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Il 10 febbraio a Carpi nel segno di Erasmo

27629033_2086531094707283_235405908867295343_oSabato 10 febbraio a Carpi si terrà un grande evento in memoria di Erasmo Iacovone, la leggenda del calcio tarantino scomparsa tragicamente 40 anni fa. Giuliano coordinerà gli interventi.

Iacovone è il nome di una storia che non comincia col c’era una volta. Erasmo c’è. E ci sarà. Una volta ancora. Dopo i ricordi, oltre le commemorazioni. Il racconto di Iaco si rinnova, come materia che si auto-genera. Dai ritagli stropicciati di un giornale ai frame d’immagini ri-colorate di YouTube: la narrazione dell’Erasmo popolare unisce i tempi e 40 anni, d’un tratto, s’azzerano. Tanti ne sono trascorsi dal 6 febbraio del ’78, giorno della sua tragica scomparsa. Per l’occasione, l’associazione “Fondazione Taras 706 a.C.”, supporters’ trust del Taranto Football Club 1927, ha organizzato una tappa speciale del “Taranto Day on Tour”, l’appuntamento che riunisce i tifosi rossoblù sparsi in giro per l’Italia.

“Nel segno di Erasmo” è il nome dell’evento straordinario, che si terrà sabato 10 febbraio 2018 a Carpi, in Sala Duomo, a partire dalle ore 17. Nel centro carpigiano, Iacovone ha vissuto anni preziosi per la sua vita privata e professionale, prima dell’exploit di Mantova e della consacrazione nella città dei Due Mari. Lì, i tifosi del trust tarantino, insieme con la signora Paola e con Rosy, rispettivamente vedova e orfana dell’indimenticato bomber di Capracotta, hanno scelto di riannodare i lembi di una storia che interpella i ricordi personali, i sogni calcistici e le speranze di generazioni di tifosi ionici, mantovani e carpigiani. Lì, gli occhi che hanno visto Erasmo, le orecchie che lo hanno ascoltato si ritroveranno in un emozionante pomeriggio condotto dallo scrittore tarantino Giuliano Pavone, autore, tra gli altri, de “L’eroe dei due mari” (2010, Marsilio).

Nel corso dell’evento sarà proiettato il cortometraggio “Iaco”, scritto e diretto da Alessandro Zizzo e prodotto da Apulia Film Commission e Kimera Film, che, pubblicato su Repubblica.it nel 2016, ha emozionato migliaia di tifosi. Presenzierà alla proiezione l’attore Angelo Argentina, che nel film ha vestito i panni di Erasmo. Un prezioso archivio fotografico degli anni emiliani di Iacovone sarà reso pubblico. Inoltre, ricordi e testimonianze sull’uomo e sul campione saranno portati da amici ed ex compagni di squadra, tra cui il mantovano Franco Panizza, che con Iaco ha condiviso, anche da compagno di stanza, l’ultima stagione tarantina, e il fisioterapista Bruno Brindani, che fu lo “sponsor” per l’arrivo dell’attaccante in terra ionica. L’attore tarantino Massimo Cimaglia – che nel cortometraggio interpreta Giovanni Fico, presidente del Taranto in quegli anni – leggerà infine una raccolta di brani scritti dai tifosi rossoblù per il contest “Il mio Iaco”, lanciato dalla Fondazione Taras alcune settimane fa.

L’organizzazione dell’iniziativa, affidata a un gruppo di tifosi tarantini fuori sede, il patrocinio concesso dal Comune di Carpi e dal CONI Emilia-Romagna e la partecipazione di ospiti, amici e tifosi provenienti da tutta Italia, testimoniano l’appartenenza trasversale del mito di Erasmo Iacovone. L’appuntamento è per sabato, a Carpi. Nel segno di Erasmo, ovviamente. Sul suo “9” non è mai calato il sipario.

18 marzo: Taranto Day on Tour a Torino

17022387_1693608433999553_1379127045673453763_nSabato 18 marzo Giuliano interverrà alla tappa torinese del Taranto Day on Tour, l’iniziativa di calcio e cultura organizzata dalla Fondazione Taras. Con lui, fra gli ospiti, il cantautore Mimmo Cavallo, lo scrittore Cosimo Argentina e gli ex calciatori del Taranto Sergio Giovannone e Vincenzo Chiarenza. Appuntamento a Torino presso l’Auditorium della Parrocchia San Giorgio Martire in via Anton Giulio Barrili 12. Porte aperte dalle 15. L’intervento di Giuliano, che leggerà alcuni passi dei suoi libri, è previsto intorno alle 19.

Caffè & Pelé n.2

Pallone vintageClicca qui per leggere il secondo numero di Caffè e Pelé, la rubrica curata da Giuliano sul sito Mixerplanet.com. In questo numero, fra l’altro: la fusione, ventilata da qualcuno, fra Milan e Inter, il digiuno in Europa di Tevez e i Supperters Trust come possibile salvezza per il calcio italiano.

