Mercoledì 9 aprile Giuliano parteciperà a una serata di presentazione del blog Inchiostro di Puglia insieme agli scrittori Giuliana Altamura e Fernando Coratelli, e con l’intervento di Azzurra Scattarella. L’appuntamento è alle 19 presso la sede dell’Associazione Regionale Pugliesi, in via Calvi 29 (zona V Giornate) a Milano. La pagina facebook dell’evento.
Emergenza occupazione: il commento
Il commento, pubblicato sul Quotidiano di Taranto del 1° aprile, sulle vertenze lavorative e sulla disoccupazione a Taranto.
Ora che la crisi è arrivata dappertutto, si dice che a reagire meglio siano le zone che in crisi erano già da un pezzo, perché dotate di “anticorpi”. Fosse davvero così, Taranto sarebbe in una botte di ferro. Ma in buona parte è solo una bugia pietosa. Le vacche grasse del passato, per chi le ha avute, servono ancora da riserva e da ammortizzatore. A chi invece aveva già toccato il fondo, ora non resta che scavare.
Taranto poi, come spesso succede, fa storia a sé. Industria di stato e Marina Militare: in una città di stipendiati, il dilagare di disoccupazione e precariato è qualcosa di particolarmente spiazzante. Le vertenze sindacali e i sit in, pur sacrosanti, sono battaglie di retroguardia, buone solo per cercare di limitare i danni in attesa che quel modo di lavorare, nel giro di poche generazioni, scompaia del tutto. Prima se ne prende atto, meglio sarà, e per fortuna anche da queste parti qualcuno sta iniziando ad accorgersene.
Certo non saranno le lettere a Renzi, o a chiunque altro in sua vece, a tirarci fuori dai guai. Quelle sono solo la dimostrazione di come ancora sopravviva una certa mentalità assistenzialistica che identifica il potere con le persone che lo gestiscono. La stessa mentalità che porta tanti disoccupati tarantini – pur meritevoli di solidarietà – a chiedere aiuto (o elemosina) al sindaco e non ai servizi per l’impiego, evidentemente sconosciuti o ritenuti inutili.
Ma forse quella bugia pietosa che vorrebbe le aree povere più attrezzate delle altre a fare fronte alla crisi ha un fondo di verità. Un milanese che si trovasse a vivere a Taranto, o in Puglia, resterebbe sorpreso dal rapporto che qui si ha coi soldi. Sconcertato da come, anche in situazioni prettamente lavorative, spesso si dimentichi (per nobiltà d’animo o per sciatteria) che lo scopo ultimo dell’attività è il guadagno. Ma anche affascinato, forse commosso, dal modo in cui chiunque – fosse anche uno che porta a casa duecento euro al mese o un disoccupato – se gli stai simpatico insista per offrirti un caffè, una pizza, una cena.
Il fatto è che, come ha detto il regista salentino Edoardo Winspeare in una recente intervista a Vanity Fair, “qui nessuno ha soldi ma nessuno parla di soldi”. Il suo film “In grazia di Dio” racconta di alcune donne che reagiscono alla congiuntura economica negativa reinventandosi contadine, e barattando il prodotto del loro lavoro con altri beni di prima necessità. La piccola grande lezione di questa storia non sta tanto nelle teorie della decrescita felice e nel ritorno alla terra, concetti che portati all’eccesso rischiano di diventare stucchevoli cliché pauperisti. La lezione sta piuttosto nella la forza di volontà delle persone, soprattutto di quelle più umili, l’abitudine a soffrire e a cambiare rapidamente i propri orizzonti. Soprattutto, il poter attingere, come estrema risorsa a quella che dovrebbe essere la prima, di risorsa: l’umanità e la capacità di aiutarsi a vicenda. Una risorsa, almeno questa, di cui al sud siamo – o eravamo? – molto ricchi.
“Sorso di scrittura”: minicorso a Taranto, 11 e 12 aprile
Venerdì 11 e sabato 12 aprile Lucia Tilde Ingrosso e Giuliano terranno alla libreria Gilgamesh di Taranto un minicorso dal titolo “Sorso di scrittura. Dalla lista della spesa al romanzo della vita: un assaggio di tutto quello che si può ottenere scrivendo bene”.
