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La recensione di “Woody” di Federico Baccomo

woodyEcco la recensione del romanzo breve “Woody” di Federico Baccomo, apparsa sul Quotidiano di Puglia.

Dopo i corrosivi romanzi “Studio illegale”, “La gente che sta bene” e “Peep Show” (tutti e tre pubblicati da Marsilio, dai primi due sono stati tratti film), Federico Baccomo cambia genere e in “Woody” (Giunti, 91 pagine) racconta con levità la storia di un cane finito nella gabbia di un canile, e delle circostanze che l’hanno portato lì. L’io narrante è il cane stesso, Woody, e il gioco è quindi quello di far parlare chi non ha voce, svelando un punto di vista candido e “altro” sulla realtà.
In questi casi, all’autore si pone subito il problema del linguaggio da adottare. Come fare esprimere pensieri complessi a una mente semplice? Come creare uno stile che sia sì originale ma che al contempo alla lunga non stanchi? Baccomo risolve il dilemma adottando una lingua piana, condita da piccole imprecisioni, avara di articoli e preposizioni come quella di certi immigrati dell’Est, e in cui Woody parla di se stesso alla terza persona (perché sono gli altri a dargli coscienza di sé, ed è dagli altri che prende anche in prestito le parole). Ma il colpo di genio sta nell’uso che l’autore fa dei due punti. Un uso smodato, creativo, volutamente improprio. Due punti frequentissimi, che ricorrono anche più volte nella stessa frase: “Ecco, Padrona: raccoglie bisogni di Woody e mette tutti dentro sacchettino! Woody: giura! Difficile credere ma: verissimo! Padrona: mette bisogni di Woody dentro sacchettino come se sono oggetti preziosi tipo: osso, e poi custodisce sacchettini in tante scatole chiamate: Appositi Cestini. Bisogni di Padrona invece: sempre in stessa scatola chiamata: Water. Cose stranissime.”
L’espediente funziona come scorciatoia sintattica, ma serve anche a colorare l’eloquio del cane di un precipuo stupore da scoperta, una tenerezza da scolaretto che espone la lezione appena imparata. Infine, i due punti fungono da intercalare, danno una metrica precisa alla lettura. Sono piccole pause, hesitation simili a quelle degli annunci automatici nelle stazioni ferroviarie, suggerendo lo stesso sforzo compilativo nella messa in fila e nell’esposizione dei pensieri.
Ma al di là del linguaggio, la felicità del risultato deriva anche dal modo – che sotto l’apparente semplicità cela uno sforzo notevole – in cui Baccomo si è calato nella testa del suo Woody cercando di guardare il mondo con i suoi occhi. E così che la museruola diventa “bicchiere con buchi”, il tacco 16 della padrona è “bastoncino tipo osso attaccato sotto il tallone” e uno dei più grandi misteri della vita è chi cambi il mondo in pochi secondi oltre le porte chiuse di un ascensore.
Conoscevamo Baccomo come brillante fustigatore delle vanità, delle avidità e delle aridità contemporanee. I suoi precedenti lavori battevano forte i tasti del sarcasmo e del grottesco, proponendo quasi sempre un io narrante “negativo”, sebbene anche un po’ vittima. In “Woody” Federico ci sorprende vestendo i panni del buono e affiancando alla consueta lucidità e all’immutato humour anche una forte e inedita dose di empatia, di sentimento. Uno scarto che va a tutto vantaggio della cifra letteraria del suo lavoro, rendendo Baccomo più scrittore e meno semplice autore.
“Woody” è una storia breve e all’apparenza semplice che riesce a racchiudere una grande ricchezza di contenuti. Per questo il riferimento a “Il Piccolo Principe” in quarta di copertina non appare fuori luogo. Con il suo quarto romanzo Federico Baccomo ha compiuto un’operazione coraggiosa, innanzitutto perché è uscito dal sentiero dei generi più battuti e poi perché scrivere una storia di buoni sentimenti senza cadere nello stucchevole è molto più difficile che fare ridere dicendo cattiverie sui cattivi. E’ un tentativo perfettamente riuscito che merita di essere premiato.

“La gente che sta bene” (e “Il capitale umano”): il commento e le interviste

trailer-la-gente-che-sta-bene-recensione-anteprimaIl commento di Giuliano sui film “La gente che sta bene” e “Il capitale umano”, e le interviste a Claudio Bisio, Francesco Patierno e Federico Baccomo, rispettivamente attore, regista e sceneggiatore di “La gente che sta bene”. Pubblicati sul Quotidiano di Puglia.