La tela di Penelope

Quotidiano 2Articolo pubblicato sul Quotidiano di Puglia (edizione di Taranto) martedì 15 ottobre.

Alla luce dei risultati ottenuti, del gioco espresso e del clima creatosi, l’allontanamento di Maiuri è apparso inevitabile. Esprimersi oggi, col senno del poi, sull’opportunità della scelta di affidargli la squadra e sulla qualità della rosa allestita da lui e De Solda, lascerebbe il tempo che trova.
Piuttosto, sarebbe forse utile svolgere una riflessione più ampia sui motivi che hanno portato la scorsa estate a smantellare (appena tre i giocatori riconfermati) e ricostruire completamente una squadra che pure aveva concluso il campionato in modo promettente. Una riflessione, questa, che vada al di là dei giudizi di valore su chi è stato mandato via e su chi è subentrato.
Perché il vizio di fare e disfare gli organici, anche quando non sembrava proprio necessario, nella piazza tarantina c’è sempre stato. Tanto da suscitare un sentimento di grande solidarietà nei confronti degli statistici e compilatori di almanacchi delle cose rossoblu, i quali ogni anno, anzi a ogni sessione di mercato, si trovano alle prese con decine e decine di nomi nuovi.
Questo atteggiamento in passato era coerente con situazioni di grande instabilità societaria, con modalità di gestione avventuristiche e dal fiato corto. Ricordiamo tutti quale fosse l’andazzo: arriva il nuovo presidente (o in alternativa il nuovo dirigente), manda a casa tutti (anche quelli che avevano faticosamente tenuto in piedi la baracca) e avvia la rivoluzione a suon di uomini nuovi e di improbabili promesse.
Fa specie che anche la nuova proprietà, che pure si è posta in forte discontinuità con gli errori del recente passato, sia caduta nella tentazione di Penelope, che fa e disfa la tela senza mai completarla. La stessa proprietà che dimostra serietà e lungimiranza pensando ai bilanci e al settore giovanile. A partire dalla fondazione del Taranto F.C. 1927, l’ambiente calcistico tarantino di progressi ne ha fatti parecchi. Evitare l’andirivieni intensivo e spesso insensato di tecnici e giocatori forse sarebbe un ulteriore segnale di maturità. Chissà se nella prossima sessione di mercato lo si terrà presente.

“In Taranto we trust” su Football Magazine

902732_653813924645681_195857517_o (1)rid“In Taranto we trust” è il titolo dell’articolo di Giuliano, pubblicato sul n. 3 del trimestrale “Football Magazine”, dedicato al Taranto F.C. 1927, la prima società calcistica italiana fondata dai suoi tifosi, grazie all’opera della Fondazione Taras 706 a.C.. Qui sotto, il testo dell’articolo.

