordinario, che si terrà sabato 10 febbraio 2018 a Carpi, in Sala Duomo, a partire dalle ore 17. Nel centro carpigiano, Iacovone ha vissuto anni preziosi per la sua vita privata e professionale, prima dell’exploit di Mantova e della consacrazione nella città dei Due Mari. Lì, i tifosi del trust tarantino, insieme con la signora Paola e con Rosy, rispettivamente vedova e orfana dell’indimenticato bomber di Capracotta, hanno scelto di riannodare i lembi di una storia che interpella i ricordi personali, i sogni calcistici e le speranze di generazioni di tifosi ionici, mantovani e carpigiani. Lì, gli occhi che hanno visto Erasmo, le orecchie che lo hanno ascoltato si ritroveranno in un emozionante pomeriggio condotto dallo scrittore tarantino Giuliano Pavone, autore, tra gli altri, de “L’eroe dei due mari” (2010, Marsilio).

Nel corso dell’evento sarà proiettato il cortometraggio “Iaco”, scritto e diretto da Alessandro Zizzo e prodotto da Apulia Film Commission e Kimera Film, che, pubblicato su Repubblica.it nel 2016, ha emozionato migliaia di tifosi. Presenzierà alla proiezione l’attore Angelo Argentina, che nel film ha vestito i panni di Erasmo. Un prezioso archivio fotografico degli anni emiliani di Iacovone sarà reso pubblico. Inoltre, ricordi e testimonianze sull’uomo e sul campione saranno portati da amici ed ex compagni di squadra, tra cui il mantovano Franco Panizza, che con Iaco ha condiviso, anche da compagno di stanza, l’ultima stagione tarantina, e il fisioterapista Bruno Brindani, che fu lo “sponsor” per l’arrivo dell’attaccante in terra ionica. L’attore tarantino Massimo Cimaglia – che nel cortometraggio interpreta Giovanni Fico, presidente del Taranto in quegli anni – leggerà infine una raccolta di brani scritti dai tifosi rossoblù per il contest “Il mio Iaco”, lanciato dalla Fondazione Taras alcune settimane fa.

L’organizzazione dell’iniziativa, affidata a un gruppo di tifosi tarantini fuori sede, il patrocinio concesso dal Comune di Carpi e dal CONI Emilia-Romagna e la partecipazione di ospiti, amici e tifosi provenienti da tutta Italia, testimoniano l’appartenenza trasversale del mito di Erasmo Iacovone. L’appuntamento è per sabato, a Carpi. Nel segno di Erasmo, ovviamente. Sul suo “9” non è mai calato il sipario.

Quando la città s’infiammava per Iacovone

Iacovone Taranto AscoliIl testo dell’articolo pubblicato sul Quotidiano del 6 novembre.

