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La Notte della Taranta e l’alba di Taranto

L’idea di un’anteprima tarantina della Notte della Taranta come segno di vicinanza e attenzione alle questioni ambientali e occupazionali, ha un suo fascino e una sua nobiltà, ma ugualmente non convince. E per una volta il motivo non è il sentimento autarchico, provinciale e campanilista con cui i tarantini amano autoghettizzarsi, ma una serie di considerazioni perfettamente logiche.
In primis, la puzza di passerelle e strumentalizzazioni politiche arriva forte da Melpignano fino ai due mari, imponendosi anche sulle puzze autoctone di origine industriale. Il “papà” della Notte della Taranta è segretario regionale di un partito che – al pari di quasi tutti gli altri, compreso quello di cui è leader il nostro Governatore – molto ha detto e poco ha fatto per difendere i diritti dei tarantini, troppo spesso messi in secondo piano rispetto alle esigenze, vere o presunte, del sistema industriale italiano. “La Taranta per curare dall’Ilva” sa di slogan mediatico e di autoassoluzione rispetto alle vere cure di cui la città avrebbe bisogno. Troppo facile: i tumori non si curano coi tamburelli.
Seconda considerazione: è la Taranta a correre in aiuto di Taranto, o viceversa? Fa infatti specie che dell’assonanza fra il mitico ragno e la cittadina jonica ci si accorga solo ora. La formula della kermesse è ormai risaputa e usurata, e nella Grecìa Salentina si cercano nuove idee per rinnovarla. Taranto oggi fa notizia, e poi “fa tanto sociale”: cosa c’è di meglio per rilanciare un festival ormai istituzionalizzato, che ha da tempo perso l’originario significato di rottura?
Ma più di tutto vale una riflessione finale: la Notte della Taranta non appartiene a Taranto, e anche questa iniziativa suona come una piccola colonizzazione. Taranto è stanca di “soluzioni esterne”, e ha dimostrato, proprio sul terreno musicale, di essere finalmente in grado di autodeterminarsi. E’ stato il concerto del primo maggio il vero evento popolare tarantino, realizzato in grande stile e dal basso, senza padrini politici e baracconi istituzionali. Una manifestazione che ha dato fiducia e visibilità a un movimento, oggi fertile e vivace, fatto di svariate iniziative in ambito culturale, turistico e civico. E’ questa l’Alba di Taranto, con buona pace della Notte della Taranta.

Giuliano scrive sul Quotidiano di Ilva, di Pizzica e di Caparezza

Articolo apparso sul Nuovo Quotidiano di Puglia del 29 agosto 2011, all’indomani del Concertone finale della Notte della Taranta, con il titolo “Taranta e puzza di zolfo, una regione dai due volti”

La Notte della Taranta vista da Taranto, ha avuto quest’anno l’odore mefitico delle emissioni industriali. Lo stesso odore che avvelena, oltre a tutto il resto, qualsiasi discussione sul bello o su un futuro non catastrofico della città che si provi a intavolare in riva allo Jonio.
I fatti sono noti: il popolo della rete insorge perché – dicono – l’Ilva sponsorizza La Notte della Taranta. Da Melpignano e dintorni precisano che il colosso siderurgico ha concluso un accordo con Telenorba, l’emittente che trasmette il concertone, mentre nessun contratto lo lega alla fondazione che organizza l’evento. Dibattito appassionante, ma fino a un certo punto: in fondo l’Ilva per lo stato italiano è un’azienda come un’altra, e forse bisognerebbe riflettere su questo, più che sul senso etico di chi dall’Ilva si fa sponsorizzare.
Ma l’accostamento fra ciminiere e pizzica è ugualmente suggestivo perché ripropone ancora una volta una Puglia che – specialmente in estate davanti ai suoi numerosi visitatori – si presenta bifronte. Da un lato le spiagge, la musica, le sagre, i fuochi d’artificio ogni sera, le luminarie abbacinanti in ogni sputo di paese. Dall’altro strade e sistema di raccolta dei rifiuti da terzo mondo, la sanità allo sfascio, la disoccupazione, le morti sul lavoro e – appunto – lo scempio dell’ambiente.
Una schizofrenia rappresentata alla perfezione da una canzone del pugliese Caparezza: “Vieni a ballare in Puglia”. Canzone ormai non nuovissima ma che certo non ha perso la sua attualità. A un classico ritmo di danza del sud, rotolano parole pesanti come pietre. Nel testo il turista balla e non si accorge dell'”altra” Puglia: gru che cadono in testa agli operai, abbronzature alla diossina e nel golfo un’aria che – non solo per motivi di rima – puzza di zolfo.
Anche nella realtà il turista balla, balla anche la canzone di Caparezza senza fare caso al testo e confondendola con uno dei tanti spensierati inviti a divertirsi. Tutto sommato al forestiero non si può dare torto, e in fondo la cosa ci fa comodo. Il turismo nel tacco ha tirato parecchio anche quest’anno, e il turismo si fa mettendo in vetrina le bellezze, non certo gli sconci. Ma ciò non vuol dire scopare la polvere (anche le polveri sottili) sotto il tappeto e fare finta che vada tutto bene. L’estate è agli sgoccioli: smontato il megapalco del concertone e tutti gli altri palchi e palchetti, le macerie della quotidianità appaiono ancora più desolanti. E in Puglia ci restano i pugliesi, a fare i conti con l’eterno amore-odio per la propria terra, divisi fra la tentazione di abbandonarla al suo destino e il sogno di fare qualcosa per migliorarla. A piazze vuote riecheggia la fine della canzone di Caparezza:

“O Puglia Puglia mia tu Puglia mia,
ti porto sempre nel cuore quando vado via
e subito penso che potrei morire senza te.
e subito penso che potrei morire anche con te”.