Vent’anni trascorsi a coltivare un sogno di Serie B. Non è un modo di dire: per alcune squadre, quello che per altri è un incubo – la cadetteria – può trasformarsi addirittura in miraggio. E’ il caso del Taranto, a lungo habitué della seconda serie, che appunto vent’anni fa, il 13 giugno 1993, giocava quella che finora è stata la sua ultima partita in B. Un inutile acuto – due a zero a Cesena – prima del tracollo: già retrocesso sul campo, l’indebitato club rossoblù venne radiato nel corso dell’estate. Si era deciso di fare per la prima volta pulizia delle società coi conti in disordine, e il Taranto fu tra quelli che vennero spazzati via. Antesignani, a loro modo.
Un nuovo sodalizio calcistico ripartì dal Campionato Nazionale Dilettanti, l’attuale Serie D. Seguirono anni balordi, in cui accadde tutto fuorché ciò che ci si augurava: eppure era solo un ritorno in punta di piedi in Serie B, a cui si ambiva, mica la Champions. E neanche la A, quella A sfiorata una sola volta, e morta insieme ai sogni di una città e a un centravanti dal sorriso buono, Erasmo Iacovone, in una notte del 1978.
Fra playoff vinti (pochi) e persi (moltissimi, non tutti in modo chiaro), un nuovo fallimento, scandali ed emergenze di ogni tipo, l’elenco delle disgrazie, delle disillusioni e delle beffe dell’ultimo ventennio sarebbe molto lungo. Ma basterà qui accennare al campionato 2011-2012, che ne è una specie di compendio. Il Taranto milita in Prima Divisione, cioè nella vecchia C1 (le categorie minori hanno anche cambiato nome prima che i rossoblù jonici riuscissero a tirarsene fuori). La società è allo sbando e non paga gli stipendi, ma la squadra guidata da Mister Dionigi si fa onore. Sul campo totalizza più punti di tutti, il che normalmente significherebbe primo posto e promozione diretta in B. Ma “normalmente” non è avverbio che si addice al Taranto, né più in generale al calcio italiano dei nostri tempi. I punti di penalizzazione inflitti nel corso dell’anno per via delle scadenze di pagamento non rispettate fanno scivolare i pugliesi al secondo posto, costringendoli a giocarsi la promozione ai playoff. Playoff che “normalmente” (stavolta sì!) il Taranto perde.
La società fallisce ancora, e si teme che la città resti senza calcio, visto che si fatica a trovare imprenditori disposti a fondare un nuovo club che possa ripartire almeno dalla Serie D, beneficiando del Lodo Petrucci. Accade però qualcosa di nuovo. Ormai abituati a toccare il fondo, alcuni tarantini capiscono che sì, si può anche iniziare a scavare, a patto però di gettare solide fondamenta su cui poi costruire qualcosa di duraturo. Imbrogli e sfortuna non sono mancati nel recente passato, ma gli insuccessi sono stati figli anche dell’atteggiamento impaziente e distruttivo della piazza: un’ingenua e disperata voglia di credere al primo cialtrone che promette tutto e subito, presto rimpiazzata da una furia picconatrice che non risparmia niente, nemmeno quel poco che meriterebbe di restare in piedi. Una tela di Penelope frenetica e inconcludente, un circolo vizioso apparentemente senza ritorno: più tempo passa, meno si è disposti ad aspettare. E piuttosto che programmare, si improvvisa.
“Asciughiamo le lacrime. Un altro calcio è possibile” scrive invece il giornalista Lorenzo D’Alò. “Il passato a cui continuiamo a volgere lo sguardo, non esiste più. Esiste solo il nulla che ci troviamo davanti. Una spianata su cui costruire dalle fondamenta un calcio diverso. Fatto con onestà e criterio, l’unico combinato-disposto che può tradursi in un progetto. Un calcio da restituire alla gente. Fondato sul sostegno (che non è solo tifo) e sull’impegno (che è più libero del dovere) del proprio popolo”. Parole che rispecchiano perfettamente la filosofia della Fondazione Taras 706 a.C., un’associazione di promozione sociale nata nella primavera del 2012.
La Fondazione è il “trust” dei tifosi tarantini: raccoglie gli appassionati che vogliono promuovere i valori più positivi dello sport e della città. L’azionariato popolare nel club calcistico è solo uno degli obiettivi, e lo si vorrebbe introdurre gradualmente, ma il fallimento del Taranto e il rischio di scomparsa del calcio cittadino spingono la Fondazione ad accelerare i tempi e a lanciarsi in una sfida enorme, in cui sono in gioco il futuro della squadra del cuore e la credibilità stessa della neonata fondazione.
Per prima cosa tifosi e tifose fondano una nuova società sportiva, il Taranto Football Club 1927. E’ una mossa lungimirante: la società all’inizio è solo una scatola vuota, ma i tempi per l’iscrizione sono risicatissimi, e conviene portarsi avanti col lavoro. Vengono poi chiamate a raccolta le forze imprenditoriali, fino a costituire una compagine societaria di cui fa parte, con una quota di minoranza, la stessa Fondazione. Ma la mattina dell’ultimo giorno utile per l’iscrizione gli azionisti sono ancora chiusi in uno studio a discutere di quote, fideiussioni e cariche. La trattativa è più volte sul punto di saltare. Urla, pugni sbattuti sul tavolo, pianti. Poi, nel primo pomeriggio, si trova finalmente un accordo. Il tempo però scarseggia: gli incartamenti vanno consegnati in Lega Calcio, a Roma, entro le 19. Due soci, un commerciante e un consulente assicurativo, si infilano in macchina e puntano dritto verso la Capitale. Arriveranno – novelli Blues Brothers – alle sette meno un quarto. Benché in piena zona Cesarini, il nuovo Taranto, fondato dai tifosi, si è iscritto al campionato di Serie D. Per la comunità calcistica tarantina è un momento storico. Ma non c’è alcun fotografo a documentarlo: gli unici flash della giornata sono quelli degli autovelox.
Grazie alla Fondazione Taras, i tifosi jonici hanno ancora la loro squadra. Di più: hanno per la prima volta una squadra loro. Basta infatti iscriversi, dietro pagamento di un prezzo modico, alla Fondazione, per diventare, in forma indiretta, azionisti del Taranto. Funziona così: il sostenitore aderisce associandosi alla Fondazione; quest’ultima fa da schermo, sollevando i singoli soci da incombenze burocratiche e possibili noie legali. All’interno del trust le decisioni avvengono per votazione in assemblea secondo il principio “una testa, un voto”, indipendentemente dalla carica rivestita o dall’entità della quota associativa versata.