In un bell’articolo pubblicato su progettoalchimie, la tarantina Valentina Pellegrino ci dice, fra le altre, due cose. La prima: ci sono donne che amano e conoscono il calcio al punto da capire persino la regola del fuorigioco (“Le donne non capiscono nulla di calcio. Almeno quanto gli uomini non capiscono nulla di donne”, così la giovane autrice smonta il luogo comune dell’incompatibilità fra gentil sesso e offside). La seconda: ci sono dei tarantini che hanno smesso di andare al campo da quando è morto Iacovone. C’è chi, come suo padre, molti anni dopo ha provato a tornare, rinunciando però per troppa malinconia, e c’è chi invece è rimasto fermo nel suo proposito senza neanche un ripensamento. Senza per questo disinteressarsi del Taranto, ma continuando a tifare “a distanza”. A occhio e croce, non devono essere pochi quelli che hanno compiuto questa scelta.
La morte di Erasmo Iacovone è stata la nostra piccola Superga di provincia. Mai – se non appunto nel caso della tragedia del Grande Torino – un club calcistico aveva visto il punto più alto della propria storia stroncato da un imponderabile evento luttuoso. Se poi si aggiunge che i tardi anni 70 rappresentano il picco della Taranto contemporanea anche al di fuori dei campi di gioco – con l’industria che regalava benessere e non aveva ancora svelato il suo lato oscuro – risulta chiaro il fortissimo valore simbolico della scomparsa del centravanti di Capracotta. E si comprende un po’ di più l’atteggiamento di chi ha tirato (calcisticamente) i remi in barca, nella convinzione che niente sarebbe più stato come prima.
Ma anche il Torino – club passionale e disgraziato come il nostro Taranto – ha costruito nuovi miti dopo quello di Valentino Mazzola e compagni. Perché allora qui c’è chi è ancora fermo a quella notte del febbraio 1978? Quanto è romantica questa continua negazione del presente, e quanto è invece sintomo di immobilismo mentale? Il perdurante affetto per quel ragazzo dal sorriso buono è una delle cose più nobili e commoventi del tifo tarantino. Ma la memoria di Iacovone va onorata anche guardando avanti, e magari riempiendo un po’ di più gli spalti dello stadio che porta il suo nome.
Piccola digressione autobiografica: l’articolo di Valentina Pellegrino è corredato da una stupenda foto in bianco e nero, fornita da Francesco Maggio, in cui si vede Iacovone che stacca di testa in Taranto-Ascoli del 31 dicembre 1977. Sullo sfondo, un muro di teste: gli spettatori che affollavano – allora sì – gli spalti del Salinella. Fra quelle teste, c’era anche la mia. Quel Taranto-Ascoli, sestultima partita giocata da Erasmo Iacovone, fu per me, bambino, la prima volta in uno stadio. Domenica scorsa lo scrittore Francesco Piccolo ha raccontato a “Che tempo che fa” che il gol di Sparwasser con cui la Germania Est batté i “cugini” occidentali nei mondiali del 1974, ha in qualche modo fatto sì che la sua vita prendesse una certa direzione. Io non arrivo a tanto, ma mi piace pensare che questo incrocio di striscio fra il grande mito rossoblù e il mio rapporto con il calcio abbia rappresentato una sorta di benefico imprinting.

“In Taranto we trust” su Football Magazine

902732_653813924645681_195857517_o (1)rid“In Taranto we trust” è il titolo dell’articolo di Giuliano, pubblicato sul n. 3 del trimestrale “Football Magazine”, dedicato al Taranto F.C. 1927, la prima società calcistica italiana fondata dai suoi tifosi, grazie all’opera della Fondazione Taras 706 a.C.. Qui sotto, il testo dell’articolo.

