Archivio mensile:Giugno 2011

Interviste su Mondorosashokking

Giuliano e Lucia Tilde Ingrosso sono stati intervistati dal sito Mondorosashokking a proposito dei loro ultimi due libri scritti a quattro mani, Milano in cronaca nera e 101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori. Qui sotto i link alle due interviste.

Milano in cronaca nera
101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori

Premio Selezione Bancarella Sport per L’ eroe dei due mari!

«L’ eroe dei due mari» è fra i sei libri che si sono aggiudicati il Premio Selezione Bancarella Sport 2011. E’ cioè uno dei sei finalisti che concorrerà al 48° Premio Bancarella Sport, a Pontremoli, il prossimo 16 luglio, un giorno prima dell’assegnazione del Premio Bancarella.
Quella di quest’anno è stata un’edizione record per il Bancarella Sport: ben 95 i volumi in concorso. Fra questi, la commissione presieduta da Paolo Francia ha selezionato, oltre al romanzo di Giuliano, anche «Africa Bomber» di Goffredo De Pascale (Add), «I Diavoli di Zonderwater» di Carlo Annese (Sperling&Kupfer), «La vita ai supplementari» di Giovanni Galli (Rizzoli), «Donne, vodka e gulag» di Marco Iaria (Limina), «I giganti del mare» di Franco Esposito e Marco Lo Basso (Guida). Segnalazione speciali per «L’ ultimo gregario» di Pier Bergonzi (Rizzoli), «Il pugno invisibile» di Roberto Torti e Silvia Parisi (Add), «Diari paralleli» di Mauro Grimaldi (Il Levante). Il vincitore verrà proclamato dalla grande giuria di 70 membri, composta da personalità della cultura, sport, giornalismo oltre a soci del Panathlon Club, librai e bancarellai di tutta Italia.

Intervista a “Professione Calcio”

E’ disponibile su Youtube la puntata del 14 giugno di “Lettera 22”, programma di Alessandro Zoppo in onda sul canale satellitare Professione Calcio, dedicata a L’eroe dei due mari e a Tutti gli uomini che hanno fatto grande la SSC Napoli.

Milano in cronaca nera sabato 25 a Bergamo

Sabato 25 giugno Giuliano e Lucia Tilde Ingrosso presenteranno Milano in cronaca nera a Bergamo, nell’ambito della “Notte gialla” di Bergamo. L’appuntamento è dalle 17.30 alle 19.00 nello spazio incontri-quadriportico del Sentierone, in compagnia dei musicisti/cabarettisti Fabrizio Canciani e Stefano Covri.

La partita capovolta

Articolo apparso sul settimanale “Professione Calcio”.

Per vedere una partita alla Osvaldo Soriano non bisogna per forza andare in Patagonia. Per vedere una partita alla Soriano – avvincente, poetica, paradossale – basta, a volte, recarsi al Flaminio di Roma.
Domenica 5 giugno. Atletico Roma – Taranto, semifinale di ritorno dei playoff di Prima Divisione, Girone B.
La partita capovolta inizia sulgi spalti. Uno degli stadi più grandi della Lega Pro ospita una delle tifoserie meno numerose. Per la partita della vita, circa un migliaio di supporter. Durante la regular season, qualche centinaio, forse decine, al netto di parenti e amici. Voci incontrollate sostengono che in alcune occasioni abbiano portato degli altoparlanti per diffondere un finto effetto tifo, forse il 45 giri che tanti anni fa si vendeva come accessorio del Subbuteo.
Così almeno si fantasticava in tribuna scoperta, fra gli oltre tremila tarantini accorsi a sostenere i colori rossoblù. Nella partita capovolta, gli ospiti sono di più. molti di più dei padroni di casa.
Ma fosse solo questo. La cosa davvero strana è che sono venuti a vedere un match in cui il Taranto parte spacciato. Una settimana fa, nella partita di andata, ha perso uno a zero in casa. Per via del peggiore piazzamento in campionato, oggi dovrebbe vincere con due gol di scarto. Contro una squadra che quest’anno l’ha già battuta tre volte su tre. Una missione impossibile. Eppure sono arrivati qui, in tremila, forse quattromila, da tutta Italia, facendo pazzie per accaparrarsi un biglietto. Perché?
Perché comunque bisogna esserci, perché “hai visto mai…”, perché la B manca da quasi vent’anni. Per orgoglio e spirito di appartenenza. Perché è la seconda trasferta non vietata dall’inizio della stagione. Perché le partite bisogna vederle allo stadio, non in tv. Perché certe cose è inutile cercare di spiegarle: o le senti, oppure non le capisci.
La partita capovolta si apre col gol di un difensore, un difensore del Taranto. Con l’1-0 passa ancora l’Atletico. La partita capovolta ha molti capovolgimenti di fronte, emozioni che si alternano al ritmo di un cielo capriccioso, tropicale, che alterna violenti scrosci di pioggia a timidi sprazzi di sole. Nel secondo tempo raddioppiano subito gli ospiti: ora passerebbe il Taranto. Ma a metà ripresa l’Atletico accorcia le distanze e si riprende la qualificazione.
Mancano sette minuti al novantesimo quando Guazzo, l’attaccante del Taranto entrato da poco ma già prodottosi in un liscio magistrale, trova lo spunto vincente e riporta i tarantini in paradiso. E’ il suo primo gol in rossoblù: sembra quasi un segno. Anche perché da Benevento, dove si gioca l’altra semifinale, un risultato a sorpresa sembra aprire un insperato corridoio verso la B.
Forse gli dei del calcio sono finalmente benevoli con i rossoblù, da decenni vittime di una sfortuna inferiore solo all’insipienza e alla smania autodistruttiva con cui se l’attirano addosso? La risposta è no.
Scocca il novantesimo quando un altro difensore, questa volta dell’Atletico, fissa il risultato sul definitivo 3-2. Ai romani la finale playoff, ai tarantini la più inutile e amara delle vittorie.
I pugliesi hanno vinto, eppure hanno perso. Ma è vero anche il contrario. Perché l’Atletico Roma – squadra forte, esperta e organizzata – sarà anche andato avanti, ma di un’eventuale B, coi suoi sparuti tifosi da tribuna, non saprà cosa farsene. Mentre i tremila dall’altro lato del campo che, zuppi di pioggia, applaudono i loro eroi sconfitti, in fondo sanno che questa partita la ricorderanno a lungo, e non sarà poi un ricordo così brutto. Soprattutto quando gli dei del calcio si ricorderanno finalmente di loro. Hanno perso ma hanno anche vinto.

