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Quello stadio a metà

2 giugno 2011 No Comment

Commento apparso su Il Quotidiano di Puglia del 1° giugno 2011.

Mezzo gremito, ribollente di tifo e passione. Mezzo deserto, desolato, in disarmo. Quello Iacovone pieno a metà era uno schiaffo in faccia agli amanti del calcio e a tutti quelli che hanno a cuore la nostra città.
Quello spettacolo spiazzante e contraddittorio era la conseguenza di trasformazioni disordinate, di lavori pubblici torbidi e frettolosi, al ribasso, mai a regola d’arte. Di una politica ieri ladra e scellerata, oggi non abbastanza forte e motivata per porre rimedio ai guasti del passato. E poi ci parlava di un calcio prigioniero di speculazioni e burocrazia, di una classe dirigente sportiva che sembra impegnata in un’opera sistematica di svuotamento degli stadi, ma che non è ancora riuscita a estirpare gli aspetti più geniuni del gioco più amato del mondo.
Ma quello stadio diviso e incompiuto era anche lo specchio dei nostri ultimi anni di storia, calcistica e non. Era il vorrei ma non posso di una squadra (e di una città) che ci prova e ci riprova, a risollevarsi, ma a cui quasi sempre mancano le fondamenta solide o il guizzo decisivo. Era l’atteggiamento di noi tarantini nei confronti di Taranto: incapaci di mantenere l’equilibrio, sospesi fra l’orgoglio e l’indifferenza, fra il calore disinteressato e meraviglioso della gente di cuore, e il menefreghismo, il “cemmenefuttismo” delle mille piccole, terribili inciviltà quotidiane. Quello stadio era Taranto stessa: doppia come due sono i suoi mari, liquida, sfuggente, estrema, piena di contrasti. Nel bene e nel male, una città unica. E che ancora non si è arresa.

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