Archivio mensile:Ottobre 2013

Bookcity: il 22 novembre a Rozzano reading musicale con Alessandro Guido

Copertina13ridNell’ambito della grande rassegna Bookcity Milano, Giuliano e il cantautore Alessandro Guido saranno ospiti della biblioteca di Rozzano per un reading musicale in cui alla lettura di brani da “13 sotto il lenzuolo” e “L’eroe dei due mari” con sottofondo di chitarra si alterneranno le canzoni ironiche e trascinanti del musicista tarantino. L’appuntamento è alle 20,30 presso la biblioteca comunale in via Togliatti a Rozzano. Clicca qui per l’evento su Facebook.

Sabato 9 novembre “101 Lombardia” a Seveso

101 lombardia coverLa mattina di sabato 9 novembre Lucia Ingrosso e Giuliano saranno a Seveso per presentare “101 cose da fare in Lombardia almeno una volta nella vita”, nell’ambito di “Culturalmente – Settimana del libro”. L’appuntamento è alle 11,20 presso “Il Massimo caffè”, in piazza Leonardo da Vinci 12.

Mennea: il libro di Stefano Savella e il ricordo di Giuliano

Quotidiano 2Clicca qui per leggere l’intervista a Stefano Savella, l’autore di “Soffri, ma sogni”, biografia di Pietro Mennea.
Clicca qui per (ri)leggere il ricordo di Mennea che Giuliano aveva pubblicato sul Quotidiano di Puglia dopo la scomparsa del grande velocista.

Sabato 26 L’eroe dei due mari e il caso Ilva a Nova Milanese

fermo immagineDopo l’evento di sabato 19 a Desio, un’altra presentazione dei fumetti “L’eroe dei due mari” e “Ilva. Comizi d’acciaio” si terrà sabato 26 ottobre a Nova Milanese. L’Evento è realizzato nell’ambito della “Settimana Letteraria di Nova Milanese” che coincide con la “Settimana Mondiale per il Disarmo”. Oltre agli autori Giuliano Pavone e Carlo Gubitosa, interverranno Fabrizio Cracolici (Presidente ANPI sezione di Nova Milanese), Virginio Bettini (ecologista, docente di Analisi e Impatto Ambientale – IUAV Ca’ Foscari Venezia) e Vittorio Agnoletto. Modera Laura Tussi. L’appuntamento è alle 16,30 presso il Centro di Cultura Villa Brivio, in via mariani 4 a Nova Milanese.

Caso Ilva: il video della presentazione di Desio

ilva_taranto ridQui di seguito i video della presentazione svoltasi sabato 19 presso il Comune di Desio (presentazione de “L’eroe dei due mari” e di “Ilva. Comizi d’acciaio”.

1. Interventi di Fabrizio Cracolici, Laura Tussi e Carlo Gubitosa (prima parte)

2. Interventi di Carlo Gubitosa (seconda parte) e Giuliano Pavone (prima parte)

3. Intervento di Giuliano Pavone (seconda parte)

4. Interventi di Giuliano Pavone (terza parte) e Virginio Bettini (prima parte)

5. Intervento di Virginio Bettini (seconda parte)

“Una piccola impresa meridionale”: il commento e l’intervista a Rocco Papaleo

papaleo ridEcco il commento di Giuliano al film “Una piccola impresa meridionale” e la sua intervista a Rocco Papaleo. Commento e intervista sono stati pubblicati sul Quotidiano di Puglia del 17 ottobre.