Vent’anni trascorsi a coltivare un sogno di Serie B. Non è un modo di dire: per alcune squadre, quello che per altri è un incubo – la cadetteria – può trasformarsi addirittura in miraggio. E’ il caso del Taranto, a lungo habitué della seconda serie, che appunto vent’anni fa, il 13 giugno 1993, giocava quella che finora è stata la sua ultima partita in B. Un inutile acuto – due a zero a Cesena – prima del tracollo: già retrocesso sul campo, l’indebitato club rossoblù venne radiato nel corso dell’estate. Si era deciso di fare per la prima volta pulizia delle società coi conti in disordine, e il Taranto fu tra quelli che vennero spazzati via. Antesignani, a loro modo.
Un nuovo sodalizio calcistico ripartì dal Campionato Nazionale Dilettanti, l’attuale Serie D. Seguirono anni balordi, in cui accadde tutto fuorché ciò che ci si augurava: eppure era solo un ritorno in punta di piedi in Serie B, a cui si ambiva, mica la Champions. E neanche la A, quella A sfiorata una sola volta, e morta insieme ai sogni di una città e a un centravanti dal sorriso buono, Erasmo Iacovone, in una notte del 1978.
Fra playoff vinti (pochi) e persi (moltissimi, non tutti in modo chiaro), un nuovo fallimento, scandali ed emergenze di ogni tipo, l’elenco delle disgrazie, delle disillusioni e delle beffe dell’ultimo ventennio sarebbe molto lungo. Ma basterà qui accennare al campionato 2011-2012, che ne è una specie di compendio. Il Taranto milita in Prima Divisione, cioè nella vecchia C1 (le categorie minori hanno anche cambiato nome prima che i rossoblù jonici riuscissero a tirarsene fuori). La società è allo sbando e non paga gli stipendi, ma la squadra guidata da Mister Dionigi si fa onore. Sul campo totalizza più punti di tutti, il che normalmente significherebbe primo posto e promozione diretta in B. Ma “normalmente” non è avverbio che si addice al Taranto, né più in generale al calcio italiano dei nostri tempi. I punti di penalizzazione inflitti nel corso dell’anno per via delle scadenze di pagamento non rispettate fanno scivolare i pugliesi al secondo posto, costringendoli a giocarsi la promozione ai playoff. Playoff che “normalmente” (stavolta sì!) il Taranto perde.
La società fallisce ancora, e si teme che la città resti senza calcio, visto che si fatica a trovare imprenditori disposti a fondare un nuovo club che possa ripartire almeno dalla Serie D, beneficiando del Lodo Petrucci. Accade però qualcosa di nuovo. Ormai abituati a toccare il fondo, alcuni tarantini capiscono che sì, si può anche iniziare a scavare, a patto però di gettare solide fondamenta su cui poi costruire qualcosa di duraturo. Imbrogli e sfortuna non sono mancati nel recente passato, ma gli insuccessi sono stati figli anche dell’atteggiamento impaziente e distruttivo della piazza: un’ingenua e disperata voglia di credere al primo cialtrone che promette tutto e subito, presto rimpiazzata da una furia picconatrice che non risparmia niente, nemmeno quel poco che meriterebbe di restare in piedi. Una tela di Penelope frenetica e inconcludente, un circolo vizioso apparentemente senza ritorno: più tempo passa, meno si è disposti ad aspettare. E piuttosto che programmare, si improvvisa.
“Asciughiamo le lacrime. Un altro calcio è possibile” scrive invece il giornalista Lorenzo D’Alò. “Il passato a cui continuiamo a volgere lo sguardo, non esiste più. Esiste solo il nulla che ci troviamo davanti. Una spianata su cui costruire dalle fondamenta un calcio diverso. Fatto con onestà e criterio, l’unico combinato-disposto che può tradursi in un progetto. Un calcio da restituire alla gente. Fondato sul sostegno (che non è solo tifo) e sull’impegno (che è più libero del dovere) del proprio popolo”. Parole che rispecchiano perfettamente la filosofia della Fondazione Taras 706 a.C., un’associazione di promozione sociale nata nella primavera del 2012.
La Fondazione è il “trust” dei tifosi tarantini: raccoglie gli appassionati che vogliono promuovere i valori più positivi dello sport e della città. L’azionariato popolare nel club calcistico è solo uno degli obiettivi, e lo si vorrebbe introdurre gradualmente, ma il fallimento del Taranto e il rischio di scomparsa del calcio cittadino spingono la Fondazione ad accelerare i tempi e a lanciarsi in una sfida enorme, in cui sono in gioco il futuro della squadra del cuore e la credibilità stessa della neonata fondazione.