Il nuovo Taranto non solo è una delle prime società calcistiche italiane partecipate dai propri tifosi, ma è anche la prima in assoluto a essere stata fondata dal proprio trust di tifosi. Non è una differenza di poco conto. Vuol dire che lo statuto del Taranto Football Club è stato scritto dalla Fondazione Taras, la quale lo ha redatto a misura di tifosi, proteggendoli da brutte sorprese e tutelando quel valore immateriale rappresentato dall’amore per una maglia. Alla Fondazione, per esempio, spettano due membri nel consiglio di amministrazione indipendentemente dalle quote societarie possedute. La rappresentanza dei tifosi ha poi accesso ai libri contabili e ha potere di veto sull’ingresso di nuovi soci. I colori sociali sono intangibili, i prezzi di biglietti e abbonamenti devono essere alla portata di tutti e le fasce deboli hanno diritto ad agevolazioni. Viene insomma messo nero su bianco un principio di cui nessun vero tifoso ha mai dubitato: una squadra è di chi la ama. In fondo presidenti e azionisti sono solo degli amministratori che decidono di gestire temporaneamente, e con tutto il rispetto dovuto, un patrimonio comune di cui non sono davvero proprietari.
Vent’anni dopo, il Taranto è un’altra volta pioniere di una nuova tendenza calcistica. Ma se nel 1993 aveva inaugurato la moria di club – una dolorosa consuetudine che non si è ancora interrotta – oggi contribuisce a tracciare una possibile via di uscita per un movimento calcistico che appare allo stremo delle forze. Soffrono soprattutto le città di medie dimensioni, stritolate dal divario tra aspettative e possibilità, da quando concetti come “blasone” e “bacino di utenza”, che una volta erano le loro armi in più, si sono trasformati in palle al piede. E il fenomeno non riguarda solo le città del Sud, tradizionalmente problematiche, ma anche realtà un tempo considerate esempi di calcio sano e sostenibile, travolte anch’esse da debiti e calcioscommesse.
Anche a Taranto è stata fatta una scommessa, ma per una volta il Totonero non c’entra. Si tratta di puntare su un coinvolgimento dei tifosi a tutto tondo, che va al di là dell’azionariato popolare visto come semplice risorsa economica. Quello immaginato dai Supporters Trust è una sorta di tifoso 2.0 che si spende attivamente secondo le sue possibilità e competenze. Dal pubblicitario che promuove la campagna abbonamenti al giardiniere che cura la manutenzione del campo, ognuno ha qualcosa da offrire alla causa. In nord Europa lo hanno già capito da tempo, ma anche in Italia, sebbene in modo sotterraneo, si sta muovendo qualcosa: a Roma, Venezia, Modena, Ancona, Cava dei Tirreni, Piacenza, Arezzo, Rimini, Lucca, Lecce e in altre città si stanno sperimentando esperienze di questo tipo, sotto l’egida di Supporters Direct Italia, l’emanazione nazionale dell’organismo di coordinamento europeo.
Se il fenomeno è globale e in espansione, l’esperienza tarantina si lega alla particolare situazione che sta vivendo la Città dei due mari. Non è infatti un caso che la nuova alba calcistica tarantina sorga proprio nell’estate 2012, in contemporanea con l’escalation innescata dai provvedimenti giudiziari nei confronti del colosso siderurgico Ilva. Una sorta di terremoto che ha portato alla ribalta nazionale i problemi occupazionali, ambientali e sanitari che attanagliano la città da lungo tempo. Taranto è oggi nella condizione e nella necessità di ripensare profondamente il proprio futuro. Il piacevole effetto collaterale di quella che è una crisi delicatissima e dai risvolti anche drammatici è la fioritura di esperienze di cittadinanza attiva senza precedenti nella storia locale e con pochi termini di paragone nell’intorpidita Italia di oggi. Si sta in altre parole facendo largo la consapevolezza che gli “eroi” e le manne salvifiche hanno fatto il loro tempo e che l’unico modo di tirarsi fuori dai guai è darsi da fare con testa e cuore. Anche i tifosi stanno facendo la loro parte in questo fenomeno, come dimostra ad esempio la “sponsorizzazione popolare”, nei primi mesi del 2012, della squadra con lo slogan “RespiriAMO Taranto”. Una saldatura, questa fra supporter calcistici e questioni cittadine, che non va intesa come straripamento al di fuori del calcio di rozze dinamiche da hooligan, ma al contrario come assunzione da parte del mondo del calcio dei modelli più alti della partecipazione democratica.
La Fondazione Taras oggi ha oltre 1.500 soci e detiene circa il 14% del capitale sociale del Taranto Football Club 1927. A poco più di un anno dalla sua nascita può guardarsi indietro con legittimo orgoglio. Fra le iniziative realizzate figurano incontri fra tesserati del Taranto e ragazzi di zone disagiate, il finanziamento di un campo da baseball e la donazione di defibrillatori a strutture sportive, la “settimana dell’orgoglio rossoblù”, eventi culturali nelle principali città del centro nord e un convegno internazionale a Taranto.
Recentemente poi, la Fondazione ha compiuto un altro passo storico. Con una mossa che sembra non avere precedenti nemmeno all’estero, ha preso in gestione autonoma il settore giovanile del club. Un gesto in cui valore simbolico e obiettivi concreti a lungo termine si sposano alla perfezione. Una missione ambiziosa per questo manipolo di “pazzi per il Taranto”, che rubano tempo e soldi a lavoro e famiglie per inseguire un sogno comune di riscatto e giustizia, nel calcio e non solo.
Il primo campionato del Taranto dei tifosi è stato interlocutorio. Partenza difficile, figlia di una squadra assemblata in fretta e furia, finale in crescendo grazie ad alcune correzioni in corsa. Media spettatori al top della categoria e tutto sommato dignitosa in assoluto, considerando i miseri standard attuali, comunque non troppo diversa da quella di solo un anno fa, quando la squadra lottava per la B. Perché il piacere sta nel ritrovarsi, nel capire che in fondo non è tanto importante la categoria in cui gioca la tua squadra quanto la passione con cui la segui. E nel privilegio raro di poter tifare per i propri colori, non malgrado chi gestisce la società, ma a maggior ragione per loro. Perché fra “noi” e “loro” non c’è più differenza.