In due incontri di due ore ciascuno si esploreranno in modo vivace e divertente i principali aspetti della scrittura creativa, lavorativa e personale, dalla scelta dei mezzi e dei linguaggi più adatti fino alla capacità di vendere, convincere e affascinare attraverso la scrittura.
Gli incontri si terranno dalle 18 alle 20 presso la libreria Gilgamesh in via Oberdan 45 a Taranto.
La quota di partecipazione è di 40 euro.
Il corso è a numero chiuso e partirà previa adesione di un minimo di 8 iscritti.
Chi è interessato a partecipare deve dare conferma entro il 1° aprile chiamando la libreria Gilgamesh allo 099 4538199 oppure contattando la titolare Miriam Putignano su Facebook.
Clicca qui per l’evento su Facebook.
Lucia Tilde Ingrosso e Giuliano Pavone, entrambi giornalisti e scrittori, scrivono per vivere e vivono per scrivere. Uniti eternamente nella vita e occasionalmente anche nei progetti editoriali, tra i quali ricordiamo 101 cose da fare durante la gravidanza e prima di diventare genitori (Newton Compton). Attualmente Lucia lavora per “Millionaire” e pubblica romanzi da Feltrinelli e Piemme, mentre Giuliano è uscito con suoi titoli per Rizzoli, Newton Compton e Marsilio.
Le esperienze professionali li hanno portati ad acquisire competenze nella progettazione, nella formazione, nel marketing, nelle tecniche di ricerca del lavoro e nel linguaggio dei nuovi media.
L’intervista per Puglialibre
Clicca qui per leggere l’intervista che Azzurra Scattarella ha fatto a Giuliano, pubblicata sul sito Puglialibre.
“In grazia di Dio”: la prima nazionale
Il commento di Giuliano alla prima nazionale di “In grazia di Dio”, il 24 marzo al cinema Anteo di Milano. Pubblicato sul Quotidiano di Puglia del 26 marzo.
Fosse stato in Arabo anziché in Salentino, l’avrebbero visto nello stesso modo. I milanesi accorsi l’altro ieri alla prima nazionale di “In grazia di Dio” si sono affidati ai sottotitoli in Italiano senza alcuna esitazione. Troppo stretto il dialetto del Capo, troppo lontano da qualsiasi appiglio noto. Perché se il Salento a Milano è popolare, il Salento popolare – e non “etnochic” – lo è molto meno. Di solito nei film ci si ferma a un simpatico accento edulcorato. Magari anche barese, in ossequio a quella visione massimalista della Puglia come cartolina del Salento popolata da imitatori di Lino Banfi. Chissà, forse è proprio per stigmatizzare questo andazzo che Edoardo Winspeare fa recitare la prima battuta del suo film a un venditore ambulante barese.
Nella prima proiezione di “In grazia di Dio” non riservata alla stampa, il pubblico si è dimostrato più attento e sensibile di quanto non lo siano mediamente i giornalisti. Un po’ perché di pubblico invitato si trattava, e quindi almeno in parte “amico” del film. Ma – è sembrato – soprattutto perché il film ha conquistato quel pubblico a poco a poco, con gentilezza. Nella sala gremita si è celebrata un’affinità fra diversi: da una parte la “gente da Anteo” (il cinema in cui la proiezione ha avuto luogo, tempio di una certa borghesia illuminata e radical chic meneghina), dall’altra quel fascinoso regista – baffuto come sempre, pettinato come mai, un po’ nobile e un po’ contadino – che con disinvolto candore quasi giustificava la propria eleganza: “Di solito non mi metto la cravatta, ma sapendo che mi avrebbe presentato Paolo Mereghetti non potevo farne a meno”.