Per prima cosa tifosi e tifose fondano una nuova società sportiva, il Taranto Football Club 1927. E’ una mossa lungimirante: la società all’inizio è solo una scatola vuota, ma i tempi per l’iscrizione sono risicatissimi, e conviene portarsi avanti col lavoro. Vengono poi chiamate a raccolta le forze imprenditoriali, fino a costituire una compagine societaria di cui fa parte, con una quota di minoranza, la stessa Fondazione. Ma la mattina dell’ultimo giorno utile per l’iscrizione gli azionisti sono ancora chiusi in uno studio a discutere di quote, fideiussioni e cariche. La trattativa è più volte sul punto di saltare. Urla, pugni sbattuti sul tavolo, pianti. Poi, nel primo pomeriggio, si trova finalmente un accordo. Il tempo però scarseggia: gli incartamenti vanno consegnati in Lega Calcio, a Roma, entro le 19. Due soci, un commerciante e un consulente assicurativo, si infilano in macchina e puntano dritto verso la Capitale. Arriveranno – novelli Blues Brothers – alle sette meno un quarto. Benché in piena zona Cesarini, il nuovo Taranto, fondato dai tifosi, si è iscritto al campionato di Serie D. Per la comunità calcistica tarantina è un momento storico. Ma non c’è alcun fotografo a documentarlo: gli unici flash della giornata sono quelli degli autovelox.
Grazie alla Fondazione Taras, i tifosi jonici hanno ancora la loro squadra. Di più: hanno per la prima volta una squadra loro. Basta infatti iscriversi, dietro pagamento di un prezzo modico, alla Fondazione, per diventare, in forma indiretta, azionisti del Taranto. Funziona così: il sostenitore aderisce associandosi alla Fondazione; quest’ultima fa da schermo, sollevando i singoli soci da incombenze burocratiche e possibili noie legali. All’interno del trust le decisioni avvengono per votazione in assemblea secondo il principio “una testa, un voto”, indipendentemente dalla carica rivestita o dall’entità della quota associativa versata.
Il nuovo Taranto non solo è una delle prime società calcistiche italiane partecipate dai propri tifosi, ma è anche la prima in assoluto a essere stata fondata dal proprio trust di tifosi. Non è una differenza di poco conto. Vuol dire che lo statuto del Taranto Football Club è stato scritto dalla Fondazione Taras, la quale lo ha redatto a misura di tifosi, proteggendoli da brutte sorprese e tutelando quel valore immateriale rappresentato dall’amore per una maglia. Alla Fondazione, per esempio, spettano due membri nel consiglio di amministrazione indipendentemente dalle quote societarie possedute. La rappresentanza dei tifosi ha poi accesso ai libri contabili e ha potere di veto sull’ingresso di nuovi soci. I colori sociali sono intangibili, i prezzi di biglietti e abbonamenti devono essere alla portata di tutti e le fasce deboli hanno diritto ad agevolazioni. Viene insomma messo nero su bianco un principio di cui nessun vero tifoso ha mai dubitato: una squadra è di chi la ama. In fondo presidenti e azionisti sono solo degli amministratori che decidono di gestire temporaneamente, e con tutto il rispetto dovuto, un patrimonio comune di cui non sono davvero proprietari.
Vent’anni dopo, il Taranto è un’altra volta pioniere di una nuova tendenza calcistica. Ma se nel 1993 aveva inaugurato la moria di club – una dolorosa consuetudine che non si è ancora interrotta – oggi contribuisce a tracciare una possibile via di uscita per un movimento calcistico che appare allo stremo delle forze. Soffrono soprattutto le città di medie dimensioni, stritolate dal divario tra aspettative e possibilità, da quando concetti come “blasone” e “bacino di utenza”, che una volta erano le loro armi in più, si sono trasformati in palle al piede. E il fenomeno non riguarda solo le città del Sud, tradizionalmente problematiche, ma anche realtà un tempo considerate esempi di calcio sano e sostenibile, travolte anch’esse da debiti e calcioscommesse.