“Se a Roma o a Torino ruggivano gli anni Settanta, in un piccolo paesino del Sud come il mio, miagolava al massimo un Sessantacinque scarso”. Così Rocco Papaleo nella prima pagina del romanzo “Una piccola impresa meridionale”, da cui è stato tratto l’omonimo film. “La questione meridionale in fondo è tutta qui: un endemico scarto di fuso orario, un jet lag della contemporaneità che intorpidisce le coscienze. Del corpo sociale, noi meridionali siamo gli arti periferici, dita e unghie. Il cuore pulsante della nazione batte altrove; a noi, tutt’al più, spetta la manicure”.
Fin qui, la questione meridionale. Ma il titolo è “Una piccola impresa meridionale”. Tre parole che si danno senso a vicenda, perché lette così in fila danno un’idea di modestia d’altri tempi, di cura artigianale, oppure fanno pensare che ogni piccola conquista, al Sud, è un’impresa. “Mi piaceva l’idea di mettere insieme due parole che sono un po’ un ossimoro, visto che il meridione non è spesso considerato capace di imprenditorialità” sostiene Papaleo.
Ma quella di cui si parla qui è soprattutto un’impresa umana. “La piccola impresa meridionale è nel miracolo che si compie: ristrutturando un vecchio faro, i suoi abitanti finiscono per ristrutturare se stessi” si legge nella sinossi del film. “Sono i pezzi difettosi dei loro caratteri quelli che vanno sostituendo; limando spigolosità e accostando differenze, ognuno di loro compie un percorso di emancipazione, scavalcando la soglia del pregiudizio e delle loro personali paure”. E di questa impresa il Sud non è più ossimoro, ma anzi l’unico teatro possibile. Perché in quel faro il Meridione scopre che le ataviche zavorre di cui è schiavo possono essere anche le risorse da cui ripartire. Basta che la morale “elastica” si declini in apertura mentale e le abitudini all’antica in una ricchezza umana che altrove si è persa.
E’ una piccola impresa meridionale, in fondo, anche questo film. Un film fatto di ritmi e di atmosfere prima ancora che di trama e personaggi, e che trasuda anch’esso cura artigianale e il gusto delle cose fatte per piacere prima che per calcolo. Al di là di qualche sfilacciamento sul finale, “Una piccola impresa meridionale” mantiene la leggerezza di tocco e la magia divertita di “Basilicata coast to coast”, aggiungendo però qua e là un inedito spessore drammatico, grazie anche alla bravura degli attori, su tutti Giuliana Lojodice e Giorgio Colangeli.

Dopo il successo di “Basilicata coast to coast”, Rocco Papaleo si cimenta nuovamente con la regia cinematografica in “Una piccola impresa meridionale”. Un faro in disuso in un’imprecisata località del Sud diventa il refugium peccatorum di una serie di personaggi alle prese con problemi personali e variamente esposti al pregiudizio della gente: un prete che non ha ancora confessato di essersi spogliato (Papaleo), suo cognato cornificato e abbandonato dalla moglie (Riccardo Scamarcio), una escort appena ritiratasi a vita privata (Barbora Bobulova) e una coppia di amanti al femminile (Claudia Potenza e Sarah Felberbaum). La decisione di ristrutturare il faro diventa un’occasione di riscatto, che restituisce a tutti fiducia in se stessi e gioia di vivere, con o senza l’approvazione degli altri.
Rocco Papaleo, che obiettivi si era posto con questo film?
Innanzitutto quello di raccontare una storia. Ci sono dei temi che mi stanno molto a cuore, come quello della spiritualità – qui intesa in senso laico come un cambio di direzione che non segue necessariamente le vie canoniche – e i pregiudizi, meridionali e non. Ma più in generale, come in tutte le mie espressioni artistiche, lo scopo è quello di offrire con leggerezza un conforto al pubblico.
Lei interpreta un prete spretato: qual è il suo rapporto con il clero?
Il mio rapporto con i preti risale a quando ero un ragazzino esuberante e il professore di religione mi puniva obbligandomi ad inginocchiarmi davanti a tutti appena lui entrava in classe. Naturalmente non tutti i preti sono così. Pur non essendo credente ho molto rispetto per i religiosi, ma nutro anche un senso critico verso l’apparato.
“Una piccola impresa meridionale” è nato prima come romanzo (edito da Mondadori) e poi come film. Perché questa incursione nella narrativa, e che differenza c’è con la realizzazione di una sceneggiatura?
Col mio coautore Valter Lupo partiamo sempre da un’idea letteraria. Anche quando pensiamo a un film non scriviamo mai in modo tecnico, ma cercando profondità e forma, perché siamo drogati di parole, subiamo il fascino delle parole e della loro musicalità. Anche per “Una piccola impresa meridionale” abbiamo scritto un testo in questo modo, sottoponendolo poi a Sandrone Dazieri perché valutasse l’opportunità di farne una sceneggiatura vera e propria. Lui ha rilanciato suggerendoci di farne un vero romanzo, e noi, sopravvalutandoci un bel po’, abbiamo detto di sì. Il libro doveva uscire molti mesi fa, ma poi la produzione del film si è opposta così ora libro e film sono usciti insieme: sembra un’operazione commerciale, e in effetti lo è!
Anche in questo film la musica ha un ruolo centrale e, a sentire gli attori, anche sul set si respirava un’atmosfera di libertà un po’ “jazz”…
Con Riccardo Scamarcio ci siamo incontrati subito proprio sul terreno della musica. Lui interpreta un pianista, e nel film canta anche una mia canzone, “La tua parte imperfetta”. Quando sono stato a casa di Barbora Bobulova ho visto una pianola e lei mi ha detto che nelle serate con gli amici si diletta col karaoke, una caratteristica che ho deciso subito di trasferire al suo personaggio. C’è poi anche una canzone di Erica Mou, “Dove cadono i fulmini”, che ho voluto inserire nel film a tutti i costi anche se avevamo già finito di girare. Quanto all’improvvisazione jazz… Durante le riprese Barbora si è rotta il piede. Invece di sospendere tutto, ho ‘fatto cadere’ anche il suo personaggio, arricchendo la trama con uno spunto imprevisto.