Venerdì 24 maggio: Taranto Day on Tour a Milano!

Venerdì 24 maggio dalle ore 19 la Fondazione Taras sarà a Milano con una nuova tappa del Taranto Day on Tour per offrire ai tanti fuorisede, e non solo, che abitano vicino al capoluogo lombardo, schegge di Taranto a domicilio e la possibilità di respirare finalmente aria di casa.

L’evento, che ha già vissuto tappe emozionanti a Roma e a Bologna, prende spunto dal calcio per raccontare Taranto in tutte le sue sfaccettature, dalla cultura, alla musica e all’arte, passando per la gastronomia tipica.

Main sponsor, come a Bologna, la birra Menabrea affiancata dal Caseificio Marzulli. Media partner saranno Studio 100, il Corriere del Giorno e Sangiorgio Pubblicità.

L’appuntamento è dalle 19 alla Galleria Cascina Grande di Rozzano, alle porte di Milano, dove si potrà giocare a calcetto o a green volley con la Tap Mobile, il camper dello sport e visitare la mostra del fumetto “L’Eroe dei due mari. Taranto, il calcio , l’Ilva e un sogno di riscatto.” con disegni live del fumettista Emanuele Boccanfuso e la mostra museo curata da Nicola Grassi, vera e propria storia documentata del calcio tarantino con pezzi unici, dai biglietti delle gare più importanti della serie B soprattutto degli anni ’70 e ’80 (quel Taranto-Milan 3-0 con doppietta di Mutti e gol di Cassano ad esempio) alle divise da gioco storiche con tante fotografie e cimeli di ogni tipo.

Alle 20 ci sarà un incontro-dibattito, moderato dalla voce storica del calcio tarantino Gianni Sebastio, per la presentazione in anteprima nazionale del libro scritto dal giornalista Fulvio Paglialunga “Ogni benedetta domenica”. Nel corso dell’incontro la Comunità Nuova Onlus, l’associazione milanese presieduta da don Gino Rigoldi, presenterà il progetto “Io tifo positivo”, finalizzato a formare una cultura della sportività e già sperimentato con successo tra i ragazzi delle scuole di Rozzano e Concorezzo con il patrocinio della Gazzetta dello Sport. Interverranno inoltre, come a Bologna, alcune vecchie glorie della storia calcistica rossoblù.

Dalle 22 ci sarà il concerto di Fido Guido, artista tarantino, già tra i protagonisti del Primo Maggio al Parco archeologico di Taranto. Il singjay reggae, al secolo Guido De Vincentiis, ha al suo attivo quattro cd e si è fatto conoscere e apprezzare in tutta Italia per i suoi testi e le melodie che si rifanno alla cultura popolare tarantina.

La Fondazione Taras sarà presente con gli stand “RespiriAMO Taranto” e “Taras 706 a.C” presso i quali sarà possibile acquistare i prodotti del merchandising e sottoscrivere le tessere di iscrizione all’associazione.

Il Taranto day on tour sul Quotidiano

Ecco l’articolo uscito sul Quotidiano di Puglia del 5 febbraio, dedicato alla tappa bolognese del Taranto day on tour.