Anche a Taranto è stata fatta una scommessa, ma per una volta il Totonero non c’entra. Si tratta di puntare su un coinvolgimento dei tifosi a tutto tondo, che va al di là dell’azionariato popolare visto come semplice risorsa economica. Quello immaginato dai Supporters Trust è una sorta di tifoso 2.0 che si spende attivamente secondo le sue possibilità e competenze. Dal pubblicitario che promuove la campagna abbonamenti al giardiniere che cura la manutenzione del campo, ognuno ha qualcosa da offrire alla causa. In nord Europa lo hanno già capito da tempo, ma anche in Italia, sebbene in modo sotterraneo, si sta muovendo qualcosa: a Roma, Venezia, Modena, Ancona, Cava dei Tirreni, Piacenza, Arezzo, Rimini, Lucca, Lecce e in altre città si stanno sperimentando esperienze di questo tipo, sotto l’egida di Supporters Direct Italia, l’emanazione nazionale dell’organismo di coordinamento europeo.
Se il fenomeno è globale e in espansione, l’esperienza tarantina si lega alla particolare situazione che sta vivendo la Città dei due mari. Non è infatti un caso che la nuova alba calcistica tarantina sorga proprio nell’estate 2012, in contemporanea con l’escalation innescata dai provvedimenti giudiziari nei confronti del colosso siderurgico Ilva. Una sorta di terremoto che ha portato alla ribalta nazionale i problemi occupazionali, ambientali e sanitari che attanagliano la città da lungo tempo. Taranto è oggi nella condizione e nella necessità di ripensare profondamente il proprio futuro. Il piacevole effetto collaterale di quella che è una crisi delicatissima e dai risvolti anche drammatici è la fioritura di esperienze di cittadinanza attiva senza precedenti nella storia locale e con pochi termini di paragone nell’intorpidita Italia di oggi. Si sta in altre parole facendo largo la consapevolezza che gli “eroi” e le manne salvifiche hanno fatto il loro tempo e che l’unico modo di tirarsi fuori dai guai è darsi da fare con testa e cuore. Anche i tifosi stanno facendo la loro parte in questo fenomeno, come dimostra ad esempio la “sponsorizzazione popolare”, nei primi mesi del 2012, della squadra con lo slogan “RespiriAMO Taranto”. Una saldatura, questa fra supporter calcistici e questioni cittadine, che non va intesa come straripamento al di fuori del calcio di rozze dinamiche da hooligan, ma al contrario come assunzione da parte del mondo del calcio dei modelli più alti della partecipazione democratica.
La Fondazione Taras oggi ha oltre 1.500 soci e detiene circa il 14% del capitale sociale del Taranto Football Club 1927. A poco più di un anno dalla sua nascita può guardarsi indietro con legittimo orgoglio. Fra le iniziative realizzate figurano incontri fra tesserati del Taranto e ragazzi di zone disagiate, il finanziamento di un campo da baseball e la donazione di defibrillatori a strutture sportive, la “settimana dell’orgoglio rossoblù”, eventi culturali nelle principali città del centro nord e un convegno internazionale a Taranto.
Recentemente poi, la Fondazione ha compiuto un altro passo storico. Con una mossa che sembra non avere precedenti nemmeno all’estero, ha preso in gestione autonoma il settore giovanile del club. Un gesto in cui valore simbolico e obiettivi concreti a lungo termine si sposano alla perfezione. Una missione ambiziosa per questo manipolo di “pazzi per il Taranto”, che rubano tempo e soldi a lavoro e famiglie per inseguire un sogno comune di riscatto e giustizia, nel calcio e non solo.
Il primo campionato del Taranto dei tifosi è stato interlocutorio. Partenza difficile, figlia di una squadra assemblata in fretta e furia, finale in crescendo grazie ad alcune correzioni in corsa. Media spettatori al top della categoria e tutto sommato dignitosa in assoluto, considerando i miseri standard attuali, comunque non troppo diversa da quella di solo un anno fa, quando la squadra lottava per la B. Perché il piacere sta nel ritrovarsi, nel capire che in fondo non è tanto importante la categoria in cui gioca la tua squadra quanto la passione con cui la segui. E nel privilegio raro di poter tifare per i propri colori, non malgrado chi gestisce la società, ma a maggior ragione per loro. Perché fra “noi” e “loro” non c’è più differenza.