La tela di Penelope

Quotidiano 2Articolo pubblicato sul Quotidiano di Puglia (edizione di Taranto) martedì 15 ottobre.

Alla luce dei risultati ottenuti, del gioco espresso e del clima creatosi, l’allontanamento di Maiuri è apparso inevitabile. Esprimersi oggi, col senno del poi, sull’opportunità della scelta di affidargli la squadra e sulla qualità della rosa allestita da lui e De Solda, lascerebbe il tempo che trova.
Piuttosto, sarebbe forse utile svolgere una riflessione più ampia sui motivi che hanno portato la scorsa estate a smantellare (appena tre i giocatori riconfermati) e ricostruire completamente una squadra che pure aveva concluso il campionato in modo promettente. Una riflessione, questa, che vada al di là dei giudizi di valore su chi è stato mandato via e su chi è subentrato.
Perché il vizio di fare e disfare gli organici, anche quando non sembrava proprio necessario, nella piazza tarantina c’è sempre stato. Tanto da suscitare un sentimento di grande solidarietà nei confronti degli statistici e compilatori di almanacchi delle cose rossoblu, i quali ogni anno, anzi a ogni sessione di mercato, si trovano alle prese con decine e decine di nomi nuovi.
Questo atteggiamento in passato era coerente con situazioni di grande instabilità societaria, con modalità di gestione avventuristiche e dal fiato corto. Ricordiamo tutti quale fosse l’andazzo: arriva il nuovo presidente (o in alternativa il nuovo dirigente), manda a casa tutti (anche quelli che avevano faticosamente tenuto in piedi la baracca) e avvia la rivoluzione a suon di uomini nuovi e di improbabili promesse.
Fa specie che anche la nuova proprietà, che pure si è posta in forte discontinuità con gli errori del recente passato, sia caduta nella tentazione di Penelope, che fa e disfa la tela senza mai completarla. La stessa proprietà che dimostra serietà e lungimiranza pensando ai bilanci e al settore giovanile. A partire dalla fondazione del Taranto F.C. 1927, l’ambiente calcistico tarantino di progressi ne ha fatti parecchi. Evitare l’andirivieni intensivo e spesso insensato di tecnici e giocatori forse sarebbe un ulteriore segnale di maturità. Chissà se nella prossima sessione di mercato lo si terrà presente.

“In Taranto we trust” su Football Magazine

902732_653813924645681_195857517_o (1)rid“In Taranto we trust” è il titolo dell’articolo di Giuliano, pubblicato sul n. 3 del trimestrale “Football Magazine”, dedicato al Taranto F.C. 1927, la prima società calcistica italiana fondata dai suoi tifosi, grazie all’opera della Fondazione Taras 706 a.C.. Qui sotto, il testo dell’articolo.