Si spengono le luci. La pellicola inizia con tre inquadrature in successione di un placido paesaggio rurale del Salento. In sala si sentono sospiri di approvazione. Quasi dei mugolii, che ritornano con le vedute più suggestive, quando ad esempio la macchina da presa si alza rapida lasciando che gli ulivi svelino il mare. È la Puglia rassicurante, quella più simile a un immaginario da turismo di charme. Ma poi Winspeare mostra anche le asperità, quelle naturali e quelle umane. Amalgama il bello e il brutto, i buoni e i cattivi in un unico impasto. E per una volta il Salento, la Puglia, il Sud, non restano schiacciati in uno dei due modelli opposti – paradiso terrestre o luogo del degrado – ma respirano in una tridimensionalità che è insieme realistica e poetica. Una ricchezza di sfumature che toglie la voglia di giudizi frettolosi e definitivi. La platea sospira, ride quando c’è da ridere e piange di nascosto quando non se ne può fare a meno. Ma per il resto rimane in silenzio, come sospesa. Sorpresa e affascinata da un Salento altro. In grazia di Dio, si potrebbe dire. Resta zitta e accetta di buon grado anche la rappresentazione dei milanesi, affidata a un uomo ricco e dai modi affettati che incassa con malcelata incredulità il rifiuto che due donne – pur in difficoltà economiche – oppongono alla sua offerta di acquistare il loro appezzamento. “Qua non è tutto in vendita” dice la più anziana. Allo scorrere dei titoli di coda i milanesi applaudono convinti.
Caffè & Pelé n. 6
Nel nuovo numero della rubrica calcistica di Giuliano (clicca qui), tra l’altro il cappotto di Mourinho ad Arsene Wenger, i dolori di Mazzarri beffato al 90′ e i paradossi del Napoli di Benitez, che vince quando gioca male e perde quando gioca bene.
L’intervista a Tommaso Pellizzari
Un giornalista usa il denaro di una vincita al Superenalotto per fondare un movimento politico il cui scopo ultimo è l’estinzione del genere umano. È lo spunto iniziale di “Movimento per la Disperazione” (Baldini&Castoldi, 208 pagine, 14,90 euro), insolito e notevole romanzo di Tommaso Pellizzari. Clicca qui per leggere l’intervista sul Quotidiano di Puglia.
Caffè & Pelé n. 5
Clicca qui per leggere il quinto numero della rubrica calcistica Caffè & Pelé. Questa settimana fra l’altro si parla di patriottismo nelle coppe europee per club, della psicologia di Antonio Conte, del Milan affossato dagli ex rossoneri Cassano e Donadoni, dello strano momento vissuto da Lionel Messi.
Scrivere bene per lavoro, business e crescita personale: a maggio a Milano la prima edizione del corso
Si terrà a Milano dal 13 al 29 maggio la prima edizione del corso “Scrivere bene per lavoro, business e crescita personale. Dal tweet al comunicato stampa, dal curriculum alla brochure: come raggiungere i propri obiettivi con la scrittura“, tenuto da Lucia Tilde Ingrosso e da Giuliano. Il corso si terrà nell’ambito di “Bottega di narrazione”, un’iniziativa dell’editore Laurana, e si articolerà in tre moduli frequentabili indipendentemente: “Comunicare al lavoro”, “Self marketing” e “Stendere testi complessi”. Maggiori informazioni sul sito di “Bottega di narrazione”.
L’intervista a Sergio Caputo
Il testo dell’intervista a Sergio Caputo, pubblicata sul Quotidiano di Puglia di lunedì 10 marzo.
Album, libro, tournée. Sergio Caputo ha fatto le cose in grande per celebrare il trentennale (1983-2013) del suo album d’esordio, “Un sabato italiano”. Le canzoni del celebre disco sono state incise nuovamente, in versione più jazz, con l’aggiunta di due brani inediti, dando vita a un CD dal titolo “Un sabato italiano 30”. L’operazione revival si arricchisce poi di un libro, “Un sabato italiano memories” (Mondadori, prefazione di Carlo Massarini), in cui si racconta il “making of” delle canzoni e più in generale si rievocano le atmosfere e il periodo in cui sono nate. Infine, un tour teatrale sta attraversando l’Italia, con l’aggiunta in progress di nuove date e la promessa di un’appendice estiva.
