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La Notte della Taranta e l’alba di Taranto

L’idea di un’anteprima tarantina della Notte della Taranta come segno di vicinanza e attenzione alle questioni ambientali e occupazionali, ha un suo fascino e una sua nobiltà, ma ugualmente non convince. E per una volta il motivo non è il sentimento autarchico, provinciale e campanilista con cui i tarantini amano autoghettizzarsi, ma una serie di considerazioni perfettamente logiche.
In primis, la puzza di passerelle e strumentalizzazioni politiche arriva forte da Melpignano fino ai due mari, imponendosi anche sulle puzze autoctone di origine industriale. Il “papà” della Notte della Taranta è segretario regionale di un partito che – al pari di quasi tutti gli altri, compreso quello di cui è leader il nostro Governatore – molto ha detto e poco ha fatto per difendere i diritti dei tarantini, troppo spesso messi in secondo piano rispetto alle esigenze, vere o presunte, del sistema industriale italiano. “La Taranta per curare dall’Ilva” sa di slogan mediatico e di autoassoluzione rispetto alle vere cure di cui la città avrebbe bisogno. Troppo facile: i tumori non si curano coi tamburelli.
Seconda considerazione: è la Taranta a correre in aiuto di Taranto, o viceversa? Fa infatti specie che dell’assonanza fra il mitico ragno e la cittadina jonica ci si accorga solo ora. La formula della kermesse è ormai risaputa e usurata, e nella Grecìa Salentina si cercano nuove idee per rinnovarla. Taranto oggi fa notizia, e poi “fa tanto sociale”: cosa c’è di meglio per rilanciare un festival ormai istituzionalizzato, che ha da tempo perso l’originario significato di rottura?
Ma più di tutto vale una riflessione finale: la Notte della Taranta non appartiene a Taranto, e anche questa iniziativa suona come una piccola colonizzazione. Taranto è stanca di “soluzioni esterne”, e ha dimostrato, proprio sul terreno musicale, di essere finalmente in grado di autodeterminarsi. E’ stato il concerto del primo maggio il vero evento popolare tarantino, realizzato in grande stile e dal basso, senza padrini politici e baracconi istituzionali. Una manifestazione che ha dato fiducia e visibilità a un movimento, oggi fertile e vivace, fatto di svariate iniziative in ambito culturale, turistico e civico. E’ questa l’Alba di Taranto, con buona pace della Notte della Taranta.

Premio Marcellino De Baggis: un bilancio

Intervista pubblicata dal Quotidiano di Puglia il 10 maggio 2013.

Si è conclusa con successo lo scorso 5 maggio la prima edizione del Premio Marcellino De Baggis, il festival internazionale del cinema documentario tenutosi nelle sale del MUDI – Museo Diocesano, in città vecchia. Ne abbiamo discusso con Mafe De Baggis, sorella del regista alla cui memoria è intitolato il premio e consulente di comunicazione specializzata in tematiche del web.

A bocce ferme, qual è il bilancio di questa prima edizione?

Ci riteniamo soddisfatti dell’afflusso, soprattutto considerando che si trattava di un argomento di nicchia, il documentario, con la proiezione di opere non sempre di facile e immediata fruizione. La presenza della giuria e di molti fra i registi dei film in concorso ha fatto sì che partecipassero anche parecchi non tarantini, i quali hanno potuto conoscere Taranto nelle sue bellezze e nelle sue contraddizioni. Questo era uno degli scopi che ci prefiggevamo. Le reazioni sono state quelle tipiche di quando persone dotate di cultura scoprono Taranto: sorpresa per la bellezza della città vecchia e per come non venga valorizzata, e stupore per il contrasto tra natura e presenza industriale.

Il festival si prefiggeva fra l’altro di creare un ponte fra lo specifico di Taranto e la realtà nazionale e internazionale…

E’ così. Il film che ha vinto il premio per il miglior documentario internazionale, “Dell’arte della guerra” di Silvia Luzi e Luca Bellino, racconta della protesta degli operai della Innse di Milano che si issarono su una gru e alla fine riuscirono a evitare la chiusura della fabbrica. I registi trascorsero otto giorni nel presidio degli operai che supportavano i loro compagni sulla gru. Dalle parole dei protagonisti emerge il rifiuto della rappresentanza sindacale e la scelta di lottare senza calcoli e diplomazie. Un tema, questo, che oggi a Taranto è di grande attualità. La natura anche politica di questo festival è così venuta fuori spontaneamente. I registi erano contenti non solo per aver vinto, ma per aver vinto proprio qui.

