Archivio mensile:Febbraio 2014

Caffè & Pelé n.2

Pallone vintageClicca qui per leggere il secondo numero di Caffè e Pelé, la rubrica curata da Giuliano sul sito Mixerplanet.com. In questo numero, fra l’altro: la fusione, ventilata da qualcuno, fra Milan e Inter, il digiuno in Europa di Tevez e i Supperters Trust come possibile salvezza per il calcio italiano.

Le Officine Tarantine e la Taranto che cambia

_web_images_tarantoBIGCommento pubblicato in prima pagina sul Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto.

L’immagine più forte del tentativo di sgombero delle Officine Tarantine non è stata la contrapposizione fra forze dell’ordine e occupanti – uno scenario già visto tante volte – ma l’assembramento di cittadini che fuori dai cancelli manifestavano il proprio dissenso nei confronti dell’azione di forza. Considerando il numero e la tipologia (eterogenea e “normale”) delle persone che si sono radunate in fondo a Via Di Palma, questa può essere considerata una novità per Taranto. Segno – uno dei tanti – che negli ultimi tempi parecchie cose stanno cambiando in questa città.
Le opinioni su occupazioni e sgomberi sono le più varie, e dipendono dalla visione della società che ciascun cittadino coltiva. Ma il fatto è che, nel caso specifico, la maggior parte dei tarantini – non solo quelli che sono scesi in strada e hanno partecipato all’assemblea – sembra essere convinta che Taranto da un allontanamento degli occupanti avrebbe tutto da perdere. Merito dei ragazzi delle Officine, che in pochi mesi hanno fatto rivivere un posto abbandonato da tempo immemorabile e hanno cercato di portarci dentro la gamma più ampia possibile di cittadini, senza apparire mai estremisti o settari. Demerito delle istituzioni, il cui operato e la cui mentalità giustificano l’opinione generalizzata per cui, se i Baraccamenti Cattolica dovessero tornare nelle loro mani, finirebbero nuovamente abbandonati per lungo tempo. O – peggio ancora – sarebbero oggetto di scempi, speculazioni, operazioni fallimentari.
Benché motivata dai fatti, la sfiducia verso le istituzioni non è mai un buon segno. Così come non è un buon segno – lo si è già scritto altre volte – l’impossibilità di dialogo fra le stesse istituzioni e la società civile, un’impossibilità di cui la questione Baraccamenti è solo l’ultimo, eclatante esempio. Pur con tutte le difficoltà del caso, in altre città i centri di potere e i “cittadini attivi” lavorano su un terreno comune. A Taranto, non solo ciò non accade, ma sembra che questa prospettiva non interessi a nessuna delle due parti. “Dall’alto” il coinvolgimento dei cittadini viene visto più come un fastidio che come un’opportunità. “Dal basso” ormai si è abituati a pensare che nulla di buono possa arrivare da chi ci governa e che conviene agire per conto proprio. Non è chiaro come vadano divise le colpe di questa incomunicabilità. Ciò che invece appare del tutto evidente è quale delle due parti, in questo momento, sia più attiva, vivace e vicina ai bisogni della gente.

Caffè & Pelé: dal 18 febbraio una nuova rubrica settimanale sul calcio

biliardino-580x333Il 18 febbraio sarà online sul sito MixerPlanet il primo numero di Caffè Pelé, rubrica settimanale sul calcio a cura di Giuliano.
Ogni giorno sui banchi dei bar di tutta Italia, insieme a caffè, cappuccini e brioches, vengono servite e consumate discussioni calcistiche in grande quantità. Sono le classiche chiacchiere da bar che – depurate dalle polemiche sterili e dal chiacchiericcio fine a se stesso – sprigionano l’aroma migliore del calcio e dello stare insieme. Tolto il rumore di fondo, restano i commenti sui gesti tecnici, lo sfottò intelligente, l’amarcord, l’ironia, il romanticismo e qualche spunto di riflessione che a volte fa sì che parlando di calcio si finisca per capire anche qualcosa della vita.
Caffè Pelé, rubrica a lenta decantazione ma di facile consumo, distillerà la settimana calcistica in cinque brevi punti, parlando in libertà e con scanzonata leggerezza dei temi più discussi e di qualche curiosità da intenditori. Senza cadute di stile e senza snobismi. Proprio come nelle migliori chiacchiere da bar.

13 sotto il lenzuolo: venerdì 21 reading musicale a Cernusco

Copertina13ridVenerdì 21 febbraio Giuliano e l’organettista Tommaso Massarelli saranno a Cernusco sul Naviglio (MI) per un nuovo, scoppiettante reading musicale ispirato a “13 sotto il lenzuolo” (ma anche a “L’eroe dei due mari”).
Lo spettacolo si tiene nell’ambito della rassegna “Trame in circolo“, organizzata dall’Associazione “Talenti in circolo“.
Appuntamento venerdì 21 febbraio alle ore 21 presso La Filanda, in via Pietro da Cernusco 2 a Cernusco sul Naviglio.
Clicca qui per l’evento su Facebook.