Sergio Caputo, sono passati trent’anni da “Un sabato italiano”. Cosa è cambiato nel frattempo?
Il cambiamento più grande è stato quello tecnologico. Negli anni 80 c’erano già i primi computer ma nessuno pensava che potessero incidere così a fondo nelle nostre vite. Ma al di là di questo, trovo che l’Italia non sia molto cambiata da allora, né dal punto di vista del costume né da quello di una modernizzazione autentica e strutturale: siamo ancora fermi al pollaio politico giornaliero.
I primi 80 sono stati anni un po’ magmatici, di passaggio e trasformazione…
Musicalmente sono stati spesso criticati – soprattutto da chi è rimasto molto legato agli anni 70 – ma a sproposito, perché molto di ciò che ascoltiamo ora è nato proprio in quel periodo. Nel libro sono molto critico con gli anni 70 italiani, perché proprio mentre nel resto del mondo si godeva della musica migliore di sempre, qui ci si sparava e sprangava per le strade. E’ stato un vero furto generazionale. Anche musicalmente, il dogma dell’impegno esisteva solo da noi: nessuno ha mai detto a Neil Young che doveva cantare cose sociopolitiche. La musica come arte secondo me ha la missione di far stare bene la gente.
Cosa significa questo trentennale per “Un sabato italiano”?
Significa essersi resi conto che un album che avevo scritto trent’anni fa è diventato un classico: ha superato la barriera del tempo e toccato nuove generazioni. Da qui la necessità di inciderlo in un modo che possa farlo durare anche altri cinquant’anni. Anche perché né i testi né le musiche di quel disco sono legati a un periodo particolare, e solo gli arrangiamenti – con l’uso dei sintetizzatori applicato al jazz e allo swing – risentivano della moda dell’epoca e necessitavano di un aggiornamento.
Il remake è anche un modo di riappacificarsi con il Caputo classico, quello che nelle fasi successive della tua carriera sembravi volerti scrollare di dosso?
C’era un po’ di insofferenza per la gabbia in cui mi stavano rinchiudendo. Ma ho sempre inseguito il mio istinto, non ho mai fatto niente programmaticamente. A un certo punto ho sentito di voler andare in direzioni diverse e sono contento di averlo fatto, perché se avessi continuato a incidere sempre lo stesso album ora non sarei qui a fare concerti coi teatri pieni e i ragazzi che conoscono i miei testi a memoria.
Come si trova un musicista che ha sempre giocato con le parole nel ruolo di scrittore?
Molto bene. Mi piace il fatto di non essere vincolato, come nelle canzoni, dalla metrica, dalle rime e dalla durata. E poi, il ruolo di musicista impone relazioni sociali, tour, interviste… Invece i libri li puoi scrivere da solo, a casa tua, senza neanche vestirti, magari nella vasca da bagno. Scrivere libri per me è un grande piacere, e credo che sia una dimensione che porterò avanti.
Anche perché, se il mercato editoriale è in crisi, quello musicale lo è anche di più…
Soprattutto in Italia la musica sta vivendo un momento complicato, perché le danno sempre meno spazio. Negli Stati Uniti ci sono le stazioni radio dedicate a un genere musicale, qui invece può capitare di sentire in sequenza Bowie, la Zanicchi e – più raramente, perché non mi hanno mai passato molto – Caputo. Per promuovere in tv libro e album sono dovuto andare a “La prova del cuoco”, dove peraltro non ero fuori luogo perché sono uno chef, ma questo è un altro discorso.
Caffè & Pelé n. 4
Clicca qui per leggere il nuovo numero di Caffè & Pelé. Questa settimana Giuliano ha parlato della conclamata inferiorità dell’Italia rispetto alle nazionali più forti del momento, del portiere emergente Simone Scuffet, della contestazione anti-Lotito e del calo degli spettatori negli stadi italiani, della carriera di Antonio Di Natale e del rapporto del regista Paolo Sorrentino con il calcio.