Si parla spesso del ruolo che lo sport, il calcio in primis, può svolgere nell’aggregare, sensibilizzare e chiamare all’azione la gente. Un ruolo importante, soprattutto a Taranto, in questo periodo confuso di paure e speranze. A volte viene il dubbio che si tratti di un alibi, poco più che una scusa utilizzata da tifosi incalliti per nobilitare la propria passione. Poi si partecipa a serate come quella di sabato scorso a Bologna e si capisce che no, non è un alibi ma una splendida verità.
Si chiama “Taranto day on tour” la “tournée” della Fondazione Taras 706 a.C. che ha da poco fatto tappa nel capoluogo emiliano (il primo appuntamento era stato a Roma l’estate scorsa): un’iniziativa pensata per portare i suoni, i colori e i sapori della città dei due mari ai fuorisede, e al contempo per convertire alla causa tarantina il maggior numero possibile di “forestieri”. Fra esibizioni musicali, prodotti tipici, cimeli calcistici in mostra e la partecipazione di cinque indimenticate vecchie glorie (Beretti, Campidonico, Cimpiel, Majo e Tartari), l’atmosfera e le facce erano quelle di qualsiasi trasferta in norditalia degli anni passati. E già questo è stato un primo merito dell’iniziativa: l’essere stata una specie di surrogato dei festosi rendez-vous sui campi settentrionali, rimandati a tempi migliori.
Ma dietro all’evento bolognese, e più in generale al discorso portato avanti dalla Fondazione, c’è molto di più. C’è il tentativo, semplice e rivoluzionario, di mettere la gente comune al centro della scena. Di allargare i meccanismi decisionali, di agire collegialmente in modo altruistico e organizzato (e le note recenti spaccature in seno al Taranto FC non fanno che dimostrare quanto tutto ciò sia difficile ma al contempo necessario). C’è il proposito di stimolare l’orgoglio di appartenenza dei tarantini e di indirizzarlo verso i fini più nobili e costruttuvi. In questo l’operato della Fondazione Taras 706 a. C. somiglia a quello di altre realtà associative che pure si dedicano a tematiche diverse, da Ammazza che piazza ai Liberi e Pensanti. Un filo rosso (o rossoblu…) che non va spezzato, ma al contrario irrobustito e sostenuto.
I tarantini che gestiscono lo Spazio Menomale di Bologna, dove si è svolto il Taranto day on tour, sono rimasti profondamente colpiti dalla grinta e dall’organizzazione con cui quelli della Fondazione in poche ore hanno cambiato faccia al locale, ponendo le basi per una serata impeccabile e riuscitissima. Quasi per abitudine, qualcuno ha fatto un vecchio commento: “Se solo noi tarantini dedicassimo lo stesso impegno e la stessa energia alle cose serie…”. Ma il commento è rimasto a metà, bloccato dalla sensazione che proprio esperienze come questa dimostrano che forse le cose stanno cambiando, e che il tempo del disimpegno e del disinteresse è rimasto alle nostre spalle. Che, per dirla come il bolognese Lucio Dalla, “l’anno vecchio è finito ormai”. Quell’impegno e quell’energia sono già dedicati a cose serie. È questa la novità.

Torino 31 gennaio, Bologna 2 febbraio: i promo

Ecco i video promozionali delle prossime due serate di presentazione cui prenderà parte Giuliano, a Torino il 31 gennaio (clicca qui per l’evento Facebook) e a Bologna il 2 febbraio (clicca qui per l’evento Facebook).

2 febbraio: Giuliano a Bologna per “Taranto day on tour”

Il prossimo 2 febbraio Giuliano prenderà parte alla tappa bolognese del “Taranto day on tour”, il “filo rossoblu che unisce lo stivale” organizzato dalla Fondazione Taras 706 a.C..
Giuliano parlerà del suo ultimo romanzo, “13 sotto il lenzuolo”, e di “L’eroe dei due mari” in versione romanzo e in versione fumetto. La conversazione sarà l’occasione per parlare della situazione di Taranto, fra calcio, questione Ilva e voglia di partecipazione democratica.
In una sala dello spazio Menomale saranno esposte alcune tavole originali e altri materiali del fumetto “L’eroe dei due mari. Taranto, il calcio, l’Ilva e un sogno di riscatto”.
Nicola Grassi, collezionista e ideatore del Museo Rossoblu “Taranto Ti Amo” (www.solotaranto.it), curerà l’esposizione di significativi cimeli e rarità della storia rossoblù.
Dalle ore 23 spazio alla musica con Sciamano “SOPRA-VIVERE TOUR” + Brusc@ electronic experiment.
L’evento sarà condotto da Gianni Sebastio e ripreso dalle telecamere di Studio 100.
L’appuntamento è a partire dalle ore 20 presso lo spazio Menomale, in via de’ Pepoli 1, nel centro di Bologna.
Clicca qui per visualizzare l’evento su Facebook.
Qui sotto, lo spot della serata.

Partecipare è già una vittoria

Qui sotto il testo dell’articolo uscito domenica 14 novembre sul Quotidiano di Puglia, a proposito della manifestazione al quartiere Tamburi di Taranto il giorno precedente.