Se Taranto è unica lo deve alla sua città vecchia

_web_images_tarantoBIGCommento pubblicato sul Quotidiano di Puglia del 9 febbraio.

Se si dice a un forestiero che Taranto è una città diversa da tutte le altre, si rischia di passare per campanilisti e provinciali. Ma a supporto di questa tesi, le argomentazioni sono parecchie. E la maggior parte di esse ha a che fare con la Città Vecchia.
Sono poche le città il cui centro storico è un’isola, e ancora meno (ammesso che ce ne siano altre), quelle in cui l’isola è adagiata fra due mari separati e comunicanti.
A Taranto, poi, il centro storico e il “centro” inteso come cuore commerciale e sociale non coincidono. Al contrario, sono separati anche fisicamente dall’acqua, e tenuti insieme solo da un ponte che si apre e si chiude, quasi a voler sottolineare quanto labile sia il legame fra le due sponde. L’isola che ha vissuto per secoli chiusa, fortificata, è cresciuta su se stessa, sviluppando una conformazione urbanistica e sociale del tutto particolare, completamente diversa dal circondario. Ma, cadute le servitù militari che vietavano di costruire fuori dall’isola, Taranto è fatalmente fuggita da se stessa e per molti versi non è più tornata.
E qui iniziano i problemi. Perché il fatto che la vita cittadina si sia spostata in buona parte altrove, ha sì preservato l’autenticità dell’Isola, ma ne ha anche determinato l’inesorabile abbandono. Anche il centro storico di Genova, per dirne una, ha versato a lungo in uno stato di degrado. Ma era lì, incastonato nel resto della città: non si poteva dimenticarlo o far finta che non esistesse. Così si è proceduto al suo progressivo recupero. Taranto vecchia, invece, no. Taranto vecchia langue ancora, benché negli ultimi anni diverse cose siano cambiate.
I due principali interventi di risanamento di Taranto vecchia (il Piano Blandino – più sostanziale – negli anni 70 e Urban – più “cosmetico” – ai tempi della Di Bello) hanno mostrato un limite in comune: prevedere una riqualificazione solo architettonica e non anche sociale (sebbene Urban, sulla carta, prevedesse anche quest’ultima). Oggi, in un certo senso, si sta verificando il problema contrario: al progressivo fiorire di attività (eventi, associazioni, centri culturali, caffè letterari, negozi, alberghi, ristoranti, il piccolo indotto dell’Università) fa da contraltare l’allarmante sgretolamento del patrimonio architettonico. Come se, ora che “dal basso” si saprebbe cosa fare e si ha voglia di farlo, “dall’alto” (leggi: istituzioni) non si sia più in grado o non si abbia la reale intenzione di preservare questo fondamentale bene comune.
Eppure è così chiaro, soprattutto in un momento storico in cui la città deve – che lo voglia o no – ripensarsi profondamente. E in cui si parla di “adozioni” e piani speciali di rilancio. Molto del destino di Taranto passa ancora dal suo passato, dalla sua culla millenaria: la Città vecchia. Chi non sa prendersi cura della propria storia, e della propria identità, difficilmente ha gli strumenti per costruire il suo futuro. Per questo, a ogni nuovo crollo nell’Isola, insieme a muri o edifici fatiscenti, sembra venire giù anche un pezzo di speranza.

“La gente che sta bene” (e “Il capitale umano”): il commento e le interviste

trailer-la-gente-che-sta-bene-recensione-anteprimaIl commento di Giuliano sui film “La gente che sta bene” e “Il capitale umano”, e le interviste a Claudio Bisio, Francesco Patierno e Federico Baccomo, rispettivamente attore, regista e sceneggiatore di “La gente che sta bene”. Pubblicati sul Quotidiano di Puglia.