Sprusciàno rivive nel romanzo di Tommaso Pellizzari
Sprusciàno, l’immaginario paese della bassa Puglia in cui Giuliano ha ambientato il suo ultimo romanzo “13 sotto il lenzuolo”, viene nominato – in una sorta di scherzosa citazione – nel recente romanzo di Tommaso Pellizzari, dal titolo “Movimento per la disperazione“, edito da Baldini e Castoldi.
L’opera di Pellizzari narra di un giornalista che investe i milioni vinti al Superenalotto nella fondazione del Movimento per la disperazione, un partito anticonvenzionale il cui scopo ultimo è l’estinzione del genere umano. Il romanzo è concepito come una sequenza di reperti (stralci di conversazioni in chat, intercettazioni telefoniche, articoli di giornale…). In uno di questi, la registrazione di un notiziario radiofonico, Sprusciàno viene citata come un paese non distante da Taranto in cui una partita di calcio dilettantistico è stata interrotta in seguito alle intemperanze dei tifosi.
Caffè & Pelé n. 3
Clicca qui per leggere il terzo numero di Caffè & Pelé, la rubrica settimanale sul calcio curata da Giuliano per il sito MixerPlanet. In questo numero, la bravura, a volte irritante, di Cristiano Ronaldo, la sfida europea fra Fiorentina e Juventus, i marcatori insoliti della Serie A, l’espulsione da record (o quasi) di Domenico Berardi e il ruolo marginale svolto da Milan e Inter in questa stagione.
Caffè & Pelé n.2
Clicca qui per leggere il secondo numero di Caffè e Pelé, la rubrica curata da Giuliano sul sito Mixerplanet.com. In questo numero, fra l’altro: la fusione, ventilata da qualcuno, fra Milan e Inter, il digiuno in Europa di Tevez e i Supperters Trust come possibile salvezza per il calcio italiano.
Caffè & Pelé n.1
Clicca qui per leggere il primo numero di “Caffè & Pelé”, la nuova rubrica settimanale sul calcio di Giuliano.
Le Officine Tarantine e la Taranto che cambia
Commento pubblicato in prima pagina sul Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto.
L’immagine più forte del tentativo di sgombero delle Officine Tarantine non è stata la contrapposizione fra forze dell’ordine e occupanti – uno scenario già visto tante volte – ma l’assembramento di cittadini che fuori dai cancelli manifestavano il proprio dissenso nei confronti dell’azione di forza. Considerando il numero e la tipologia (eterogenea e “normale”) delle persone che si sono radunate in fondo a Via Di Palma, questa può essere considerata una novità per Taranto. Segno – uno dei tanti – che negli ultimi tempi parecchie cose stanno cambiando in questa città.
Le opinioni su occupazioni e sgomberi sono le più varie, e dipendono dalla visione della società che ciascun cittadino coltiva. Ma il fatto è che, nel caso specifico, la maggior parte dei tarantini – non solo quelli che sono scesi in strada e hanno partecipato all’assemblea – sembra essere convinta che Taranto da un allontanamento degli occupanti avrebbe tutto da perdere. Merito dei ragazzi delle Officine, che in pochi mesi hanno fatto rivivere un posto abbandonato da tempo immemorabile e hanno cercato di portarci dentro la gamma più ampia possibile di cittadini, senza apparire mai estremisti o settari. Demerito delle istituzioni, il cui operato e la cui mentalità giustificano l’opinione generalizzata per cui, se i Baraccamenti Cattolica dovessero tornare nelle loro mani, finirebbero nuovamente abbandonati per lungo tempo. O – peggio ancora – sarebbero oggetto di scempi, speculazioni, operazioni fallimentari.