Vent’anni trascorsi a coltivare un sogno di Serie B. Non è un modo di dire: per alcune squadre, quello che per altri è un incubo – la cadetteria – può trasformarsi addirittura in miraggio. E’ il caso del Taranto, a lungo habitué della seconda serie, che appunto vent’anni fa, il 13 giugno 1993, giocava quella che finora è stata la sua ultima partita in B. Un inutile acuto – due a zero a Cesena – prima del tracollo: già retrocesso sul campo, l’indebitato club rossoblù venne radiato nel corso dell’estate. Si era deciso di fare per la prima volta pulizia delle società coi conti in disordine, e il Taranto fu tra quelli che vennero spazzati via. Antesignani, a loro modo.
Un nuovo sodalizio calcistico ripartì dal Campionato Nazionale Dilettanti, l’attuale Serie D. Seguirono anni balordi, in cui accadde tutto fuorché ciò che ci si augurava: eppure era solo un ritorno in punta di piedi in Serie B, a cui si ambiva, mica la Champions. E neanche la A, quella A sfiorata una sola volta, e morta insieme ai sogni di una città e a un centravanti dal sorriso buono, Erasmo Iacovone, in una notte del 1978.
Fra playoff vinti (pochi) e persi (moltissimi, non tutti in modo chiaro), un nuovo fallimento, scandali ed emergenze di ogni tipo, l’elenco delle disgrazie, delle disillusioni e delle beffe dell’ultimo ventennio sarebbe molto lungo. Ma basterà qui accennare al campionato 2011-2012, che ne è una specie di compendio. Il Taranto milita in Prima Divisione, cioè nella vecchia C1 (le categorie minori hanno anche cambiato nome prima che i rossoblù jonici riuscissero a tirarsene fuori). La società è allo sbando e non paga gli stipendi, ma la squadra guidata da Mister Dionigi si fa onore. Sul campo totalizza più punti di tutti, il che normalmente significherebbe primo posto e promozione diretta in B. Ma “normalmente” non è avverbio che si addice al Taranto, né più in generale al calcio italiano dei nostri tempi. I punti di penalizzazione inflitti nel corso dell’anno per via delle scadenze di pagamento non rispettate fanno scivolare i pugliesi al secondo posto, costringendoli a giocarsi la promozione ai playoff. Playoff che “normalmente” (stavolta sì!) il Taranto perde.
La società fallisce ancora, e si teme che la città resti senza calcio, visto che si fatica a trovare imprenditori disposti a fondare un nuovo club che possa ripartire almeno dalla Serie D, beneficiando del Lodo Petrucci. Accade però qualcosa di nuovo. Ormai abituati a toccare il fondo, alcuni tarantini capiscono che sì, si può anche iniziare a scavare, a patto però di gettare solide fondamenta su cui poi costruire qualcosa di duraturo. Imbrogli e sfortuna non sono mancati nel recente passato, ma gli insuccessi sono stati figli anche dell’atteggiamento impaziente e distruttivo della piazza: un’ingenua e disperata voglia di credere al primo cialtrone che promette tutto e subito, presto rimpiazzata da una furia picconatrice che non risparmia niente, nemmeno quel poco che meriterebbe di restare in piedi. Una tela di Penelope frenetica e inconcludente, un circolo vizioso apparentemente senza ritorno: più tempo passa, meno si è disposti ad aspettare. E piuttosto che programmare, si improvvisa.
“Asciughiamo le lacrime. Un altro calcio è possibile” scrive invece il giornalista Lorenzo D’Alò. “Il passato a cui continuiamo a volgere lo sguardo, non esiste più. Esiste solo il nulla che ci troviamo davanti. Una spianata su cui costruire dalle fondamenta un calcio diverso. Fatto con onestà e criterio, l’unico combinato-disposto che può tradursi in un progetto. Un calcio da restituire alla gente. Fondato sul sostegno (che non è solo tifo) e sull’impegno (che è più libero del dovere) del proprio popolo”. Parole che rispecchiano perfettamente la filosofia della Fondazione Taras 706 a.C., un’associazione di promozione sociale nata nella primavera del 2012.
La Fondazione è il “trust” dei tifosi tarantini: raccoglie gli appassionati che vogliono promuovere i valori più positivi dello sport e della città. L’azionariato popolare nel club calcistico è solo uno degli obiettivi, e lo si vorrebbe introdurre gradualmente, ma il fallimento del Taranto e il rischio di scomparsa del calcio cittadino spingono la Fondazione ad accelerare i tempi e a lanciarsi in una sfida enorme, in cui sono in gioco il futuro della squadra del cuore e la credibilità stessa della neonata fondazione.
