Archivio mensile:Novembre 2013

Cosa penso di Masterpiece

Immag013Articolo pubblicato sul Quotidiano di Puglia del 24 novembre.

“L’Italia è un paese di scrittori”. A Masterpiece – l’X-Factor dei libri trasmesso da Raitre (seconda puntata stasera alle 22,50) – è bastata una frase per spiegare l’idea forte su cui si basa il programma. Il format, però, nasconde un problema: il talento letterario è meno televisivo di quello musicale. Se per misurare la stoffa di un cantante basta sentirlo eseguire dei brani, per comprendere la qualità di un romanzo non è sufficiente ascoltarne frettolosamente dei brevi estratti – il massimo che si possa fare in tv.
E’ anche (ma forse non solo) per questo che a Masterpiece l’accento, più che sulla scrittura sembra posto sugli scrittori. Gli scrittori, in uno show televisivo (ma forse non solo lì), devono essere innanzitutto dei personaggi. E, secondo un cliché sempre in voga, il personaggio-scrittore deve essere uno che ha dei problemi. “Cosa fai nella vita?” chiedono infatti i giudici di Masterpiece al primo concorrente. E lui: “soffro”. Tutti gli scrittori in gara hanno biografie adeguate a questa dichiarazione programmatica, fra ricoveri in ospedali psichiatrici, soggiorni nelle patrie galere, lavori massacranti in fabbrica, anoressia, tentati suicidi, rapporti difficili con l’altro sesso e coi genitori, questi ultimi quasi tutti morti. Come se il disagio esistenziale fosse condizione necessaria, o addirittura sufficiente, per essere scrittori di successo. Una regola smentita in primo luogo proprio dai tre giudici, tutti socialmente ben inseriti e all’apparenza “risolti”.
Messa in questi termini, con gli scrittori-personaggi e le loro storie private in primo piano, ecco che anche il mondo dei libri diventa telegenico. Del resto Masterpiece non è altro che un inchino dell’editoria alla tv: portando la selezione del libro da pubblicare in 100mila copie davanti alle telecamere, la Bompiani più che verificarne la qualità ne ipoteca in anticipo il successo.
Lo show è comunque piacevole e, pur nei limiti dettati dalle esigenze di spettacolarità (vedi le umiliazioni gratuite ai concorrenti eliminati), offre agli aspiranti scrittori qualche dritta interessante su come funziona il mondo editoriale. E ciò non solo per i consigli e le osservazioni dei tre giudici (Giancarlo De Cataldo – di gran lunga il più simpatico – Taiye Selasi e Andrea De Carlo) e del coach Massimo Coppola, ma anche per le prove che gli scrittori sono chiamati a superare nella seconda parte del programma. Il doversi misurare con un racconto su un argomento imposto e in un tempo limitato può apparire mortificante, ma avvicina alla scrittura “su commissione” che è parte dell’orizzonte di chi scrive per mestiere, mentre l’“elevator pitch”, cioè il tentativo di convincere una persona influente della bontà del proprio lavoro avendo a disposizione un solo minuto, è esperienza comune a molti autori alle prime armi.
In definitiva, la morale è che per sfondare coi libri non ci vuole solo il talento, ma bisogna anche essere versatili, comunicativi e saper “bucare lo schermo”. A Masterpiece tutto ciò è portato all’eccesso, ma nel mondo reale le cose non sono troppo diverse. E non è detto che sia solo un male.

Quando la città s’infiammava per Iacovone

Iacovone Taranto AscoliIl testo dell’articolo pubblicato sul Quotidiano del 6 novembre.

In un bell’articolo pubblicato su progettoalchimie, la tarantina Valentina Pellegrino ci dice, fra le altre, due cose. La prima: ci sono donne che amano e conoscono il calcio al punto da capire persino la regola del fuorigioco (“Le donne non capiscono nulla di calcio. Almeno quanto gli uomini non capiscono nulla di donne”, così la giovane autrice smonta il luogo comune dell’incompatibilità fra gentil sesso e offside). La seconda: ci sono dei tarantini che hanno smesso di andare al campo da quando è morto Iacovone. C’è chi, come suo padre, molti anni dopo ha provato a tornare, rinunciando però per troppa malinconia, e c’è chi invece è rimasto fermo nel suo proposito senza neanche un ripensamento. Senza per questo disinteressarsi del Taranto, ma continuando a tifare “a distanza”. A occhio e croce, non devono essere pochi quelli che hanno compiuto questa scelta.
La morte di Erasmo Iacovone è stata la nostra piccola Superga di provincia. Mai – se non appunto nel caso della tragedia del Grande Torino – un club calcistico aveva visto il punto più alto della propria storia stroncato da un imponderabile evento luttuoso. Se poi si aggiunge che i tardi anni 70 rappresentano il picco della Taranto contemporanea anche al di fuori dei campi di gioco – con l’industria che regalava benessere e non aveva ancora svelato il suo lato oscuro – risulta chiaro il fortissimo valore simbolico della scomparsa del centravanti di Capracotta. E si comprende un po’ di più l’atteggiamento di chi ha tirato (calcisticamente) i remi in barca, nella convinzione che niente sarebbe più stato come prima.
Ma anche il Torino – club passionale e disgraziato come il nostro Taranto – ha costruito nuovi miti dopo quello di Valentino Mazzola e compagni. Perché allora qui c’è chi è ancora fermo a quella notte del febbraio 1978? Quanto è romantica questa continua negazione del presente, e quanto è invece sintomo di immobilismo mentale? Il perdurante affetto per quel ragazzo dal sorriso buono è una delle cose più nobili e commoventi del tifo tarantino. Ma la memoria di Iacovone va onorata anche guardando avanti, e magari riempiendo un po’ di più gli spalti dello stadio che porta il suo nome.
Piccola digressione autobiografica: l’articolo di Valentina Pellegrino è corredato da una stupenda foto in bianco e nero, fornita da Francesco Maggio, in cui si vede Iacovone che stacca di testa in Taranto-Ascoli del 31 dicembre 1977. Sullo sfondo, un muro di teste: gli spettatori che affollavano – allora sì – gli spalti del Salinella. Fra quelle teste, c’era anche la mia. Quel Taranto-Ascoli, sestultima partita giocata da Erasmo Iacovone, fu per me, bambino, la prima volta in uno stadio. Domenica scorsa lo scrittore Francesco Piccolo ha raccontato a “Che tempo che fa” che il gol di Sparwasser con cui la Germania Est batté i “cugini” occidentali nei mondiali del 1974, ha in qualche modo fatto sì che la sua vita prendesse una certa direzione. Io non arrivo a tanto, ma mi piace pensare che questo incrocio di striscio fra il grande mito rossoblù e il mio rapporto con il calcio abbia rappresentato una sorta di benefico imprinting.

Diversificare è una necessità

_web_images_tarantoBIGClicca qui per vedere la pagina che sabato 2 novembre Il Quotidiano ha dedicato alla diversificazione di Taranto: intervista a Donatella Ettorre, coordinatrice del progetto “Amplificatore sociale d’impresa”, box di numeri sulla Taranto industriale e commento di Giuliano.

Ilva: il video delle presentazioni a Desio e Nova Milanese

Cover ridEcco il video realizzato da Libera.TV sulle presentazioni dei libri “L’eroe dei due mari” e “Ilva. Comizi d’acciaio”, tenutesi a Desio e Nova Milanese rispettivamente il 19 e il 26 ottobre scorsi.