Benché motivata dai fatti, la sfiducia verso le istituzioni non è mai un buon segno. Così come non è un buon segno – lo si è già scritto altre volte – l’impossibilità di dialogo fra le stesse istituzioni e la società civile, un’impossibilità di cui la questione Baraccamenti è solo l’ultimo, eclatante esempio. Pur con tutte le difficoltà del caso, in altre città i centri di potere e i “cittadini attivi” lavorano su un terreno comune. A Taranto, non solo ciò non accade, ma sembra che questa prospettiva non interessi a nessuna delle due parti. “Dall’alto” il coinvolgimento dei cittadini viene visto più come un fastidio che come un’opportunità. “Dal basso” ormai si è abituati a pensare che nulla di buono possa arrivare da chi ci governa e che conviene agire per conto proprio. Non è chiaro come vadano divise le colpe di questa incomunicabilità. Ciò che invece appare del tutto evidente è quale delle due parti, in questo momento, sia più attiva, vivace e vicina ai bisogni della gente.
Caffè & Pelé: dal 18 febbraio una nuova rubrica settimanale sul calcio
Il 18 febbraio sarà online sul sito MixerPlanet il primo numero di Caffè Pelé, rubrica settimanale sul calcio a cura di Giuliano.
Ogni giorno sui banchi dei bar di tutta Italia, insieme a caffè, cappuccini e brioches, vengono servite e consumate discussioni calcistiche in grande quantità. Sono le classiche chiacchiere da bar che – depurate dalle polemiche sterili e dal chiacchiericcio fine a se stesso – sprigionano l’aroma migliore del calcio e dello stare insieme. Tolto il rumore di fondo, restano i commenti sui gesti tecnici, lo sfottò intelligente, l’amarcord, l’ironia, il romanticismo e qualche spunto di riflessione che a volte fa sì che parlando di calcio si finisca per capire anche qualcosa della vita.
Caffè Pelé, rubrica a lenta decantazione ma di facile consumo, distillerà la settimana calcistica in cinque brevi punti, parlando in libertà e con scanzonata leggerezza dei temi più discussi e di qualche curiosità da intenditori. Senza cadute di stile e senza snobismi. Proprio come nelle migliori chiacchiere da bar.
13 sotto il lenzuolo: venerdì 21 reading musicale a Cernusco
Venerdì 21 febbraio Giuliano e l’organettista Tommaso Massarelli saranno a Cernusco sul Naviglio (MI) per un nuovo, scoppiettante reading musicale ispirato a “13 sotto il lenzuolo” (ma anche a “L’eroe dei due mari”).
Lo spettacolo si tiene nell’ambito della rassegna “Trame in circolo“, organizzata dall’Associazione “Talenti in circolo“.
Appuntamento venerdì 21 febbraio alle ore 21 presso La Filanda, in via Pietro da Cernusco 2 a Cernusco sul Naviglio.
Clicca qui per l’evento su Facebook.
Se Taranto è unica lo deve alla sua città vecchia
Commento pubblicato sul Quotidiano di Puglia del 9 febbraio.
Se si dice a un forestiero che Taranto è una città diversa da tutte le altre, si rischia di passare per campanilisti e provinciali. Ma a supporto di questa tesi, le argomentazioni sono parecchie. E la maggior parte di esse ha a che fare con la Città Vecchia.
Sono poche le città il cui centro storico è un’isola, e ancora meno (ammesso che ce ne siano altre), quelle in cui l’isola è adagiata fra due mari separati e comunicanti.
A Taranto, poi, il centro storico e il “centro” inteso come cuore commerciale e sociale non coincidono. Al contrario, sono separati anche fisicamente dall’acqua, e tenuti insieme solo da un ponte che si apre e si chiude, quasi a voler sottolineare quanto labile sia il legame fra le due sponde. L’isola che ha vissuto per secoli chiusa, fortificata, è cresciuta su se stessa, sviluppando una conformazione urbanistica e sociale del tutto particolare, completamente diversa dal circondario. Ma, cadute le servitù militari che vietavano di costruire fuori dall’isola, Taranto è fatalmente fuggita da se stessa e per molti versi non è più tornata.