Per prima cosa tifosi e tifose fondano una nuova società sportiva, il Taranto Football Club 1927. E’ una mossa lungimirante: la società all’inizio è solo una scatola vuota, ma i tempi per l’iscrizione sono risicatissimi, e conviene portarsi avanti col lavoro. Vengono poi chiamate a raccolta le forze imprenditoriali, fino a costituire una compagine societaria di cui fa parte, con una quota di minoranza, la stessa Fondazione. Ma la mattina dell’ultimo giorno utile per l’iscrizione gli azionisti sono ancora chiusi in uno studio a discutere di quote, fideiussioni e cariche. La trattativa è più volte sul punto di saltare. Urla, pugni sbattuti sul tavolo, pianti. Poi, nel primo pomeriggio, si trova finalmente un accordo. Il tempo però scarseggia: gli incartamenti vanno consegnati in Lega Calcio, a Roma, entro le 19. Due soci, un commerciante e un consulente assicurativo, si infilano in macchina e puntano dritto verso la Capitale. Arriveranno – novelli Blues Brothers – alle sette meno un quarto. Benché in piena zona Cesarini, il nuovo Taranto, fondato dai tifosi, si è iscritto al campionato di Serie D. Per la comunità calcistica tarantina è un momento storico. Ma non c’è alcun fotografo a documentarlo: gli unici flash della giornata sono quelli degli autovelox.
Grazie alla Fondazione Taras, i tifosi jonici hanno ancora la loro squadra. Di più: hanno per la prima volta una squadra loro. Basta infatti iscriversi, dietro pagamento di un prezzo modico, alla Fondazione, per diventare, in forma indiretta, azionisti del Taranto. Funziona così: il sostenitore aderisce associandosi alla Fondazione; quest’ultima fa da schermo, sollevando i singoli soci da incombenze burocratiche e possibili noie legali. All’interno del trust le decisioni avvengono per votazione in assemblea secondo il principio “una testa, un voto”, indipendentemente dalla carica rivestita o dall’entità della quota associativa versata.
Il nuovo Taranto non solo è una delle prime società calcistiche italiane partecipate dai propri tifosi, ma è anche la prima in assoluto a essere stata fondata dal proprio trust di tifosi. Non è una differenza di poco conto. Vuol dire che lo statuto del Taranto Football Club è stato scritto dalla Fondazione Taras, la quale lo ha redatto a misura di tifosi, proteggendoli da brutte sorprese e tutelando quel valore immateriale rappresentato dall’amore per una maglia. Alla Fondazione, per esempio, spettano due membri nel consiglio di amministrazione indipendentemente dalle quote societarie possedute. La rappresentanza dei tifosi ha poi accesso ai libri contabili e ha potere di veto sull’ingresso di nuovi soci. I colori sociali sono intangibili, i prezzi di biglietti e abbonamenti devono essere alla portata di tutti e le fasce deboli hanno diritto ad agevolazioni. Viene insomma messo nero su bianco un principio di cui nessun vero tifoso ha mai dubitato: una squadra è di chi la ama. In fondo presidenti e azionisti sono solo degli amministratori che decidono di gestire temporaneamente, e con tutto il rispetto dovuto, un patrimonio comune di cui non sono davvero proprietari.
Vent’anni dopo, il Taranto è un’altra volta pioniere di una nuova tendenza calcistica. Ma se nel 1993 aveva inaugurato la moria di club – una dolorosa consuetudine che non si è ancora interrotta – oggi contribuisce a tracciare una possibile via di uscita per un movimento calcistico che appare allo stremo delle forze. Soffrono soprattutto le città di medie dimensioni, stritolate dal divario tra aspettative e possibilità, da quando concetti come “blasone” e “bacino di utenza”, che una volta erano le loro armi in più, si sono trasformati in palle al piede. E il fenomeno non riguarda solo le città del Sud, tradizionalmente problematiche, ma anche realtà un tempo considerate esempi di calcio sano e sostenibile, travolte anch’esse da debiti e calcioscommesse.
Anche a Taranto è stata fatta una scommessa, ma per una volta il Totonero non c’entra. Si tratta di puntare su un coinvolgimento dei tifosi a tutto tondo, che va al di là dell’azionariato popolare visto come semplice risorsa economica. Quello immaginato dai Supporters Trust è una sorta di tifoso 2.0 che si spende attivamente secondo le sue possibilità e competenze. Dal pubblicitario che promuove la campagna abbonamenti al giardiniere che cura la manutenzione del campo, ognuno ha qualcosa da offrire alla causa. In nord Europa lo hanno già capito da tempo, ma anche in Italia, sebbene in modo sotterraneo, si sta muovendo qualcosa: a Roma, Venezia, Modena, Ancona, Cava dei Tirreni, Piacenza, Arezzo, Rimini, Lucca, Lecce e in altre città si stanno sperimentando esperienze di questo tipo, sotto l’egida di Supporters Direct Italia, l’emanazione nazionale dell’organismo di coordinamento europeo.
