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Non impedite ai tifosi di coltivare anche il sogno

Articolo uscito sul Quotidiano di Puglia di lunedì 27 febbraio.

Lo slogan “RespiriAMO Taranto” con cui i tifosi rossoblù, dopo una sottoscrizione popolare e un sondaggio, hanno voluto sponsorizzare la maglia della loro squadra, è stato prima ammesso e poi repentinamente respinto dalla Lega Pro in quanto considerato politico.
Se proviamo ad analizzare semanticamente la frase, isoleremo, banale a dirsi, tre concetti: “respirare”, “amare” e “Taranto”. Quale fra questi, di grazia, è un concetto politico? Forse, considerando che “politico” viene dal greco “polis”, che vuol dire “città”, la parola incriminata – e criminalizzata – è “Taranto”, che è appunto una città, con l’aggravante di avere origini greche?
In realtà, tutto è “politico” se il termine non viene inteso come “propagandistico” o “di parte” ma nel senso più vago di “riguardante la comunità”. In questa accezione, “politico” è sinonimo di “sociale”.
Ma è giusto proibire un messaggio sociale? In fondo, dire “RespiriAMO Taranto” non significa esprimere giudizi, proporre soluzioni, o parteggiare per una fazione a discapito di un’altra. Vuol dire solo dichiarare un amore, e ribadire un diritto che è semplice e sacrosanto come l’atto di respirare, oltre che essere costituzionalmente garantito: il diritto alla salute. Forse qualcuno può negare questo diritto o sentirsi offeso da un simile auspicio?
Se fosse giusto proibire un messaggio sociale nel calcio, si sarebbe dovuto impedire al Barcellona di scendere in campo col marchio Unicef (che è un’organizzazione internazionale e quindi un soggetto politico) e successivamente con quello della Qatar Foundation, e lo stesso si sarebbe dovuto fare con la Fiorentina ai tempi di Save the children. Si sarebbero dovute censurare tutte le iniziative di supporto a Emergency, e azzerare le varie Telethon con cui le stesse istituzioni calcistiche periodicamente si fanno belle. Se fosse giusto proibire i messaggi sociali bisognerebbe, all’ingresso in campo, sfilare a calciatori e bambinetti accompagnatori le T-Shirt recanti contenuti relativi al fair play, all’antirazzismo e ad altri temi politicamente corretti (politicamente, appunto).
Cosa, allora, è politico, e cosa non lo è? Al limite sono politici anche i marchi commerciali degli sponsor “classici”, se si guarda alla filosofia che ogni azienda inevitabilmente rappresenta. E’ politicamente indifferente pubblicizzare McDonald’s, Slow Food o il Banco Alimentare? Fare la reclame ai carburanti o alle auto elettriche? Sponsorizzare le squadre di calcio è consentito ai media (tv, radio, giornali) che, come tali, hanno una linea politica. E’ consentito ad aziende i cui proprietari fanno politica attiva o i cui rappresentanti prendono parte a vario titolo (e con grande influenza) a dibattiti di interesse generale.
Sono poi senza dubbio politiche le scritte “Provincia X” e “Regione Y” che spesso abbiamo visto sui petti di calciatori di varie squadre: lo sono perché commissionate da organi di governo locale e perché con esse delle maggioranze politiche di un colore ben definito si fanno propaganda, peraltro a spese dei contribuenti.
Ma forse è proprio questo che distingue l’iniziativa “RespiriAMO Taranto”, e che la rende così temibile da far scattare il veto: il fatto di non provenire né da aziende né da istituzioni ma da un semplice gruppo di cittadini. Di non essere pagata coi soldi altrui (come la pubblicità commerciale i cui costi sono caricati sui consumatori o quella istituzionale, finanziata direttamente da chi paga le tasse) ma di tasca propria, e volontariamente. Forse è per questo che la goffa retromarcia della Lega Pro si sta traducendo in un clamoroso autogol, visto che sta dando al messaggio autofinanziato una rilevanza che altrimenti non avrebbe mai avuto (si veda fra l’altro l’ampio spazio riservato domenica da Gianni Mura, maestro di giornalismo sportivo, sulle colonne di la Repubblica).
Forse, infine, è anche per questo che sabato scorso, quando al 90’ il Taranto ha segnato a Terni il gol di un pareggio poco utile per la classifica, i suoi tifosi sono esplosi in un’esultanza liberatoria, diverse da tutte quelle che hanno salutato gol recenti e più importanti. Quelle persone che correvano come impazzite, abbracciandosi a caso fra loro, sembravano dire “potete toglierci tutto, anche il messaggio d’amore che avevamo scritto sulla nostra maglia, ma non potete impedirci di sognare”. O forse è politica anche questa?

