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La recensione di “Woody” di Federico Baccomo

5 novembre 2015 No Comment

woodyEcco la recensione del romanzo breve “Woody” di Federico Baccomo, apparsa sul Quotidiano di Puglia.

Dopo i corrosivi romanzi “Studio illegale”, “La gente che sta bene” e “Peep Show” (tutti e tre pubblicati da Marsilio, dai primi due sono stati tratti film), Federico Baccomo cambia genere e in “Woody” (Giunti, 91 pagine) racconta con levità la storia di un cane finito nella gabbia di un canile, e delle circostanze che l’hanno portato lì. L’io narrante è il cane stesso, Woody, e il gioco è quindi quello di far parlare chi non ha voce, svelando un punto di vista candido e “altro” sulla realtà.
In questi casi, all’autore si pone subito il problema del linguaggio da adottare. Come fare esprimere pensieri complessi a una mente semplice? Come creare uno stile che sia sì originale ma che al contempo alla lunga non stanchi? Baccomo risolve il dilemma adottando una lingua piana, condita da piccole imprecisioni, avara di articoli e preposizioni come quella di certi immigrati dell’Est, e in cui Woody parla di se stesso alla terza persona (perché sono gli altri a dargli coscienza di sé, ed è dagli altri che prende anche in prestito le parole). Ma il colpo di genio sta nell’uso che l’autore fa dei due punti. Un uso smodato, creativo, volutamente improprio. Due punti frequentissimi, che ricorrono anche più volte nella stessa frase: “Ecco, Padrona: raccoglie bisogni di Woody e mette tutti dentro sacchettino! Woody: giura! Difficile credere ma: verissimo! Padrona: mette bisogni di Woody dentro sacchettino come se sono oggetti preziosi tipo: osso, e poi custodisce sacchettini in tante scatole chiamate: Appositi Cestini. Bisogni di Padrona invece: sempre in stessa scatola chiamata: Water. Cose stranissime.”
L’espediente funziona come scorciatoia sintattica, ma serve anche a colorare l’eloquio del cane di un precipuo stupore da scoperta, una tenerezza da scolaretto che espone la lezione appena imparata. Infine, i due punti fungono da intercalare, danno una metrica precisa alla lettura. Sono piccole pause, hesitation simili a quelle degli annunci automatici nelle stazioni ferroviarie, suggerendo lo stesso sforzo compilativo nella messa in fila e nell’esposizione dei pensieri.
Ma al di là del linguaggio, la felicità del risultato deriva anche dal modo – che sotto l’apparente semplicità cela uno sforzo notevole – in cui Baccomo si è calato nella testa del suo Woody cercando di guardare il mondo con i suoi occhi. E così che la museruola diventa “bicchiere con buchi”, il tacco 16 della padrona è “bastoncino tipo osso attaccato sotto il tallone” e uno dei più grandi misteri della vita è chi cambi il mondo in pochi secondi oltre le porte chiuse di un ascensore.
Conoscevamo Baccomo come brillante fustigatore delle vanità, delle avidità e delle aridità contemporanee. I suoi precedenti lavori battevano forte i tasti del sarcasmo e del grottesco, proponendo quasi sempre un io narrante “negativo”, sebbene anche un po’ vittima. In “Woody” Federico ci sorprende vestendo i panni del buono e affiancando alla consueta lucidità e all’immutato humour anche una forte e inedita dose di empatia, di sentimento. Uno scarto che va a tutto vantaggio della cifra letteraria del suo lavoro, rendendo Baccomo più scrittore e meno semplice autore.
“Woody” è una storia breve e all’apparenza semplice che riesce a racchiudere una grande ricchezza di contenuti. Per questo il riferimento a “Il Piccolo Principe” in quarta di copertina non appare fuori luogo. Con il suo quarto romanzo Federico Baccomo ha compiuto un’operazione coraggiosa, innanzitutto perché è uscito dal sentiero dei generi più battuti e poi perché scrivere una storia di buoni sentimenti senza cadere nello stucchevole è molto più difficile che fare ridere dicendo cattiverie sui cattivi. E’ un tentativo perfettamente riuscito che merita di essere premiato.

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