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Interviste e articoli sul caso Ilva

ilva_taranto ridNei giorni caldi della trattativa per la cessione dell’Ilva all’Arcelor Mittal, Giuliano ha espresso le sue opinioni attraverso vari media. Ecco una sintesi dei suoi interventi.

Qui si può trovare la registrazione di Tutta la città ne parla (Radio3) dello scorso 30 agosto dedicata al caso Ilva. L’intervento di Giuliano è a circa un terzo.
Qui si può leggere l’intervista, a cura di Attilio De Alberi, rilasciata al sito YOUng – Long Journalism, pubblicata lo scorso 7 settembre.
Qui sotto, infine, una riflessione pubblicata lo scorso 6 settembre sulla pagina Facebook di Venditori di fumo.

LA VERA SCELTA SULL’ILVA

Ora che (quasi) tutti hanno capito che Di Maio non chiuderà l’Ilva, come pure aveva promesso, risulta più chiaro quale sia la reale natura della scelta fatta da questo governo e dai precedenti sul colosso siderurgico. Scelta che non è tanto fra un’Ilva aperta e un’Ilva chiusa, ma fra il governare in prima persona o delegare ad altri un declino che è comunque inesorabile.

Il picco di occupati nello stabilimento tarantino si ebbe nel 1980 con 21.791 unità. Da allora abbiamo assistito a una costante emorragia. Comunque vada la trattativa sindacale in corso, è chiaro che la forza lavoro scenderà ulteriormente, assestandosi intorno alle 10.000 unità in tutto il Gruppo (quindi non solo a Taranto). Ma a ben vedere la forza lavoro effettiva, fra continue mobilità e casse integrazione, è già da tempo scesa sotto la soglia psicologica delle 10.000 persone.
Il punto principale, però, è un altro: cosa farà il Governo se Arcelor Mittal non rispetterà gli impegni assunti in materia di occupazione? E cosa succederà nel 2023, quando i proprietari della fabbrica saranno definitivamente liberi di sceglierne il destino? Che armi avremo per contrastare ulteriori riduzioni della forza lavoro o addirittura una chiusura degli impianti (forse a Mittal interessano i clienti dell’Ilva, più che i suoi impianti)?

Dal commissariamento dell’Ilva (2013), l’Italia ha speso un milione al giorno per tenere aperta la fabbrica. Ora mette sul tavolo altri 250 milioni per incentivare le uscite dei lavoratori in esubero. Prevedibile che in futuro allargherà ancora i cordoni della borsa per fare fronte ad altre catastrofi occupazionali. I governi susseguitisi in questi anni avrebbero potuto prendere atto della situazione gestendo, anche con l’aiuto degli appositi fondi europei, una dismissione e una riconversione economica che sarebbe comunque durata decenni. Hanno invece deciso di lasciare la regia del declino e della probabile disgregazione in mani private, salvo poi intervenire quando si tratterà di saldare il conto. Spettatori paganti, insomma.

Discorso analogo sul fronte ambientale. Si sarebbe potuto chiudere tutto e gestire il delicato processo di bonifica in solitudine (ma sempre supportati da appositi fondi), si sta invece passando la mano a un privato, che da un lato mette sul piatto soldi per l’adeguamento degli impianti, dall’altro però continua a produrre, quindi a inquinare, quindi a uccidere. E anche in questo caso il conto economico è salatissimo: pochi giorni fa, l’associazione Peacelink ha notificato al Ministero dell’Ambiente che sulla base della metodologia degli “aggregated damage costs” adottata dall’EEA (European Environment Agency), nel periodo 2008-2012 l’Ilva avrebbe causato esternalità negative da un minimo di 1.416 milioni di euro a un massimo di 3.617 milioni di euro.
Difficile che queste stime calino nei prossimi anni, considerando le singolari modalità del piano ambientale: anziché porre paletti precisi, nella procedura di gara rivolta a privati si chiedeva che fosse lo stesso acquirente a stilare il piano, introducendo poi un’abominevole immunità penale nella sua applicazione. Insomma, un tema con traccia a piacere e dallo svolgimento facoltativo.

Concludendo, una riflessione rivolta a tutti coloro che in questi anni si sono battuti per un futuro diverso e sostenibile di Taranto. Se da un lato è cambiato tutto (tramonto definitivo della prospettiva di una rapida chiusura), dall’altro nulla è cambiato. Le sfide rimangono le stesse: costruire alternative economiche per una città che in ogni caso sarà sempre meno siderurgica e non mollare di un centimetro nella difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini. Su questo fronte è innegabile che negli ultimi anni, grazie al lavoro di molti, dei risultati sono stati ottenuti. Ma è altrettanto innegabile che si tratta di risultati ancora abbondantemente insufficienti, e che l’inaccettabile condizione in cui si trovano ancora i tarantini, richieda loro di continuare a lottare. Forza!

