Archivio mensile:Novembre 2017

L’impero del sogno, Vanni Santoni

20171129_123811 1La recensione di “L’impero del sogno” di Vanni Santoni, apparsa sul sito The Review Magazine

“Don’t judge a book by its cover” cantava Frank-N-Furter, lo “sweet transvestite” del Rocky Horror (Picture) Show. Eppure lo facciamo tutti, specialmente quando la cover in questione non passa inosservata. È il caso di quella di “L’impero del sogno”, ultimo romanzo di Vanni Santoni, realizzata da Vincenzo Bizzarri, che può essere definita in vari modi ma di certo non sobria. In un paesaggio crepuscolare appaiono, in disordine sparso, elefanti dalle zampe slanciate alla Dalí, una ziggurat, un drago alato, Castel del Monte, un leone, un labirinto di siepi, alcuni personaggi del Mago di Oz, un insetto gigante e ancora molto altro. Il tutto in un affollamento ridondante e con un senso delle proporzioni e delle prospettive che ricorda le opere di Bosch ma anche alcune rappresentazioni sacre indiane. Al centro, sospeso, un uovo trasparente al cui interno, in un liquido amniotico dorato con stelline e pianeti galleggianti, è accucciata una bambina.
Ora, soprattutto se – come chi scrive – non si è appassionati di narrativa Fantasy, la tentazione di lasciare il tomo sulla pila insieme agli altri in attesa che (forse) arrivi il suo momento, è forte. Perché, viene da pensare, “L’impero del sogno” o è un brutto Fantasy oppure… Ed è proprio la promessa sospesa di quell’“oppure”, insieme al consiglio del vecchio Frank-N-Furter e soprattutto all’ottimo ricordo dei lavori precedenti di Santoni – uno scrittore capace di coinvolgerti anche in temi che non senti tuoi – a spingere ad aprire il libro per concedere una guardinga occhiata alle prime righe. Venendone immediatamente risucchiati e riuscendo a staccarsi dalla storia solo un paio di giorni dopo, a lettura conclusa.
Il fatto è che “L’impero del sogno” non è un Fantasy, o forse non è il classico Fantasy, e sicuramente non è solo un Fantasy. Insomma, è un’opera che sfugge ai tentativi di classificazione perché con i generi narrativi, ma anche con i livelli narrativi, ma anche con le forme di narrazione (che non sono certo solo i libri) gioca continuamente. Così è un gioco, sebbene non del tutto fine a se stesso, quello con cui Santoni accumula tonnellate di citazioni, ed è con fare giocoso che omaggia gli immaginari fantastici portandoli spesso a livello di caricatura. A suo modo però “L’impero del sogno” è anche un romanzo di formazione e una storia che ci dice qualcosa sui tempi e sui luoghi – quelli reali – in cui è ambientata.
Federico Melani, detto il Mella, ventenne sfaccendato perso nella provincia toscana degli anni 90, inizia a fare un sogno molto vivido e “seriale”: la vicenda è sempre la stessa, e procede di sonno in sonno. Ma i fatti vanno avanti, in sua assenza, anche quando Federico è sveglio, per cui il ragazzo – che nel mondo reale ha pochi motivi di soddisfazione – si ritrova a indursi il sonno in vari modi pur di non perdere terreno e di portare a termine la sua missione. Missione che consiste nel prendersi cura di una bambina-dea, permettendole di creare il suo mondo e difendendola da schiere di nemici che hanno le sembianze di draghi, extraterrestri, robot, divinità antiche e altri personaggi fantastici. Presto il sogno sconfina nella veglia e Federico, in una sorta di “effetto Droste”, si ritrova confuso fra veglia e sogno e/o fra più livelli di sogno.
La “guerra” avviene con logiche da videogioco o da gioco di ruolo, con i nemici che si approssimano uno alla volta, in sequenza, e il protagonista che sceglie per ciascuno le armi più adatte, dall’alabarda all’elicottero lanciamissili del futuro. I nemici assumono forme che rispecchiano gli incubi infantili, le fantasie e l’immaginario del Mella, che poi è l’immaginario dell’autore, che poi è – anche a essere meno impallinati e colti di Santoni – più o meno l’immaginario di chiunque sia nato fra i 70 e i primi 80. Un immaginario fatto indifferentemente da libri, film, telefilm, cartoni, fumetti, giochi e videogiochi, in cui non importa se si ritrovano mischiati la cultura alta e quella pop, anzi, al contrario, importa mischiarle il più possibile fino a renderle quasi inscindibili.
Ecco che il disordine della copertina – una copertina anche bella a suo modo, per carità, però insomma… – assume un significato ben preciso, un valore quasi programmatico di fronte a questa “Santoneide” in cui l’autore, con tono da cazzeggio raffinato, ci invita a godere della frenetica narrazione senza preoccuparci di cosa è reale o immaginario, autobiografico o generazionale, narrativo o metanarrativo. E in cui, al culmine del crossover, personaggi e fatti si mischiano (o sono coerenti) con quelli narrati nei suoi precedenti lavori, contribuendo così alla loro “continuity”.

Borg McEnroe, il film

23130757_10213666548113634_3595718376753303952_nQuando ero piccolo, mamma e papà comprarono per la mia cameretta due poster di campioni. In uno c’era un Mennea-fasciodinervi appena scattato dai blocchi di partenza. E fin qui, niente da ridire, anzi, chapeau. Nell’altro c’era Bjorn Borg. E qui qualche problema c’era. Perché Borg era un grande, d’accordo, ma nel dualismo quasi idealtipico con McEnroe io stavo (come quasi chiunque conoscessi, per la verità) con l’isterico newyorkese, non certo con l’algido svedese (e per dirla tutta quello che mi stava più simpatico in assoluto era Jimmy Connors).
Ma pazienza: il poster restò al suo posto, e direi senza conseguenze rilevanti sul mio profilo psichiatrico.
Ora arriva questo film bellissimo (al netto di qualche eccesso di lirismo in alcune scene finali), chiamato semplicemente “Borg McEnroe” e vengo a scoprire che, in particolare nella loro infanzia, McEnroe era un pochino meno McEnroe, ma soprattutto che Borg era molto meno Borg. E cioè che l’incazzoso e ribelle americano da piccolo era una specie di genietto dei numeri e che era spinto dai genitori verso l’eccellenza scolastica, mentre il giovane Bjorn era molto più irascibile di un McEnroe in overdose da caffè, tanto da venire sospeso per indisciplina dal circolo tennis della sua città natale. La sua proverbiale imperturbabilità non era calma, ma capacità, maturata nel tempo, di convogliare rabbia, ansia, stress e paura esclusivamente nel gioco. Borg era una pentola a pressione pronta ad esplodere, come in parte forse hanno dimostrato il precoce ritiro e le movimentate vicende extrasportive.
“Borg McEnroe” è una produzione scandinava, ed è principalmente per questo che si concentra soprattutto su Borg (McEnroe a volte è davvero troppo macchiettistico. Anche più del vero McEnroe, intendo). Ma questa scelta “patriottica” permette di approfondire quella che fra le due sembra la personalità più complessa, sicuramente la più sofferta. E mi fa pensare che quello appeso nella mia cameretta da bambino, forse, non era il poster sbagliato.