Si può dire che Taranto, rispetto al passato, sia più sensibile a certe proposte culturali?

Sì, credo che lo stesso festival, organizzato qualche anno fa, avrebbe avuto molto meno seguito. Abbiamo fatto una scelta di internazionalità, ma volendo fare un po’ di autocritica, avremmo dovuto aprirci con più anticipo alle altre esperienze interessanti della città. Cosa che alla fine è accaduta comunque: abbiamo ospitato Paolo Pisanelli, il regista che sta lavorando al film “Buongiorno Taranto” raccogliendo risorse attraverso il crowdfunding, poi il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, infine il regista Pippo Mezzapesa col suo documentario “SettanTA”, realizzato per la Repubblica.

Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Vogliamo dare continuità al festival e alla fondazione, se possibile anche con eventi durante l’anno. Quanto alla prossima edizione, sarebbe importante trovare dei fondi, il che il secondo anno dovrebbe essere un po’ più facile. Ma se anche le risorse dovessero essere poche, faremo un programma più leggero ma comunque interessante. Le decisioni sulla formula da adottare spettano ai direttori artistici, ma personalmente sacrificherei volentieri qualche proiezione a beneficio di un po’ di tempo in più da dedicare all’incontro e all’interazione, anche informale, fra le persone.

Adesso è qui la musica

Ecco il testo del commento sul Primo Maggio a Taranto, apparso sul Quotidiano del 19 aprile.

Sarebbe stato bello – e giusto – che anche Elio e le Storie Tese, oltre a tutti gli artisti molto noti già annunciati, partecipassero al concerto del Primo Maggio a Taranto. Pochi giorni fa la band milanese, con il suo nuovo brano “Complesso del Primo Maggio”, si è fatta beffe con il consueto sarcasmo della kermesse musicale di Piazza San Giovanni a Roma. La loro è stata una liberatoria dichiarazione di un sentimento che in molti covavano da tempo ma di cui forse non ci si era accorti fino in fondo: il concertone organizzato dai sindacati confederali ha progressivamente perso la sua freschezza per trasformarsi anno dopo anno in una vetrina istituzionale e televisiva, e in un campionario di cliché politici e musicali sempre meno in linea con il famoso “paese reale”.
In contemporanea, a Taranto si lavorava a un evento che, se ufficialmente non si vuole porre in contrasto con il concerto romano, di fatto appare apertamente polemico con ciò che Roma rappresenta in termini di sindacati, politica, centri di potere e di informazione. Roma che si è dimenticata di Taranto. Taranto che, più di ogni altra, è oggi la città dove ha senso parlare di lavoro e diritti.
Ma il bello è che al di là del suo valore simbolico, il concerto tarantino, stando alle adesioni già confermate, ha tutte le carte in regola per surclassare quello romano (quest’anno davvero in tono minore) anche dal punto di vista dello spessore artistico. In poco tempo e partendo da zero si sta mettendo su un cast musicale con pochi precedenti nella storia cittadina. Il che – indipendentemente dalla piena riuscita dell’iniziativa e da possibili defaillances – dimostra almeno due cose. La prima: insieme e dal basso si possono ottenere risultati importanti, con una forza propositiva e organizzativa di gran lunga superiore a quella che oggi a Taranto mostrano le istituzioni. La seconda: a dispetto di ciò che il recente esito del referendum – un esito perfettamente prevedibile, se si analizza la consultazione in tutti i suoi aspetti – potrebbe far pensare, Taranto è animata da fermenti creativi e civili come non le era mai capitato in passato. E poche città italiane, oggi, possono vantare la stessa vitalità, la stessa tensione verso la cittadinanza attiva. Forse gli stessi tarantini coinvolti in questo processo non ne sono ancora del tutto consapevoli. E il concerto del Primo Maggio sui due mari potrà rafforzare questa convinzione, aiutandola a prevalere sull’altra faccia di Taranto che ancora non accenna a scomparire: quella dell’inerzia e della rassegnazione.

