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Se Taranto è unica lo deve alla sua città vecchia

9 febbraio 2014 No Comment

_web_images_tarantoBIGCommento pubblicato sul Quotidiano di Puglia del 9 febbraio.

Se si dice a un forestiero che Taranto è una città diversa da tutte le altre, si rischia di passare per campanilisti e provinciali. Ma a supporto di questa tesi, le argomentazioni sono parecchie. E la maggior parte di esse ha a che fare con la Città Vecchia.
Sono poche le città il cui centro storico è un’isola, e ancora meno (ammesso che ce ne siano altre), quelle in cui l’isola è adagiata fra due mari separati e comunicanti.
A Taranto, poi, il centro storico e il “centro” inteso come cuore commerciale e sociale non coincidono. Al contrario, sono separati anche fisicamente dall’acqua, e tenuti insieme solo da un ponte che si apre e si chiude, quasi a voler sottolineare quanto labile sia il legame fra le due sponde. L’isola che ha vissuto per secoli chiusa, fortificata, è cresciuta su se stessa, sviluppando una conformazione urbanistica e sociale del tutto particolare, completamente diversa dal circondario. Ma, cadute le servitù militari che vietavano di costruire fuori dall’isola, Taranto è fatalmente fuggita da se stessa e per molti versi non è più tornata.
E qui iniziano i problemi. Perché il fatto che la vita cittadina si sia spostata in buona parte altrove, ha sì preservato l’autenticità dell’Isola, ma ne ha anche determinato l’inesorabile abbandono. Anche il centro storico di Genova, per dirne una, ha versato a lungo in uno stato di degrado. Ma era lì, incastonato nel resto della città: non si poteva dimenticarlo o far finta che non esistesse. Così si è proceduto al suo progressivo recupero. Taranto vecchia, invece, no. Taranto vecchia langue ancora, benché negli ultimi anni diverse cose siano cambiate.
I due principali interventi di risanamento di Taranto vecchia (il Piano Blandino – più sostanziale – negli anni 70 e Urban – più “cosmetico” – ai tempi della Di Bello) hanno mostrato un limite in comune: prevedere una riqualificazione solo architettonica e non anche sociale (sebbene Urban, sulla carta, prevedesse anche quest’ultima). Oggi, in un certo senso, si sta verificando il problema contrario: al progressivo fiorire di attività (eventi, associazioni, centri culturali, caffè letterari, negozi, alberghi, ristoranti, il piccolo indotto dell’Università) fa da contraltare l’allarmante sgretolamento del patrimonio architettonico. Come se, ora che “dal basso” si saprebbe cosa fare e si ha voglia di farlo, “dall’alto” (leggi: istituzioni) non si sia più in grado o non si abbia la reale intenzione di preservare questo fondamentale bene comune.
Eppure è così chiaro, soprattutto in un momento storico in cui la città deve – che lo voglia o no – ripensarsi profondamente. E in cui si parla di “adozioni” e piani speciali di rilancio. Molto del destino di Taranto passa ancora dal suo passato, dalla sua culla millenaria: la Città vecchia. Chi non sa prendersi cura della propria storia, e della propria identità, difficilmente ha gli strumenti per costruire il suo futuro. Per questo, a ogni nuovo crollo nell’Isola, insieme a muri o edifici fatiscenti, sembra venire giù anche un pezzo di speranza.

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