Un uomo ricco e di successo frequenta un uomo molto ricco e molto di successo sperando di diventare come lui. Per inseguire il suo sogno di affermazione, trascura i veri valori della vita, compresi gli affetti: la partner che sul più bello si scopre incinta e la figlia in piena crisi adolescenziale. A un passo dalla meta qualcosa va storto e il “ricco aspirante ricchissimo” si vede cadere il mondo addosso. Un tragico incidente stradale spariglierà definitivamente le carte e – fra figli maschi oppressi dalle troppe aspettative, amanti che nascondono cicatrici sui polsi e personaggi seduti nella doccia immobili e cogli occhi sbarrati – le cose si risolvono, anche se non nel modo inizialmente immaginato.
Avete appena letto la trama non di uno ma di due film italiani attualmente in programmazione nelle sale: “Il capitale umano” di Paolo Virzì e “La gente che sta bene” di Francesco Patierno. Posto che nessuno ha copiato da nessuno (le due pellicole fra l’altro sono tratte da libri: “Il capitale umano”, liberamente, da “Human capital” di Stephen Amidon; “La gente che sta bene” dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo), i punti in comune nella storia raccontata dai due film sono davvero tanti, sia nelle linee generali che nei dettagli, e non può essere una pura coincidenza. Prima possibile spiegazione: una certa autoreferenzialità e mancanza di fantasia del cinema italiano, simboleggiata per esempio dal fatto che unendo i due cast si ricompone pressoché al completo la famigerata (e simpaticissima, va detto) “Banda Salvatores”: da una parte Claudio Bisio, Diego Abatantuono e Claudio Bigagli; dall’altra Fabrizio Bentivoglio e Gigio Alberti. Una banda, si noti, anagraficamente più vecchia dei due registi. Seconda possibile spiegazione: a volte certi concetti galleggiano nell’aria e può capitare che due buoni film, efficaci nel raccontare lo spirito dei tempi, si concentrino sullo stesso tema. Che non è (solo) l’arroganza di certi ricchi che si fa beffe degli affanni dei comuni mortali, ma – più sottilmente – l’insensatezza di uno stile di vita basato esclusivamente sulle ambizioni materiali, ambizioni che peraltro oggi sono alla portata di sempre meno persone.
Se si somigliano nelle trame, i due film però differiscono molto tra loro sotto altri aspetti. Lo stile narrativo, per esempio. “La gente che sta bene” ha un’ispirazione televisiva (ma non suoni come una diminutio: i modelli sono le migliori serie tv americane, non certo alcune tristemente note fiction nostrane) che lo porta a concentrarsi sull’approfondimento dei personaggi e sulla creazione di un mood peculiare, fatto di umorismo acido e un tocco di surreale. “Il capitale umano” è invece più compiutamente cinematografico, prendendo dalla settima arte il respiro, i tempi, la varietà di stili, le tecniche narrative e anche qualche cliché. L’altra differenza sta nel finale: in uno (non diciamo quale) assistiamo a una redenzione un po’ buonista, sebbene parziale e per certi versi beffarda; nell’altro si fanno i conti con l’amara constatazione che c’è chi cade sempre in piedi e chi invece finisce per pagare, anche per colpe non sue.

“La gente che sta bene”, diretto da Francesco Patierno, con protagonista Claudio Bisio, affiancato da Diego Abatantuono, Margherita Buy e Jennipher Rodriguez, è basato sul secondo romanzo del trentacinquenne milanese Federico Baccomo, che racconta, alternando ironia e toni drammatici, di un manager di successo che viene improvvisamente licenziato in una Milano preda della crisi economica e finanziaria, e dei suoi tentativi sempre più spregiudicati di tornare in vetta.
“Il tema forte del film” spiega il regista Patierno, “è la responsabilità delle proprie azioni. Il protagonista Umberto Durloni inizialmente non si preoccupa del proprio operato, ma poi, quando ne tocca con mano le conseguenze, entra in crisi. Cerco di raccontare storie che siano soprattutto storie di personaggi, con dialoghi molto lunghi come accade in serie tv anglosassoni come ‘Madman’, “Dexter’ o ‘The office’. Il film è girato soprattutto in interni, ma nei pochi esterni Milano appare come una città che si sta costruendo, piena di gru, con uno skyline ancora non definito”.
“Di Milano mi piace raccontare l’aspetto della perdizione, che però è solo uno dei lati della città” sostiene Federico Baccomo, che del film è co-sceneggiatore. “Le vicende di ‘La gente che sta bene’ potrebbero svolgersi ovunque, per esempio negli Stati Uniti ma ci sono dei dettagli tipicamente italiani. Il sogno americano è farcela, arrivare; quello italiano è invece stare a galla, cavarsela. In fondo Umberto non vuole stare bene, ma vuole convincerti che lui sta bene, il che è molto italiano”.
“Mi viene in mente il film ‘Diario di una schizofrenica’” aggiunge Claudio Bisio, “in cui la protagonista continua a ripetere ‘Io sto bene, tu come stai?’ ma si vede che non sta bene affatto. Del libro di Federico ho apprezzato la comicità arguta e pungente, molto anglosassone, che mi ha ricordato quella di Walter Fontana. Quanto al lavoro sul set, è stato uno dei pochi film in cui ho rispettato la sceneggiatura così tanto. Io sono abituato a parafrasare la parte, per renderla più adatta a me, ma in questo caso non funzionava: le parole scritte nella sceneggiatura erano sempre le più giuste. Unica eccezione: le scene con Diego Abatantuono, con cui ci siamo presi delle libertà, forti di una consolidata intesa comica. C’è poi addirittura una scena ‘rubata’ tra la gente: quando arrivo a Berlino, scendo dal taxi e saluto tutti con un cordiale ‘scheisse!’, che in realtà vuol dire ‘merda’. Il tedesco che mi risponde insultandomi non è un attore ma un ignaro passante!”

“13 sotto il lenzuolo”: il 31 ottobre la presentazione a Milano, con Alberto Fortis!

Mercoledì 31 ottobre Giuliano presenterà “13 sotto il lenzuolo” a Milano. Con lui, a parlare dei primi anni Ottanta e di come è cambiata l’Italia da allora, ci saranno lo scrittore Federico Baccomo (già Duchesne) e il cantautore Alberto Fortis. L’appuntamento è per le 18,30 alla libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires 33 (MM1 Lima).