Il Taranto day on tour sul Quotidiano

Ecco l’articolo uscito sul Quotidiano di Puglia del 5 febbraio, dedicato alla tappa bolognese del Taranto day on tour.

Si parla spesso del ruolo che lo sport, il calcio in primis, può svolgere nell’aggregare, sensibilizzare e chiamare all’azione la gente. Un ruolo importante, soprattutto a Taranto, in questo periodo confuso di paure e speranze. A volte viene il dubbio che si tratti di un alibi, poco più che una scusa utilizzata da tifosi incalliti per nobilitare la propria passione. Poi si partecipa a serate come quella di sabato scorso a Bologna e si capisce che no, non è un alibi ma una splendida verità.
Si chiama “Taranto day on tour” la “tournée” della Fondazione Taras 706 a.C. che ha da poco fatto tappa nel capoluogo emiliano (il primo appuntamento era stato a Roma l’estate scorsa): un’iniziativa pensata per portare i suoni, i colori e i sapori della città dei due mari ai fuorisede, e al contempo per convertire alla causa tarantina il maggior numero possibile di “forestieri”. Fra esibizioni musicali, prodotti tipici, cimeli calcistici in mostra e la partecipazione di cinque indimenticate vecchie glorie (Beretti, Campidonico, Cimpiel, Majo e Tartari), l’atmosfera e le facce erano quelle di qualsiasi trasferta in norditalia degli anni passati. E già questo è stato un primo merito dell’iniziativa: l’essere stata una specie di surrogato dei festosi rendez-vous sui campi settentrionali, rimandati a tempi migliori.
Ma dietro all’evento bolognese, e più in generale al discorso portato avanti dalla Fondazione, c’è molto di più. C’è il tentativo, semplice e rivoluzionario, di mettere la gente comune al centro della scena. Di allargare i meccanismi decisionali, di agire collegialmente in modo altruistico e organizzato (e le note recenti spaccature in seno al Taranto FC non fanno che dimostrare quanto tutto ciò sia difficile ma al contempo necessario). C’è il proposito di stimolare l’orgoglio di appartenenza dei tarantini e di indirizzarlo verso i fini più nobili e costruttuvi. In questo l’operato della Fondazione Taras 706 a. C. somiglia a quello di altre realtà associative che pure si dedicano a tematiche diverse, da Ammazza che piazza ai Liberi e Pensanti. Un filo rosso (o rossoblu…) che non va spezzato, ma al contrario irrobustito e sostenuto.
I tarantini che gestiscono lo Spazio Menomale di Bologna, dove si è svolto il Taranto day on tour, sono rimasti profondamente colpiti dalla grinta e dall’organizzazione con cui quelli della Fondazione in poche ore hanno cambiato faccia al locale, ponendo le basi per una serata impeccabile e riuscitissima. Quasi per abitudine, qualcuno ha fatto un vecchio commento: “Se solo noi tarantini dedicassimo lo stesso impegno e la stessa energia alle cose serie…”. Ma il commento è rimasto a metà, bloccato dalla sensazione che proprio esperienze come questa dimostrano che forse le cose stanno cambiando, e che il tempo del disimpegno e del disinteresse è rimasto alle nostre spalle. Che, per dirla come il bolognese Lucio Dalla, “l’anno vecchio è finito ormai”. Quell’impegno e quell’energia sono già dedicati a cose serie. È questa la novità.

La protesta a “casa” dei Riva

Clicca qui per leggere l’articolo d’apertura apparso sulla prima pagina del Quotidiano di Puglia del 26 gennaio, dedicato al presidio di protesta davanti alle sedi milanesi di Ilva e Riva Group.