Con il Carpi nel segno di Iacovone

Articolo uscito sul Quotidiano di Puglia del 5 maggio.

Che playoff siano, dunque. Domenica ad Avellino, si concluderà una regular season che verrà ricordata a lungo, a prescindere dai verdetti finali che darà. Una tappa, quella irpina, importantissima. Dionigi e i suoi, c’è da esserne sicuri, la stanno preparando al meglio. La testa dei tifosi, però è già a ciò che succederà dopo.
Senza penalizzazioni si sarebbe a un passo dalla promozione diretta. Con il -7, per ora, ci si è guadagnati l’accesso agli spareggi finali. Resta da scoprire se li giocheremo da secondi o terzi classificati, e contro quali avversari.
E’ andata così anche quest’anno. Inutile, a questo punto, continuare a lambiccarsi fra rimpianti e recriminazioni. La somma di meriti e demeriti del Taranto (squadra e società) ha prodotto questo piazzamento. Ora la parola spetta solo al campo. E in un torneo pesantemente influenzato da fattori extracalcistici, sarà proprio il campo a determinare il giudizio finale su D’Addario. Chi vince, si sa, ha sempre ragione. Quanto ai vinti, guai a loro.
Nel frattempo i supporters si preparano all’ormai consueto dolce tormento di tarda primavera. I playoff, ancora loro. Del resto, che i tifosi tarantini siano nati per soffrire, lo sappiamo già da tempo. E quanto ci piace, soffrire tutti insieme, come è bello questo pathos che ci affratella. A patto, però, che questa sia la volta buona per il lieto fine. Ci sembra di essercela guadagnata, no?
La febbre, inesorabile, inizia a salire. Si consultano le agende, si blindano i weekend, si evitano come la peste gli improvvidi inviti a matrimoni e prime comunioni. Si elaborano le prime strategie di accaparramento biglietti, per uno stadio che, semivuoto per tutta la stagione, tornerà improvvisamente a essere troppo piccolo. Intanto i trasfertisti fanno il tagliando alla macchina e calcolano distanze chilometriche. In attesa di sapere quali avversari ci toccheranno in sorte, l’unica certezza è che si giocherà in stadi lillipuziani, quindi anche fuori casa la caccia ai biglietti sarà spietata. E proprio dal fronte stadi arriva l’ultima suggestione, quella che potrebbe dare a questa stagione indimenticabile un finale (e una finale) di quelli che neanche i romanzieri sarebbero in grado di immaginare. Il Carpi, che ha giocato tutto il campionato al “Giglio” di Reggio Emilia, per i playoff tornerà nel suo “Cabassi”, il piccolo impianto di cui si è appena conclusa la ristrutturazione. A Carpi c’è una delle piazze più belle e grandi d’Italia, e poi c’è Erasmo Iacovone. L’idolo rossoblu riposa nel cimitero cittadino, a poche centinaia di metri dallo stadio. Un confronto fra il Taranto e gli emiliani, vedrebbe i nostri giocare “in casa” entrambi gli incontri: a Taranto allo “Iacovone”, e a Carpi… da Iacovone. Se non è un segno del destino questo…

“Amiamoci e… partite”: nasce la Fondazione Taranto Erasmo Iacovone

Articolo apparso sul Quotidiano di Puglia il 27 marzo. L’illustrazione è di Alessandro Guido.

Niente di fatto, a Como, nel vero senso della parola: nessun risultato, tutto da rifare. Ma se gli 85 minuti di domenica restano sospesi nello strano limbo del non omologato, e se la società continua a tacere (ma visto quello che dice quando si decide a parlare – vedi vigilia di Taranto-Benevento – forse è meglio così), a gettare il sasso nello stagno sono ancora una volta i tifosi e gli appassionati, insomma, la gente.
La notizia è fresca fresca: si è costituita ieri la Fondazione Taranto Erasmo Iacovone, un’associazione a supporto della squadra di calcio cittadina e dei valori che questa veicola o potrebbe veicolare. In pratica la Fondazione vuole parlare con il Taranto, le istituzioni, gli imprenditori e chiunque voglia contribuire positivamente al calcio rossoblù. Un soggetto unico e forte che rappresenti le esigenze dei tifosi e che leghi il calcio ai valori etici, al senso di appartenenza e alla storia della città.
Dalle grandi manovre per eventuali cambi di mano alla guida del Taranto alla ristrutturazione dello stadio, passando per iniziative di sensibilizzazione nelle scuole, non c’è tematica calcistica in senso lato in cui la Fondazione non possa dire la sua. Un progetto ambizioso, la cui promettente base di partenza è la passione e la lucida follia che ha spinto diverse decine di persone a sostenere un significativo sforzo economico pur di figurare fra i soci fondatori. Fra questi, singolarmente o in forma associata, molti dei nomi noti del tifo organizzato tarantino, mentre la tessera numero uno spetta doverosamente a Paola Raisi Iacovone, nel segno di un ricordo e di una continuità che si è voluto ribadire già nel nome dell’ente.
La Fondazione Taranto Erasmo Iacovone è l’ultimo e più organico segno di quella tendenza che vede sempre più cittadini di Taranto decisi a scendere in campo in prima persona per decidere del destino del posto in cui vivono. E ancora una volta è il calcio il linguaggio comune attraverso cui si esprime questa voglia di riscatto. Una voglia che stride col perdurante immoblismo di altri settori, e con l’atteggiamento, ancora molto diffuso, di chi è in prima fila nel lamentare i problemi ma poi pretende che siano sempre altri a risolverli.
Per questo la nascita della Fondazione viene salutata con uno slogan, in cui il vecchio “Armiamoci e partite”, bandiera mai ammainata dello scaricabarile, diventa “Amiamoci e… partite”. Basta una erre in meno per cambiare il senso: “amiamoci” vuol dire rispettarsi, ascoltarsi, e amare la propria città, che poi significa amare se stessi. “Partite” va invece inteso nel senso di incontri di calcio. Perché alla fine, per assurdo che possa sembrare, è ciò che accade in quel rettangolo verde a regalare sogni, e a dare a tanta gente la forza per cercare di realizzarli. E prima o poi – non c’è infortunio dell’arbitro che tenga – i risultati arriveranno.