Caro ternano

La lettera aperta ai tifosi ternani apparsa qualche giorno fa sul Quotidiano.

Caro ternano,

la cosa non piace né a me ne a te, ma dobbiamo ammetterlo: un po’ ci somigliamo. Una volta, quando il calcio era ancora il calcio, Taranto e Ternana erano due tipiche squadre di Serie B. Tignose, tenaci, povere di mezzi ma mai arrendevoli. Aggrappate al fattore campo come a una scialuppa di salvataggio, in campionati avventurosi, spesso giocati sul filo della salvezza all’ultima giornata.
Poi il calcio è diventato qualcos’altro e noi – noi e voi, intendo – siamo rimasti prigionieri del nostro passato. Aspettative alte, presente meschino. Dirigenze dissennate, vecchi lupi di B e di A venuti a svernare (e a rubare lo stipendio) in provincia. Eppure anche la dignità delle piazze calcistiche vere e passionali, praticamente le uniche in terza serie ad avere tifoserie e stadi degni di questo nome.
E per questo, anche se qualcuno potrà non essere d’accordo, in fondo in fondo ci rispettiamo. Metti l’anno scorso: sai che fastidio essere eliminati dai playoff da una squadra fantasma, senza storia e senza tifosi, che sembrava nata apposta per romperci le scatole e poi, dopo averlo fatto, è scomparsa nel nulla da cui era venuta? Qui lo dico e qui lo nego: avremmo preferito perderla con gente come voi, la possibilità di andare in B, rivalità e sfottò compresi, avremmo preferito regalarla a chi sapeva cosa farsene.
Ma proprio perché ci somigliamo, caro ternano, proprio perché ne abbiamo passate di cotte e di crude, proprio perché eravamo entrambi al palo quando i Moggi e i Gaucci spadroneggiavano, proprio perché le trame poco chiare ci hanno spesso visto fra le vittime, proprio per questo, caro ternano, non mi aspettavo certe insinuazioni. Sento da parte rossoverde soffiare questo venticello malandrino che descrive il Taranto come una squadra amica del palazzo e per questo ingiustamente favorita. Ora, capisco che il gioco delle parti fra noi tifosi è spesso fatto di teorie fantasiose. Capisco anche che il Taranto faccia un po’ paura, e che dagli avversari temibili ci si difenda come si può. Ma darci dei raccomandati, credimi, è davvero troppo.
Siamo stati, come voi, fra le prime squadre radiate per questioni amministrative, che molti anni dopo una causa legale ha dichiarato infondate (ma non per questo ci hanno restituito la B). Nel tourbillon degli ultimi anni abbiamo beneficiato di un solo rispescaggio, dalla C2 alla C1 (voi di tre, di cui uno in B e uno proprio quest’anno). Da anni ci affibbiano multe, divieti e squalifiche con una severità che non vediamo altrove. E venendo al presente, siamo, credo, l’unica società calcistica penalizzata per responsabilità presunta in illecito sportivo. E mentre a quelle con responsabilità oggettiva vengono abbonati punti su punti, la nostra penalità resta sempre uguale, cosicché ormai la punizione del colpevole conclamato e quella del sospetto complice sono quasi uguali. Riceveremo presto almeno altri due punti di penalizzazione per non aver pagato gli stipendi in tempo: giusto così, per carità, ma se fossimo davvero raccomandati avrebbero chiuso un occhio, non credi? E, passando al campo, tanto per dirne una, abbiamo visto difensori avversari giocare a pallavolo in area a un metro dall’arbitro senza che questi sentisse il bisogno di portare il fischietto alla bocca. E allora perché secondo voi saremmo aiutati? Forse perché ci è capitato di segnare un gol decisivo oltre il 90°? Dopo la vostra vittoria col Lumezzane potete davvero sostenere questa tesi? O forse perché domenica scorsa l’arbitro ci ha messo un minuto a dare un gol che avrebbe dovuto convalidare subito?
No, caro ternano, ti conviene concentrarti sul calcio giocato e lasciar stare queste bufale complottistiche. Non siamo mai stati noi, i raccomandati, e per fortuna non lo saremo mai. Viene davvero da pensare che abbiate sbagliato indirizzo, che ci scambiate con qualcun altro. E questo spiegherebbe anche l’insolita bizzarria dei vostri colori sociali: siete daltonici!
Con immutata stima,

Giuliano Pavone