1 dicembre: L’eroe dei due mari a Bologna

Sabato 1 dicembre Giuliano e il disegnatore Emanuele Boccanfuso saranno a Bologna per parlare della graphic novel “L’eroe dei due mari. Taranto, il calcio, l’Ilva e un sogno di riscatto” nell’ambito dell’evento “Tre ruote in movimento”, una giornata dedicata a Taranto, alla sua lotta dal basso e a “quelli dell’Apecar”.
Dopo la presentazione, ci sarà un dibattito in cui la situazione di Taranto verrà raccontata dalla voce di due protagonisti, entrambi rappresentanti del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, attualmente una delle più interessanti realtà italiane di movimento autoorganizzato: Cataldo Ranieri (uno dei suoi più attivi portavoce-operaio Ilva) e Giuseppe Fonzino (lavoratore precario).
La serata proseguirà con una pausa conviviale con gli interventi musicali della Banda Roncati e dell’Hard Coro de Marchi, e si concluderà con il concerto di Sciamano MC, dagli anni 90 una delle voci più significative del rap hip hop tarantino, accompagnato da dj Brusca.
Nel corso la serata, inoltre, sarà possibile aderire alla raccolta fondi a sostegno delle attività del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
Appuntamento, a partire dalle 17, alla Scuola Popolare di Musica Ivan Illich, in via Giuriolo 7 a Bologna.
Clicca qui per l’evento su Facebook.

Partecipare è già una vittoria

Qui sotto il testo dell’articolo uscito domenica 14 novembre sul Quotidiano di Puglia, a proposito della manifestazione al quartiere Tamburi di Taranto il giorno precedente.

Parte dal “Gambero”, il corteo, ma non va a ritroso. Punta in avanti, invece, con la schiena dritta, al ritmo lento ma inesorabile dell’ormai proverbiale Apecar. Si arrampica sul ponte della ferrovia, attraverso i magazzini e le vecchie case che chi non abita qui è abituato a vedere solo dal finestrino di una macchina. Attraversa tutti i Tamburi: il quartiere simbolo, il quartiere martire, il quartiere ormai anche un po’ set televisivo. E gli abitanti un po’ partecipano un po’ guardano dai balconi, non si sa se solidali, curiosi o infastiditi.
Ci sono i cittadini, avanti, e gli studenti, più dietro. Ci sono i tarantini e le delegazioni da Pomigliano e Chiaiano. Ci sono i cori (“Tamburi lotta con noi!”) e gli striscioni: quelli lunghissimi, verticali, srotolati lungo le facciate dei palazzi, e quelli orizzontali, portati a mano, che scandiscono il fluire della manifestazione. C’è, negli slogan scritti sui teli, il solito misto di rabbia (“I Tamburi hanno pagato per interessi di Stato e privato”), dignitoso orgoglio (“Lorenzo e Mauro lottano con noi”, dedicato a uno dei bimbi malati e al suo papà-coraggio) e ironia (“Quando arRIVA il mio panino?”).
C’è, anche, fra la gente, una serpeggiante inquietudine, una crescente impazienza e un accenno di disillusione. Dal fatidico 26 luglio sono ormai passati quasi tre mesi: è successo un po’ di tutto ma in definitiva non è successo ancora niente. Cambierà qualcosa, ci si chiede, e quando? O continuerà l’andazzo di prima, sempre un po’ peggio sia con l’ambiente sia con il lavoro? Servirà a qualcosa la mobilitazione della gente? E quanto ancora, in mancanza di risultati tangibili, si manterrà responsabile e civile come è stata finora?
Difficile dare risposte a tutte queste domande. Ma, questo è certo, una conquista è già stata fatta. Una conquista ben sintetizzata dal titolo della manifestazione: “Io non delego, io partecipo”. L’attivismo e il coinvolgimento della gente nei problemi della comunità è un valore in sé, al di là dei risultati concreti che ha portato o potrà portare. E di attivismo e coinvolgimento a Taranto ce n’è in questo periodo come mai in passato, e come oggi è difficile riscontrare in qualsiasi altra città d’Italia. Basti pensare agli ultimi giorni: la fiaccolata in centro, l’assemblea in piazza Sicilia, le sagome e il flash mob alla Rotonda, la manifestazione ai Tamburi e il suo seguito pomeridiano in piazza della Vittoria. Infine, benché in un ambito diverso (ma è davvero diverso, l’ambito, o è invece solo un altro pezzo dello stesso mosaico?), l'”Election Day” della Fondazione Taras 706 a. C., tenutosi nel pomeriggio di ieri in città vecchia.
La partecipazione: è questa, per Taranto, la prima vittoria. Speriamo non l’ultima.