I “fantasmi” del Mazza

Articolo apparso il 17 gennaio sul Quotidiano di Puglia, a commento di Spal-Taranto del 15 gennaio.

“Il fantasma del Brianteo” è il titolo di un racconto apparso in Pallafatù – Il calcio visto da Taranto, fortunata antologia a fini benefici uscita nel 2005. In quelle pagine si raccontava di un incontro avvenuto sulle gradinate dello stadio di Monza in uno degli ultimi anni di permanenza in B. Erano anni in cui, a dispetto della categoria, le trasferte erano il più delle volte un affare per poche decine di appassionati. Fra questi, uno strano tipo che veniva da solo e non parlava con nessuno. E che in un freddo pomeriggio al Brianteo svelò la sua storia: viveva a Milano, non era mai stato a Taranto ma suo padre era di origini cataldiane. E tanto gli bastava per preferire le gesta di Muro e Lorenzo su palcoscenici di provincia a quelle di Van Basten o Matthaeus che all’epoca illuninavano la Scala del calcio nella sua Milano.
Domenica scorsa, in un freddo pomeriggio al Mazza di Ferrara, è accaduto qualcosa di simile. Fra i supporters rossoblu accorsi a sostenere la squadra, si celavano un ragazzino di Pieve di Cadore folgorato dal Taranto durante il ritiro estivo, e un uomo sui trentacinque, veronese doc, che già tempo fa al Bentegodi aveva stupito il pubblico di fede jonica sciorinando, col suo accento profondamente veneto, vita, morte e miracoli dei giocatori del Taranto. Per entrambi niente parenti o amici tarantini e nessun soggiorno sui due mari: la loro è una scelta pura, dettata dagli insondabili capricci del tifo.
I due “fantasmi”, fantasmi non sono: hanno nome e cognome e sono facilmente rintracciabili. E la loro storia, al contrario di quella del “predecessore” anni 90, diverte, fa piacere, ma in fondo non stupisce più di tanto i tifosi tarantini: del resto, sembrano dire i supporters, i nostri sono i colori più belli del mondo, cosa c’è di strano se facciamo proseliti anche fra i forestieri? Allo stesso modo si inizia a fare l’abitudine, pur riservandole ogni volta tutto il calore e gli onori che merita, anche alla presenza sugli spalti di Paola Raisi Iacovone, ormai alla terza trasferta e definitivamente contagiata dal virus del tifo rossoblu, l’unica “malattia” che scalda il cuore.
Un’ altra differenza coi tempi del Brianteo: allora il Taranto era fra i cadetti, ma a Monza c’erano quattro gatti; oggi si naviga in terza serie, ma a Ferrara eravamo in seicento. Il racconto di Pallafatù parlava dell’anonimo milanese come di un fantasma che vaga nella memoria, e si chiudeva con queste parole: “Il fantasma del Taranto in B, e di un pezzo della nostra vita. Chissà, un giorno…” Chissà, ripetiamo adesso, magari quel giorno non è più tanto lontano…