E qui iniziano i problemi. Perché il fatto che la vita cittadina si sia spostata in buona parte altrove, ha sì preservato l’autenticità dell’Isola, ma ne ha anche determinato l’inesorabile abbandono. Anche il centro storico di Genova, per dirne una, ha versato a lungo in uno stato di degrado. Ma era lì, incastonato nel resto della città: non si poteva dimenticarlo o far finta che non esistesse. Così si è proceduto al suo progressivo recupero. Taranto vecchia, invece, no. Taranto vecchia langue ancora, benché negli ultimi anni diverse cose siano cambiate.
I due principali interventi di risanamento di Taranto vecchia (il Piano Blandino – più sostanziale – negli anni 70 e Urban – più “cosmetico” – ai tempi della Di Bello) hanno mostrato un limite in comune: prevedere una riqualificazione solo architettonica e non anche sociale (sebbene Urban, sulla carta, prevedesse anche quest’ultima). Oggi, in un certo senso, si sta verificando il problema contrario: al progressivo fiorire di attività (eventi, associazioni, centri culturali, caffè letterari, negozi, alberghi, ristoranti, il piccolo indotto dell’Università) fa da contraltare l’allarmante sgretolamento del patrimonio architettonico. Come se, ora che “dal basso” si saprebbe cosa fare e si ha voglia di farlo, “dall’alto” (leggi: istituzioni) non si sia più in grado o non si abbia la reale intenzione di preservare questo fondamentale bene comune.
Eppure è così chiaro, soprattutto in un momento storico in cui la città deve – che lo voglia o no – ripensarsi profondamente. E in cui si parla di “adozioni” e piani speciali di rilancio. Molto del destino di Taranto passa ancora dal suo passato, dalla sua culla millenaria: la Città vecchia. Chi non sa prendersi cura della propria storia, e della propria identità, difficilmente ha gli strumenti per costruire il suo futuro. Per questo, a ogni nuovo crollo nell’Isola, insieme a muri o edifici fatiscenti, sembra venire giù anche un pezzo di speranza.
“La gente che sta bene” (e “Il capitale umano”): il commento e le interviste
Il commento di Giuliano sui film “La gente che sta bene” e “Il capitale umano”, e le interviste a Claudio Bisio, Francesco Patierno e Federico Baccomo, rispettivamente attore, regista e sceneggiatore di “La gente che sta bene”. Pubblicati sul Quotidiano di Puglia.
Un uomo ricco e di successo frequenta un uomo molto ricco e molto di successo sperando di diventare come lui. Per inseguire il suo sogno di affermazione, trascura i veri valori della vita, compresi gli affetti: la partner che sul più bello si scopre incinta e la figlia in piena crisi adolescenziale. A un passo dalla meta qualcosa va storto e il “ricco aspirante ricchissimo” si vede cadere il mondo addosso. Un tragico incidente stradale spariglierà definitivamente le carte e – fra figli maschi oppressi dalle troppe aspettative, amanti che nascondono cicatrici sui polsi e personaggi seduti nella doccia immobili e cogli occhi sbarrati – le cose si risolvono, anche se non nel modo inizialmente immaginato.
Avete appena letto la trama non di uno ma di due film italiani attualmente in programmazione nelle sale: “Il capitale umano” di Paolo Virzì e “La gente che sta bene” di Francesco Patierno. Posto che nessuno ha copiato da nessuno (le due pellicole fra l’altro sono tratte da libri: “Il capitale umano”, liberamente, da “Human capital” di Stephen Amidon; “La gente che sta bene” dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo), i punti in comune nella storia raccontata dai due film sono davvero tanti, sia nelle linee generali che nei dettagli, e non può essere una pura coincidenza. Prima possibile spiegazione: una certa autoreferenzialità e mancanza di fantasia del cinema italiano, simboleggiata per esempio dal fatto che unendo i due cast si ricompone pressoché al completo la famigerata (e simpaticissima, va detto) “Banda Salvatores”: da una parte Claudio Bisio, Diego Abatantuono e Claudio Bigagli; dall’altra Fabrizio Bentivoglio e Gigio Alberti. Una banda, si noti, anagraficamente più vecchia dei due registi. Seconda possibile spiegazione: a volte certi concetti galleggiano nell’aria e può capitare che due buoni film, efficaci nel raccontare lo spirito dei tempi, si concentrino sullo stesso tema. Che non è (solo) l’arroganza di certi ricchi che si fa beffe degli affanni dei comuni mortali, ma – più sottilmente – l’insensatezza di uno stile di vita basato esclusivamente sulle ambizioni materiali, ambizioni che peraltro oggi sono alla portata di sempre meno persone.