Non può piovere per sempre

Articolo apparso sul Quotidiano di Puglia dell’8 giugno.
Quando, subito dopo il fischio finale, la pioggia ha iniziato a cadere impietosa sulle nostre teste e i nostri vessilli rossoblù, io e i miei compagni di tifo non abbiamo potuto trattenere un amaro sorriso. “Potrebbe andar peggio: potrebbe piovere” diceva il gobbo Igor in Frankenstein Junior. Ecco, appunto.
Gli dei del calcio si sono divertiti parecchio, domenica scorsa al Flaminio. Noi anche, almeno fino al 90’.
Questa volta non era come le altre. Perché la sconfitta dell’andata aveva trasformato il retour match in una specie di missione impossibile. Un impegno da onorare più per questioni di orgoglio che per dare retta a quella piccola speranziella da tifosi che pure covava in fondo al cuore. Vaccinati per giunta da decenni di delusioni, se le cose fossero andate secondo logica (un 1-0 stentato, un pareggio, una sconfitta) certo non saremmo tornati a casa contenti, ma di sicuro ce ne saremmo fatti una ragione.
E invece gli dei del calcio, insieme a una squadra ormai libera da paure e condizionamenti, ci hanno regalato 89 minuti e qualche secondo di illusione, mentre le notizie da Benevento aprivano un clamoroso quanto insperato corridoio verso la B. Quanto bastava per rendere, dopo il gol di Padella e il fischio finale, la delusione insopportabile, cocente. In quel momento sono stati in molti a pensare che quel sortilegio che dura dal 1993 non si spezzerà mai. E, confuse con la pioggia, sono tornate le lacrime.
Ma questa volta non era come le altre anche per un motivo diverso. Questa non è stata una sconfitta di fine ciclo. Questa può essere una tappa di crescita di un progetto che è davvero iniziato solo pochi mesi fa. Dionigi si è saputo conquistare rapidamente i favori della piazza, a suon di gioco e risultati. La società ha avuto il buon senso di assecondarne le richieste: niente nomi roboanti, solo giocatori utili alla causa. Il Taranto del girone di ritorno ha mantenuto una media promozione pur senza avere individualità di spicco: i margini di miglioramento, con una campagna trasferimenti oculata, ci sono eccome. Basterebbe continuare su questa strada, senza cedere alla tentazione dell’ennesima, deleteria rifondazione, per trasformare in fretta lo smacco del Flaminio in un dolce ricordo. E per dimostrare, finalmente, che non può piovere per sempre.

Quello stadio a metà

Commento apparso su Il Quotidiano di Puglia del 1° giugno 2011.

Mezzo gremito, ribollente di tifo e passione. Mezzo deserto, desolato, in disarmo. Quello Iacovone pieno a metà era uno schiaffo in faccia agli amanti del calcio e a tutti quelli che hanno a cuore la nostra città.
Quello spettacolo spiazzante e contraddittorio era la conseguenza di trasformazioni disordinate, di lavori pubblici torbidi e frettolosi, al ribasso, mai a regola d’arte. Di una politica ieri ladra e scellerata, oggi non abbastanza forte e motivata per porre rimedio ai guasti del passato. E poi ci parlava di un calcio prigioniero di speculazioni e burocrazia, di una classe dirigente sportiva che sembra impegnata in un’opera sistematica di svuotamento degli stadi, ma che non è ancora riuscita a estirpare gli aspetti più geniuni del gioco più amato del mondo.
Ma quello stadio diviso e incompiuto era anche lo specchio dei nostri ultimi anni di storia, calcistica e non. Era il vorrei ma non posso di una squadra (e di una città) che ci prova e ci riprova, a risollevarsi, ma a cui quasi sempre mancano le fondamenta solide o il guizzo decisivo. Era l’atteggiamento di noi tarantini nei confronti di Taranto: incapaci di mantenere l’equilibrio, sospesi fra l’orgoglio e l’indifferenza, fra il calore disinteressato e meraviglioso della gente di cuore, e il menefreghismo, il “cemmenefuttismo” delle mille piccole, terribili inciviltà quotidiane. Quello stadio era Taranto stessa: doppia come due sono i suoi mari, liquida, sfuggente, estrema, piena di contrasti. Nel bene e nel male, una città unica. E che ancora non si è arresa.