Un uomo ricco e di successo frequenta un uomo molto ricco e molto di successo sperando di diventare come lui. Per inseguire il suo sogno di affermazione, trascura i veri valori della vita, compresi gli affetti: la partner che sul più bello si scopre incinta e la figlia in piena crisi adolescenziale. A un passo dalla meta qualcosa va storto e il “ricco aspirante ricchissimo” si vede cadere il mondo addosso. Un tragico incidente stradale spariglierà definitivamente le carte e – fra figli maschi oppressi dalle troppe aspettative, amanti che nascondono cicatrici sui polsi e personaggi seduti nella doccia immobili e cogli occhi sbarrati – le cose si risolvono, anche se non nel modo inizialmente immaginato.
Avete appena letto la trama non di uno ma di due film italiani attualmente in programmazione nelle sale: “Il capitale umano” di Paolo Virzì e “La gente che sta bene” di Francesco Patierno. Posto che nessuno ha copiato da nessuno (le due pellicole fra l’altro sono tratte da libri: “Il capitale umano”, liberamente, da “Human capital” di Stephen Amidon; “La gente che sta bene” dall’omonimo romanzo di Federico Baccomo), i punti in comune nella storia raccontata dai due film sono davvero tanti, sia nelle linee generali che nei dettagli, e non può essere una pura coincidenza. Prima possibile spiegazione: una certa autoreferenzialità e mancanza di fantasia del cinema italiano, simboleggiata per esempio dal fatto che unendo i due cast si ricompone pressoché al completo la famigerata (e simpaticissima, va detto) “Banda Salvatores”: da una parte Claudio Bisio, Diego Abatantuono e Claudio Bigagli; dall’altra Fabrizio Bentivoglio e Gigio Alberti. Una banda, si noti, anagraficamente più vecchia dei due registi. Seconda possibile spiegazione: a volte certi concetti galleggiano nell’aria e può capitare che due buoni film, efficaci nel raccontare lo spirito dei tempi, si concentrino sullo stesso tema. Che non è (solo) l’arroganza di certi ricchi che si fa beffe degli affanni dei comuni mortali, ma – più sottilmente – l’insensatezza di uno stile di vita basato esclusivamente sulle ambizioni materiali, ambizioni che peraltro oggi sono alla portata di sempre meno persone.
Se si somigliano nelle trame, i due film però differiscono molto tra loro sotto altri aspetti. Lo stile narrativo, per esempio. “La gente che sta bene” ha un’ispirazione televisiva (ma non suoni come una diminutio: i modelli sono le migliori serie tv americane, non certo alcune tristemente note fiction nostrane) che lo porta a concentrarsi sull’approfondimento dei personaggi e sulla creazione di un mood peculiare, fatto di umorismo acido e un tocco di surreale. “Il capitale umano” è invece più compiutamente cinematografico, prendendo dalla settima arte il respiro, i tempi, la varietà di stili, le tecniche narrative e anche qualche cliché. L’altra differenza sta nel finale: in uno (non diciamo quale) assistiamo a una redenzione un po’ buonista, sebbene parziale e per certi versi beffarda; nell’altro si fanno i conti con l’amara constatazione che c’è chi cade sempre in piedi e chi invece finisce per pagare, anche per colpe non sue.

“La gente che sta bene”, diretto da Francesco Patierno, con protagonista Claudio Bisio, affiancato da Diego Abatantuono, Margherita Buy e Jennipher Rodriguez, è basato sul secondo romanzo del trentacinquenne milanese Federico Baccomo, che racconta, alternando ironia e toni drammatici, di un manager di successo che viene improvvisamente licenziato in una Milano preda della crisi economica e finanziaria, e dei suoi tentativi sempre più spregiudicati di tornare in vetta.
“Il tema forte del film” spiega il regista Patierno, “è la responsabilità delle proprie azioni. Il protagonista Umberto Durloni inizialmente non si preoccupa del proprio operato, ma poi, quando ne tocca con mano le conseguenze, entra in crisi. Cerco di raccontare storie che siano soprattutto storie di personaggi, con dialoghi molto lunghi come accade in serie tv anglosassoni come ‘Madman’, “Dexter’ o ‘The office’. Il film è girato soprattutto in interni, ma nei pochi esterni Milano appare come una città che si sta costruendo, piena di gru, con uno skyline ancora non definito”.
“Di Milano mi piace raccontare l’aspetto della perdizione, che però è solo uno dei lati della città” sostiene Federico Baccomo, che del film è co-sceneggiatore. “Le vicende di ‘La gente che sta bene’ potrebbero svolgersi ovunque, per esempio negli Stati Uniti ma ci sono dei dettagli tipicamente italiani. Il sogno americano è farcela, arrivare; quello italiano è invece stare a galla, cavarsela. In fondo Umberto non vuole stare bene, ma vuole convincerti che lui sta bene, il che è molto italiano”.
“Mi viene in mente il film ‘Diario di una schizofrenica’” aggiunge Claudio Bisio, “in cui la protagonista continua a ripetere ‘Io sto bene, tu come stai?’ ma si vede che non sta bene affatto. Del libro di Federico ho apprezzato la comicità arguta e pungente, molto anglosassone, che mi ha ricordato quella di Walter Fontana. Quanto al lavoro sul set, è stato uno dei pochi film in cui ho rispettato la sceneggiatura così tanto. Io sono abituato a parafrasare la parte, per renderla più adatta a me, ma in questo caso non funzionava: le parole scritte nella sceneggiatura erano sempre le più giuste. Unica eccezione: le scene con Diego Abatantuono, con cui ci siamo presi delle libertà, forti di una consolidata intesa comica. C’è poi addirittura una scena ‘rubata’ tra la gente: quando arrivo a Berlino, scendo dal taxi e saluto tutti con un cordiale ‘scheisse!’, che in realtà vuol dire ‘merda’. Il tedesco che mi risponde insultandomi non è un attore ma un ignaro passante!”