Se si somigliano nelle trame, i due film però differiscono molto tra loro sotto altri aspetti. Lo stile narrativo, per esempio. “La gente che sta bene” ha un’ispirazione televisiva (ma non suoni come una diminutio: i modelli sono le migliori serie tv americane, non certo alcune tristemente note fiction nostrane) che lo porta a concentrarsi sull’approfondimento dei personaggi e sulla creazione di un mood peculiare, fatto di umorismo acido e un tocco di surreale. “Il capitale umano” è invece più compiutamente cinematografico, prendendo dalla settima arte il respiro, i tempi, la varietà di stili, le tecniche narrative e anche qualche cliché. L’altra differenza sta nel finale: in uno (non diciamo quale) assistiamo a una redenzione un po’ buonista, sebbene parziale e per certi versi beffarda; nell’altro si fanno i conti con l’amara constatazione che c’è chi cade sempre in piedi e chi invece finisce per pagare, anche per colpe non sue.
“La gente che sta bene”, diretto da Francesco Patierno, con protagonista Claudio Bisio, affiancato da Diego Abatantuono, Margherita Buy e Jennipher Rodriguez, è basato sul secondo romanzo del trentacinquenne milanese Federico Baccomo, che racconta, alternando ironia e toni drammatici, di un manager di successo che viene improvvisamente licenziato in una Milano preda della crisi economica e finanziaria, e dei suoi tentativi sempre più spregiudicati di tornare in vetta.
“Il tema forte del film” spiega il regista Patierno, “è la responsabilità delle proprie azioni. Il protagonista Umberto Durloni inizialmente non si preoccupa del proprio operato, ma poi, quando ne tocca con mano le conseguenze, entra in crisi. Cerco di raccontare storie che siano soprattutto storie di personaggi, con dialoghi molto lunghi come accade in serie tv anglosassoni come ‘Madman’, “Dexter’ o ‘The office’. Il film è girato soprattutto in interni, ma nei pochi esterni Milano appare come una città che si sta costruendo, piena di gru, con uno skyline ancora non definito”.
“Di Milano mi piace raccontare l’aspetto della perdizione, che però è solo uno dei lati della città” sostiene Federico Baccomo, che del film è co-sceneggiatore. “Le vicende di ‘La gente che sta bene’ potrebbero svolgersi ovunque, per esempio negli Stati Uniti ma ci sono dei dettagli tipicamente italiani. Il sogno americano è farcela, arrivare; quello italiano è invece stare a galla, cavarsela. In fondo Umberto non vuole stare bene, ma vuole convincerti che lui sta bene, il che è molto italiano”.
“Mi viene in mente il film ‘Diario di una schizofrenica’” aggiunge Claudio Bisio, “in cui la protagonista continua a ripetere ‘Io sto bene, tu come stai?’ ma si vede che non sta bene affatto. Del libro di Federico ho apprezzato la comicità arguta e pungente, molto anglosassone, che mi ha ricordato quella di Walter Fontana. Quanto al lavoro sul set, è stato uno dei pochi film in cui ho rispettato la sceneggiatura così tanto. Io sono abituato a parafrasare la parte, per renderla più adatta a me, ma in questo caso non funzionava: le parole scritte nella sceneggiatura erano sempre le più giuste. Unica eccezione: le scene con Diego Abatantuono, con cui ci siamo presi delle libertà, forti di una consolidata intesa comica. C’è poi addirittura una scena ‘rubata’ tra la gente: quando arrivo a Berlino, scendo dal taxi e saluto tutti con un cordiale ‘scheisse!’, che in realtà vuol dire ‘merda’. Il tedesco che mi risponde insultandomi non è un attore ma un ignaro passante!”
