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Borg McEnroe, il film

3 novembre 2017 No Comment

23130757_10213666548113634_3595718376753303952_nQuando ero piccolo, mamma e papà comprarono per la mia cameretta due poster di campioni. In uno c’era un Mennea-fasciodinervi appena scattato dai blocchi di partenza. E fin qui, niente da ridire, anzi, chapeau. Nell’altro c’era Bjorn Borg. E qui qualche problema c’era. Perché Borg era un grande, d’accordo, ma nel dualismo quasi idealtipico con McEnroe io stavo (come quasi chiunque conoscessi, per la verità) con l’isterico newyorkese, non certo con l’algido svedese (e per dirla tutta quello che mi stava più simpatico in assoluto era Jimmy Connors).
Ma pazienza: il poster restò al suo posto, e direi senza conseguenze rilevanti sul mio profilo psichiatrico.
Ora arriva questo film bellissimo (al netto di qualche eccesso di lirismo in alcune scene finali), chiamato semplicemente “Borg McEnroe” e vengo a scoprire che, in particolare nella loro infanzia, McEnroe era un pochino meno McEnroe, ma soprattutto che Borg era molto meno Borg. E cioè che l’incazzoso e ribelle americano da piccolo era una specie di genietto dei numeri e che era spinto dai genitori verso l’eccellenza scolastica, mentre il giovane Bjorn era molto più irascibile di un McEnroe in overdose da caffè, tanto da venire sospeso per indisciplina dal circolo tennis della sua città natale. La sua proverbiale imperturbabilità non era calma, ma capacità, maturata nel tempo, di convogliare rabbia, ansia, stress e paura esclusivamente nel gioco. Borg era una pentola a pressione pronta ad esplodere, come in parte forse hanno dimostrato il precoce ritiro e le movimentate vicende extrasportive.
“Borg McEnroe” è una produzione scandinava, ed è principalmente per questo che si concentra soprattutto su Borg (McEnroe a volte è davvero troppo macchiettistico. Anche più del vero McEnroe, intendo). Ma questa scelta “patriottica” permette di approfondire quella che fra le due sembra la personalità più complessa, sicuramente la più sofferta. E mi fa pensare che quello appeso nella mia cameretta da bambino, forse, non era il poster sbagliato.

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