A Taranto il Ponte Morandi continua a crollare

ponte girevole Morandi Massimo StragapedeArticolo apparso sul Quotidiano di Puglia del 10 settembre 2008.

Per ottenere consensi, niente è più importante dello storytelling. Per questo, quando qualche giorno fa il Governatore della Liguria Toti ha dichiarato che il nuovo ponte sul Polcevera a Genova verrà costruito con l’acciaio dell’Ilva, ha messo a segno un ottimo punto. Operazione Ilva e ricostruzione del ponte come due segnali, simili e sinergici, di ripresa, di progresso, di fondata speranza in un futuro finalmente roseo, dopo il periodo di sfiducia e disorientamento che l’Italia sta vivendo. Questo, più o meno, il messaggio che si legge tra le righe della sua dichiarazione. Una “narrazione” che può andar bene ai genovesi, ma non ai tarantini. E, soprattutto, che non risponde al vero.

Genova può comprensibilmente vedere nel progetto del suo Renzo Piano il simbolo di una rinascita che aiuti a lenire la tragica ferita del crollo del Ponte Morandi. E nel vedere garantito il futuro dello stabilimento Ilva di Cornigliano può scorgere altri segnali di ottimismo. Il fatto è però che l’Ilva, – che è soprattutto Taranto – l’Ilva salvata da Calenda e Di Maio, l’Ilva ora di nuovo in mani private e per la prima volta in mani straniere, non è parente del ponte di Renzo Piano. Piuttosto è figlia della stessa epoca e dello stesso modo di fare che hanno dato vita al Morandi. Quegli anni 60 di industrializzazioni e cementificazioni selvagge, di crescita a tappe forzate perseguita letteralmente “come se non ci fosse un domani”, ponendo sì le basi per il boom economico, ma anche piantando dei semi maligni che negli anni successivi avrebbero iniziato a germinare. Il sacco edilizio, le costruzioni al risparmio, la devastazione delle coste e sì, anche quella fabbrica così grande e così vicina alla città, tirata su nel modo in cui faceva più male.

Nella favoletta a lieto fine di Toti, suona come una beffa per Taranto l’essere affiancata a Genova. Quella Genova dove già diversi anni fa, tra trionfalismi politici e sindacali, si ottenne la sospensione della nociva produzione siderurgica a caldo, produzione che, senza alcun clamore, fu spostata a Taranto andando ad aggravare una situazione già insostenibile. Quella Genova che, pur fra difficoltà e contraddizioni, è ormai entrata in una fase postindustriale, fra acquari all’avanguardia e iconiche opere di Renzo Piano (ancora lui). La stessa fase postindustriale che a Taranto è stata ancora una volta rimandata sine die.

No, l’Ilva che scongiura la chiusura e che passa di mano non è parente della “nuova Genova”. Piuttosto lo è della vecchia, quella dei ponti che crollano e delle alluvioni causate dalla devastazione dell’ambiente. Oggi a Taranto tirano legittimamente un sospiro di sollievo i lavoratori dell’Ilva che vedono confermata la propria occupazione, ma piange chiunque abbia capito che, grazie all’immunità penale concessa ad Arcelor Mittal nell’applicazione del Piano Ambientale, i drammi continueranno, e che la prospettiva dell’Ilva aperta, di per sé, non fermerà il declino della città.

Allo storytelling zuccheroso di Toti ne andrebbe opposto uno altrettanto suggestivo ma dal sapore decisamente più amaro. E più realistico. L’immagine l’ha elaborata Massimo Stragapede, un tarantino che dà sfogo alla sua traboccante creatività soprattutto con la scrittura e la fotografia. La foto del Ponte Girevole dimezzato, semicrollato, “morandizzato”, con l’ormai tristemente noto camion verde fermo a un passo dal baratro, assume un significato più preciso se le si affiancano delle cifre: quelle dei morti del Ponte Morandi (43) e quelle dei decessi attribuibili all’inquinamento industriale nel tarantino elaborate nelle perizie epidemiologiche del 2012. Queste cifre ci dicono che a Taranto, di ponti Morandi, ne crollano più di uno all’anno. Da decenni. E nulla, al momento, ci dice che smetteranno di crollare. Il tempo dell’ottimismo e dei sogni di rinascita, da queste parti, è ancora lontano.