Parte dal “Gambero”, il corteo, ma non va a ritroso. Punta in avanti, invece, con la schiena dritta, al ritmo lento ma inesorabile dell’ormai proverbiale Apecar. Si arrampica sul ponte della ferrovia, attraverso i magazzini e le vecchie case che chi non abita qui è abituato a vedere solo dal finestrino di una macchina. Attraversa tutti i Tamburi: il quartiere simbolo, il quartiere martire, il quartiere ormai anche un po’ set televisivo. E gli abitanti un po’ partecipano un po’ guardano dai balconi, non si sa se solidali, curiosi o infastiditi.
Ci sono i cittadini, avanti, e gli studenti, più dietro. Ci sono i tarantini e le delegazioni da Pomigliano e Chiaiano. Ci sono i cori (“Tamburi lotta con noi!”) e gli striscioni: quelli lunghissimi, verticali, srotolati lungo le facciate dei palazzi, e quelli orizzontali, portati a mano, che scandiscono il fluire della manifestazione. C’è, negli slogan scritti sui teli, il solito misto di rabbia (“I Tamburi hanno pagato per interessi di Stato e privato”), dignitoso orgoglio (“Lorenzo e Mauro lottano con noi”, dedicato a uno dei bimbi malati e al suo papà-coraggio) e ironia (“Quando arRIVA il mio panino?”).
C’è, anche, fra la gente, una serpeggiante inquietudine, una crescente impazienza e un accenno di disillusione. Dal fatidico 26 luglio sono ormai passati quasi tre mesi: è successo un po’ di tutto ma in definitiva non è successo ancora niente. Cambierà qualcosa, ci si chiede, e quando? O continuerà l’andazzo di prima, sempre un po’ peggio sia con l’ambiente sia con il lavoro? Servirà a qualcosa la mobilitazione della gente? E quanto ancora, in mancanza di risultati tangibili, si manterrà responsabile e civile come è stata finora?
Difficile dare risposte a tutte queste domande. Ma, questo è certo, una conquista è già stata fatta. Una conquista ben sintetizzata dal titolo della manifestazione: “Io non delego, io partecipo”. L’attivismo e il coinvolgimento della gente nei problemi della comunità è un valore in sé, al di là dei risultati concreti che ha portato o potrà portare. E di attivismo e coinvolgimento a Taranto ce n’è in questo periodo come mai in passato, e come oggi è difficile riscontrare in qualsiasi altra città d’Italia. Basti pensare agli ultimi giorni: la fiaccolata in centro, l’assemblea in piazza Sicilia, le sagome e il flash mob alla Rotonda, la manifestazione ai Tamburi e il suo seguito pomeridiano in piazza della Vittoria. Infine, benché in un ambito diverso (ma è davvero diverso, l’ambito, o è invece solo un altro pezzo dello stesso mosaico?), l'”Election Day” della Fondazione Taras 706 a. C., tenutosi nel pomeriggio di ieri in città vecchia.
La partecipazione: è questa, per Taranto, la prima vittoria. Speriamo non l’ultima.

Il Taranto come i Blues Brothers

La rocambolesca iscrizione del nuovo Taranto in Serie D ricorda la scena finale del celebre film “The Blues Brothers”. Lì i due fratelli musicisti con occhiali e cappelli neri si rendevano protagonisti di una folle corsa verso l’ufficio delle tasse di Chicago per versare in extremis il denaro necessario per salvare l’orfanotrofio in cui erano cresciuti. La strana coppia Andriani-Sostegno – novelli Aykroyd-Belushi – si è invece mossa da Taranto nel giorno più caldo dell’anno e ha raggiunto la Federcalcio ad appena un’ora dalla scadenza finale, consegnando i soldi e gli incartamenti che hanno scongiurato la morte del calcio tarantino.
Ad accomunare le recenti vicende del pallone nostrano al capolavoro di John Landis sono almeno due aspetti: il nonsense e la passione. Partiamo dal nonsense. O dall’assurdo. O dal tragicomico. Tragicomici (più tragici che comici) sono stati gli ultimi due mesi e mezzo di storia rossoblu, in cui dal sogno più che possibile di una Serie B meritata sul campo, si è passati, attraverso progressivi ridimensionamenti (e grotteschi intermezzi, come quello della finta promozione a tavolino) a una Serie D acciuffata all’ultimo momento e salutata (giustamente, a quel punto) come un miracolo.
Il gruppo di imprenditori che ha garantito l’iscrizione merita riconoscenza e stima, ma non si può far finta di non vedere che il Taranto F.C. 1927 parte con una compagine societaria rabberciata ed eterogenea. Una compagine che raccoglie in modo più o meno casuale i resti di quelli che nelle intenzioni (o nei proclama) dovevano essere progetti diversi e che invece si sono rivelati a stento sufficienti per una sola proposta, per giunta di minima. In questi mesi si è parlato di almeno dieci pretendenti al Taranto, fra cordate e singoli imprenditori. Fra bluff, veti incrociati, inerzia e incompetenza ci si è ridotti a un frettoloso accordo fra superstiti nell’ultimo giorno utile. Suonerà un’affermazione qualunquista e disfattista, ma la classe imprenditoriale cittadina ha dimostrato di essere (a stento) di Serie D.
Per fortuna che c’è la passione. Se “The Blues Brothers” è diventato un classico, non è solo perché è pieno di ottime canzoni e battute esilaranti, ma perché è un film girato con sincera devozione verso un genere musicale e, in definitiva, un modo di vivere. Se oggi esiste ancora una squadra chiamata Taranto lo si deve alla passione cieca, cocciuta, folle, meravigliosa, di un gruppo di persone: quelli della Fondazione Taras. Dei sognatori estremamente concreti, che (prevedendo gli affanni finali) hanno avuto l’intuizione di creare una società calcistica prima ancora che se ne individuassero i finanziatori, lavorando poi alacremente perché questi ultimi trovassero un accordo in tempo utile. Sono loro i veri vincitori in questa vicenda. Certo anche Emanuele Papalia ha gettato il cuore oltre l’ostacolo, dimostrandosi un imprenditore-tifoso. Ma quelli della Fondazione si sono dimostrati tifosi-imprenditori, specie più rara e più preziosa. E hanno aperto una fase nuova nel calcio tarantino: quella della partecipazione popolare. E’ questo che fa ben sperare. E’ per questo che, nonostante tutto, si può essere ottimisti.

