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La banalità del bene

3 aprile 2013 No Comment

Ecco il testo dell’articolo “Se la banalità del bene è rivoluzionaria”, apparso sul Quotidiano di Puglia del 2 aprile.

“E’ lo Spirito che sta alitando sulla Chiesa di Dio, anche sul mondo che è conquistato dalla semplicità di Papa Francesco, dalla sua umanità, dall’amore per i poveri”. Così si è espresso Monsignor Santoro all’inizio della sua omelia del Giovedì Santo. E di certo le parole pronunciate dell’Arcivescovo di Taranto all’apertura dei Riti, insolite per energia e chiarezza, ben si conciliano con il vento nuovo che sta soffiando in Vaticano. Dopo la banalità del male, ecco “la banalità del bene”: una Chiesa che appare rivoluzionaria semplicemente perché fa ciò che ci si aspetta da essa, stare dalla parte dei più deboli. E se Papa Bergoglio è chiamato a restituire credibilità alle istituzioni di Oltretevere, minate da scandali e intrighi, chissà quanto hanno pesato sulle parole di Santoro certi imbarazzanti precedenti del clero tarantino, dalle testimonianze zoppicanti su presunte tangenti a quel “Cataldus d’argento” che forse oggi abbellisce una cella di via Speziale.
Di certo, ora che la Settimana Santa è stata archiviata, appaiono interessanti e non casuali le analogie fra alcuni passaggi dell’omelia dell’Arcivescovo e altri testi con cui i tarantini hanno familiarità. “E noi qui a Taranto siamo ancora con l’acqua alla gola per la questione ambiente salute e lavoro. Il Giudizio di Dio sarà severo con chi può fare, ma omette, e con chi fa precedere qualsiasi calcolo o tornaconto personale al bene di tutti!”. Così parlò Santoro. Come non pensare all’ormai famosa targa murata su un palazzo del quartiere Tamburi da alcuni cittadini i quali “maledicono coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare”?
Santoro ha poi detto: “Mai più morti sul lavoro! E mai più morti per l’inquinamento! Anche un morto solo, un solo bambino malato di cancro per l’inquinamento è, comunque sia, troppo per noi, un prezzo che non vogliamo pagare, una posta che non è in vendita! La vita non si baratta. La vita non si vende!” Parole che echeggiano in modo palese quelle contenute nell’ordinanza di sequestro dell’area a caldo dell’Ilva, dello scorso 26 luglio, in cui il Gip scriveva “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva, abbia ancora ad ammalarsi o a morire o a essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico”, e poi “La salute e la vita umana sono beni primari dell’individuo, la cui salvaguardia va assicurata in tutti i modi possibili. Ne deriva che, in tema di esercizio dell’attività industriale, coloro i quali hanno facoltà di dirigere le iniziative economico-imprenditoriali devono farlo salvaguardando la salute delle persone ed hanno l’obbligo di adottare tutte le misure e di utilizzare tutti i mezzi tecnologici che la scienza consente, al fine di fornire un prodotto senza costi a livello umano”. La vita non si baratta, appunto, la vita non si vende. Anche le questioni più complesse, quando si arriva al nocciolo, appaiono estremamente semplici, persino banali. Il tempo ci dirà se a prevalere sarà la banalità del male o quella del bene.

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