Emozioni calcistiche sul Quotidiano

Sul Quotidiano dell’11 ottobre Giuliano racconta una giornata calcistica molto particolare, fra celebrazioni di eterni idoli e vecchietti mischiati agli ultrà. Il titolo è “Tu chiamale se vuoi…”

E pensare che c’è ancora chi sostiene che il calcio sia solo un gioco. Oppure, con più sarcasmo, che si tratti semplicemente di “ventidue uomini in mutande che corrono dietro a un pallone”. Provino a spiegarlo ai seicento tarantini che l’altro ieri, da mezza Italia, si sono riversati al Giglio di Reggio Emilia. E in un solo pomeriggio hanno provato sensazioni che a volte non basta un anno.
Intorno e dentro lo stadio solo vessilli rossoblu. Sembra di giocare in casa, anche perché fra chi ci ospita c’è qualcuno che ci vuole bene. Loro due, ad esempio: Paola e Rosy, al centro del campo per ritirare una targa commemorativa. La moglie e la figlia di Iacovone. Sulla tomba di Erasmo per tutto il weekend si è svolto un composto pellegrinaggio. In questa venerazione che non finisce mai c’è tutto: la passione, il bisogno di simboli, il ricordo mai sbiadito di un ragazzo, prima che di un calciatore. “La nostra piccola Superga”: di lutti il calcio ne ha conosciuti tanti, ma solo al Taranto è capitato di perdere il miglior giocatore nel momento più alto della propria storia calcistica.
“Iacovone-alè-alè”, “Iacovone unica bandiera”: si alzano i cori di sempre; sugli spalti corrono brividi e il venticello fresco di questo autunno che alla fine è arrivato non c’entra proprio niente.
Ma chi è quella coppia di signori anziani, proprio al centro della “Torcida” tarantina? L’arcano si scioglie verso la metà del primo tempo, con una voce che si propaga di bocca in bocca a tutto il settore: sono i genitori di Dionigi! Eccoli, gli altri padroni di casa che ci vogliono bene. Che i parenti del Mister sarebbero stati allo stadio era cosa nota. Che abbiano scelto di mischiarsi alla scamunera cozzarula, questa invece sì che è una sorpresa. Che merita un ringraziamento: i capi del tifo abbandonano per un attimo i “Rossoblù alè” e i “Ci no’ zumpa…” per chiamare l’applauso in stile ricevimento di matrimonio. Coerentemente, la folla, fra i battimani, urla “ba-cio, ba-cio!”, e la signora Maria e il signor Eugenio non si fanno pregare per esaudire la richiesta.
Nell’intervallo il settore rossoblu è scosso da un altro fremito: Rosy e Paola sono venute a salutare. Mora una, bionda l’altra, entrambe belle. Rosy sorride, e canta coi tifosi i cori che riprendono ad alzarsi, insieme agli applausi scroscianti. Per lei, che trentatrè anni fa ancora non c’era, oggi è tutta una questione di gioia e orgoglio. Paola invece è seria, forte e dignitosa: solleva la sciarpa con quell’espressione che ormai le conosciamo. In lei gioia e orgoglio si mischiano al dolore e al rimpianto.
“Paola Raisi una di noi!” si canta. Più avanti, dopo l’espulsione, anche “Dionigi uno di noi!”. Grazie a entrambi. Ma al di là di tutto, la cosa più bella del pomeriggio è proprio sentirsi parte di un “noi”.
La partita è adrenalina pura. Guazzo, Di Deo e tutti gli altri fanno vibrare i cuori dei supporter ionici, che si danno i pizzicotti per convincersi che è tutto vero. Fino alla fine, quando squadra e tifosi si guardano allo specchio, trovandosi reciprocamente bellissimi.
“Vi Vogliamo così” urlano i tifosi ai giocatori.
“Vi vogliamo così” rispondono i giocatori ai tifosi.
…Emozioni.