4 punti in meno, 15 tonnellate in più

Articolo pubblicato sul Quotidiano del 14 aprile.

Nel giorno in cui tutti i tarantini appassionati di calcio aspettavano spasmodicamente il responso della Commissione Disciplinare sulla penalizzazione del Taranto, la città dei due mari è finita sulla ribalta nazionale per l’inquietante fuoriuscita di petrolio da una nave alla fonda nel porto mercantile. Un cargo battente bandiera panamense, come in un romanzo d’avventura, ma purtroppo è tutto vero. E così i tarantini si sono ricordati (qualora l’avessero dimenticato) delle altre e più gravi “penalizzazioni” che incombono sulla loro città.
Sono passate solo poche settimane dall’incendio scoppiato all’interno dell’Ilva, e si ha la sgradevole sensazione che per il disastro vero e proprio, quello irreparabile e definitivo, sia solo questione di tempo. E’ come se questi allarmi rientrati fossero delle piccole scosse di terremoto che preannunciano l’arrivo del “big one”. Eppure, invece di correre ai ripari, si va verso l’aumento vertiginoso delle attività di raffinazione e del traffico di petroliere. E nessuno sembra cogliere la drammatica concomitanza fra l’incidente dell’altro giorno e la procedura di assegnazione delle aree di Mar Grande per la mitilicultura sfrattata da un Mar Piccolo già dichiarato impraticabile. La Natura è stata abbastanza generosa con Taranto, regalandole – caso forse unico nel mondo – due mari. Uno è già compromesso, vogliamo giocarci anche l’altro?
La buona notizia, a sforzarsi di trovarne una, è che il disastro per questa volta sembra scongiurato, grazie anche al pronto ed efficace intervento di Ecotaras, un’azienda della cui esistenza in pochi fino all’altro giorno erano al corrente. Restare nell’anonimato fino al momento dell’emergenza è del resto il destino di chiunque in Italia si occupi di rischio ambientale.
Curiosamente, è proprio Ecotaras a offrire lo spunto per abbinare, come abbiamo fatto in modo un po’ provocatorio in questo articolo, il tema calcistico e quello ambientale. Il punto d’incontro è Cosimo “Mimmo” Battista, il responsabile qualità dell’azienda, la cui voce è stata la prima a informare il popolo del web sui dettagli dell’incidente. Fuori dal lavoro, Mimmo è un tifoso del Taranto, un curvaiolo, ed è stato fra i soci fondatori della recente Fondazione Taras 706 a.c.. In fondo tutti noi siamo più cose insieme, e fra le “due vite” di Mimmo, quella di tifoso del Taranto e di difensore del suo mare non c’è poi tanta differenza.
Sempre l’altro ieri, giornata infausta, si diffondeva la notizia della prematura scomparsa di Salvatore De Rosa, uno che chiunque abbia toccato anche di striscio le lotte tarantine per i diritti e per l’ambiente, conosceva e stimava. Salvatore era una persona di pacatezza e acume rari. Queste stesse doti si ritrovano in un suo scritto, “La città e il mare”, di cui vorrei condividere il finale. Parla di alberi e di mare pulito.

Non saprei immaginare un lusso più grande di avere una casa con affaccio su un albero o sul mare pulito. E amo gli alberi della città. Alcuni me li ricordo più bassi, li ho visti crescere; tutti hanno visto crescere me. In particolare amo quelli che ci sarebbero stati anche se non fosse sorta la città, cioè i pini. Osservo con piacere i lecci, che ho in due file nella più vicina delle strade che tagliano quella di casa. Ma, dietro di quelli, al di là delle palazzine, mi sono accorto che si ergono alberi ancora più alti, a foglie più chiare. Il maggiore ha il sommo dei rami che si apre come le dita di una mano, e con quelli mi saluta al mattino, quando entro in auto per andare al lavoro. Io so che dietro il movimento lento di quei rami c’è, in linea d’aria, quello delle onde marine; che dentro il mare, dentro la città e dentro la gente ci sono ancora misteri. E allora, oltre che il saluto, mi rimane dentro per un po’ come un’imprecisa promessa.