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Borg McEnroe, il film

23130757_10213666548113634_3595718376753303952_nQuando ero piccolo, mamma e papà comprarono per la mia cameretta due poster di campioni. In uno c’era un Mennea-fasciodinervi appena scattato dai blocchi di partenza. E fin qui, niente da ridire, anzi, chapeau. Nell’altro c’era Bjorn Borg. E qui qualche problema c’era. Perché Borg era un grande, d’accordo, ma nel dualismo quasi idealtipico con McEnroe io stavo (come quasi chiunque conoscessi, per la verità) con l’isterico newyorkese, non certo con l’algido svedese (e per dirla tutta quello che mi stava più simpatico in assoluto era Jimmy Connors).
Ma pazienza: il poster restò al suo posto, e direi senza conseguenze rilevanti sul mio profilo psichiatrico.
Ora arriva questo film bellissimo (al netto di qualche eccesso di lirismo in alcune scene finali), chiamato semplicemente “Borg McEnroe” e vengo a scoprire che, in particolare nella loro infanzia, McEnroe era un pochino meno McEnroe, ma soprattutto che Borg era molto meno Borg. E cioè che l’incazzoso e ribelle americano da piccolo era una specie di genietto dei numeri e che era spinto dai genitori verso l’eccellenza scolastica, mentre il giovane Bjorn era molto più irascibile di un McEnroe in overdose da caffè, tanto da venire sospeso per indisciplina dal circolo tennis della sua città natale. La sua proverbiale imperturbabilità non era calma, ma capacità, maturata nel tempo, di convogliare rabbia, ansia, stress e paura esclusivamente nel gioco. Borg era una pentola a pressione pronta ad esplodere, come in parte forse hanno dimostrato il precoce ritiro e le movimentate vicende extrasportive.
“Borg McEnroe” è una produzione scandinava, ed è principalmente per questo che si concentra soprattutto su Borg (McEnroe a volte è davvero troppo macchiettistico. Anche più del vero McEnroe, intendo). Ma questa scelta “patriottica” permette di approfondire quella che fra le due sembra la personalità più complessa, sicuramente la più sofferta. E mi fa pensare che quello appeso nella mia cameretta da bambino, forse, non era il poster sbagliato.

Il ricordo di Mennea

Ecco il ricordo di Pietro Mennea, pubblicato in prima pagina sul Quotidiano di Puglia del 22 marzo.

Se n’è andato troppo in fretta. Amara ironia per uno come lui che ha sempre corso veloce (più veloce di tutti, per sedici, lunghissimi anni) e che non si è mai fermato. Troppo in fretta perché per i miti dello sport il tempo dà l’illusione di bloccarsi al culmine, e il suo cronometro al fotofinish segna ancora e sempre 19,72. Troppo in fretta soprattutto per noi, quarant’anni o giù di lì, cresciuti nel mito del suo occhio pallato pre-Schillaci, e oggi un po’ più soli, adulti, vecchi.
Noi abbiamo forgiato il nostro immaginario agonistico su atleti dai pantaloncini succinti e dai fisici normali. Mennea non si depilava, aveva una faccia da impiegato e una stempiatura simile a quella dei nostri papà nelle foto di quando eravamo piccoli. Era un fascio di nervi, più che di muscoli: la volontà prima della palestra, il sudore prima del look. Pallore e grinta, sacrifici e silenzio, un Tardelli in forma Mundial, ma senza urlo. Quello, Mennea se l’è tenuto dentro e ne ha fatto carburante.
Pietro aveva corso fino a 36 anni, età avanzatissima per un velocista, e dopo aver smesso non aveva perso tempo. «Tre giorni dopo la fine delle Olimpiadi di Seul del 1988, il mio ultimo impegno agonistico, ero già a Milano, alla Bocconi» aveva raccontato in un’intervista.
Quattro lauree, parlamentare europeo per una legislatura, docente universitario, avvocato e commercialista. Da atleta ad avvocato: buffo pensare che la persona che tanti anni fa a Barletta ne scoprì il talento aveva compiuto il percorso inverso, abbandonando l’attività forense per diventare professore di Educazione Fisica. C’è sempre un po’ di sorpresa quando un ex sportivo riesce ad affermarsi in altri campi. Ma quello di Mennea è un percorso coerente. «Da atleta non ho avuto il tempo per studiare, ma ho acquisito una mentalità, che mi è servita dopo per recuperare il tempo perduto. Impegno, sacrifici, dedizione, così si raggiungono i traguardi». Impegno, sacrifici, dedizione. Aggiungiamo anche caparbietà, capa tosta da pugliese, lingua tagliente e voglia e di pensare con la propria testa. Essendo disposto anche a pagarne le conseguenze.
Non era un uomo facile, Mennea, non era dolce di sale. “Uomo verticale” l’ha definito Gianni Minà, e non solo per quel suo stile nella corsa, a schiena dritta. Di Achille non aveva solo il piè veloce, ma anche l’alta considerazione di se stesso, quel pizzico di superbia che gli faceva dire, per esempio, che al Parlamento europeo era l’unico capace di sedersi in tutte le diciassette commissioni senza bisogno di aiuto. Ma del resto cosa si pretende? Non si sale sul tetto del mondo con un ego da seminaristi.
“Che vita” cantava un Samuele Bersani generazionalmente disorientato in una canzone di qualche anno fa, “Pietro Mennea e Sara Simeoni son rivali alle elezioni”. Noi li ricordiamo in canottiera azzurra nei poster delle nostre camerette. La saltatrice con le ranocchie sui calzini, il velocista con quel soprannome che, da meridionali, ci inorgogliva. Freccia del sud. Come quei treni che correvano lungo la costa adriatica: magari spartani, magari antiquati, ma su cui si poteva contare. Oggi quei treni li stanno spezzando, smantellando, trasformando, snaturando. Moderni e veloci, ma anche scomodi e costosi. E non fermano più a Barletta.