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I talebani dell’ignoranza e la colpevole indifferenza

24 marzo 2015 No Comment

_web_images_tarantoBIGL’articolo apparso il 24 marzo sul Quotidiano di Taranto. Riflessioni sugli arredi di un palazzo storico trafugati e bruciati in un falò di San Giuseppe.

Spariamola grossa: gli antichi mobili sottratti da un palazzo nobiliare in Città Vecchia e bruciati nel falò di San Giuseppe fanno (o dovrebbero fare) lo stesso effetto terrificante dell’abbattimento delle statue a Mosul da parte dell’Isis o del rogo di libri a opera dei Nazisti nel 1933. La differenza è una sola: se ad armare la mano di barbuti e camicie nere è stata la fede cieca in principii folli, a casa nostra il delitto non ha alcuna radice ideale. Si è consumato così, senza un vero motivo, forse per pura stupidità. Niente guerre di religione o miti della razza, qui: da noi impera la dittatura dell’ignoranza e dell’incuria. Che forse è ancora peggiore.
Di Taranto vecchia sono i colpevoli dello sfregio, di Taranto vecchia sono anche i ragazzi (dell’associazione Obiettivo Borgo Antico) che l’hanno denunciato. Nell’attribuzione delle colpe non ci aiuta la divisione fra quartieri degradati e “città bene”. Così come false e fuorvianti sono tante divisioni in cui spesso finiamo per cadere: fra ricchi e poveri, fra ladri e onesti, fra destra e sinistra, fra operai e ambientalisti. A Taranto la vera divisione è un’altra. Da un lato ci sono quelli che sanno, e se non sanno si informano. Quelli che alla città tengono, e si danno da fare per difendere il buono che esiste e per costruire qualcosa di nuovo. Dall’altro lato c’è chi non sa, oppure sa e se ne frega, chi distrugge o lascia che vada tutto a rotoli. E se non ha senso fare manichee separazioni fra buoni e cattivi (probabilmente nella maggior parte dei tarantini c’è qualcosa di entrambe le categorie, così come peraltro accade in qualsiasi città) è anche vero che Taranto è in un momento di crisi (che vuol dire anche trasformazione, opportunità). E nelle crisi le posizioni si polarizzano: la gente è chiamata a schierarsi, e non schierarsi vuol dire essere arruolati d’ufficio nell’esercito dei cemmenefuttisti.
Chi sono allora i talebani dell’ignoranza? Innanzitutto chi si è macchiato del misfatto: al netto delle possibili attenuanti (erano ragazzini, non sapevano, nessuno ha insegnato loro ad amare il posto in cui vivono…) un nocciolo di responsabilità individuale va sempre conservato. L’educazione passa anche dalla stigmatizzazione di un comportamento sbagliato. E di comportamenti sbagliati, il giorno di San Giuseppe, ce ne sono stati a bizzeffe (ecco gli altri colpevoli). A partire dalla razzia indiscriminata di legno: rubare materiale da strutture pubbliche o private è un reato anche se non si tratta di arredi del Settecento. Cosa dire poi della totale anarchia in cui vengono accesi i falò, senza alcuna precauzione di sicurezza? Sarebbe così difficile per il Comune organizzare queste celebrazioni in una cornice controllata? Anche perché – particolare non trascurabile – nelle cataste date alle fiamme finisce materiale che sviluppa fumi nocivi (e qualcuno di sicuro dirà che con tutto l’inquinamento industriale che grava su Taranto non ha senso preoccuparsi di quattro falò: ragionamento cemmenefuttista anche questo, perché sono proprio il lassismo quotidiano generalizzato e la mancanza di una cultura della salute e dell’ambiente ad aver permesso agli inquinatori di fare impunemente i loro comodi per tanto tempo).
Ma il punto in fondo è un altro, ed emerge da una semplice constatazione: se il deprecabile episodio non fosse stato denunciato dai ragazzi di Obiettivo Borgo Antico, della sottrazione di materiali preziosi non si sarebbe accorto nessuno. I “tesori” si trovavano in uno dei tanti palazzi storici abbandonati, pericolanti e incustoditi dell’Isola. Quell’Isola che qualcuno con caparbietà cerca di far tornare a nuova vita, ma che è schiacciata in una morsa mortale dal disprezzo di molti suoi abitanti e dalla pochezza di chi per ruolo istituzionale dovrebbe prendersene cura. Nessuno era a conoscenza di quei “tesori” prima che venissero distrutti. Nessuno è riuscito a preservarli e a valorizzarli. Forse quel falò, come un’eutanasia, ha solo accelerato una fine comunque inevitabile.

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