Se il fenomeno è globale e in espansione, l’esperienza tarantina si lega alla particolare situazione che sta vivendo la Città dei due mari. Non è infatti un caso che la nuova alba calcistica tarantina sorga proprio nell’estate 2012, in contemporanea con l’escalation innescata dai provvedimenti giudiziari nei confronti del colosso siderurgico Ilva. Una sorta di terremoto che ha portato alla ribalta nazionale i problemi occupazionali, ambientali e sanitari che attanagliano la città da lungo tempo. Taranto è oggi nella condizione e nella necessità di ripensare profondamente il proprio futuro. Il piacevole effetto collaterale di quella che è una crisi delicatissima e dai risvolti anche drammatici è la fioritura di esperienze di cittadinanza attiva senza precedenti nella storia locale e con pochi termini di paragone nell’intorpidita Italia di oggi. Si sta in altre parole facendo largo la consapevolezza che gli “eroi” e le manne salvifiche hanno fatto il loro tempo e che l’unico modo di tirarsi fuori dai guai è darsi da fare con testa e cuore. Anche i tifosi stanno facendo la loro parte in questo fenomeno, come dimostra ad esempio la “sponsorizzazione popolare”, nei primi mesi del 2012, della squadra con lo slogan “RespiriAMO Taranto”. Una saldatura, questa fra supporter calcistici e questioni cittadine, che non va intesa come straripamento al di fuori del calcio di rozze dinamiche da hooligan, ma al contrario come assunzione da parte del mondo del calcio dei modelli più alti della partecipazione democratica.
La Fondazione Taras oggi ha oltre 1.500 soci e detiene circa il 14% del capitale sociale del Taranto Football Club 1927. A poco più di un anno dalla sua nascita può guardarsi indietro con legittimo orgoglio. Fra le iniziative realizzate figurano incontri fra tesserati del Taranto e ragazzi di zone disagiate, il finanziamento di un campo da baseball e la donazione di defibrillatori a strutture sportive, la “settimana dell’orgoglio rossoblù”, eventi culturali nelle principali città del centro nord e un convegno internazionale a Taranto.
Recentemente poi, la Fondazione ha compiuto un altro passo storico. Con una mossa che sembra non avere precedenti nemmeno all’estero, ha preso in gestione autonoma il settore giovanile del club. Un gesto in cui valore simbolico e obiettivi concreti a lungo termine si sposano alla perfezione. Una missione ambiziosa per questo manipolo di “pazzi per il Taranto”, che rubano tempo e soldi a lavoro e famiglie per inseguire un sogno comune di riscatto e giustizia, nel calcio e non solo.
Il primo campionato del Taranto dei tifosi è stato interlocutorio. Partenza difficile, figlia di una squadra assemblata in fretta e furia, finale in crescendo grazie ad alcune correzioni in corsa. Media spettatori al top della categoria e tutto sommato dignitosa in assoluto, considerando i miseri standard attuali, comunque non troppo diversa da quella di solo un anno fa, quando la squadra lottava per la B. Perché il piacere sta nel ritrovarsi, nel capire che in fondo non è tanto importante la categoria in cui gioca la tua squadra quanto la passione con cui la segui. E nel privilegio raro di poter tifare per i propri colori, non malgrado chi gestisce la società, ma a maggior ragione per loro. Perché fra “noi” e “loro” non c’è più differenza.

Sabato 19 L’eroe dei due mari e il caso Ilva a Desio (MB)

Cover ridSabato 19 ottobre alla 15,30 presso la sala Pertini del Comune di Desio (via Gramsci angolo Corso Italia) si terrà la presentazione dei due libri a fumetti dedicati a Taranto e all’Ilva “L’eroe dei due mari” (sceneggiatura di Giuliano Pavone, disegni di Emanuele Boccanfuso, Virginia Carluccio, Walter Trono, Gabriele Benefico, Alberto Buscicchio) e “Comizi d’acciaio” (sceneggiatura di Carlo Gubitosa, disegni di Giuliano Cangiano). Presenta Laura Tussi, giornalista e scrittrice, redattrice di PeaceLink – Telematica per la Pace. Intervengono Fabrizio Cracolici, Presidente ANPI sezione di Nova Milanese, e Virginio Bettini, ecologista, docente di Analisi e Impatto Ambientale – IUAV Ca’ Foscari, Venezia.