Archivio mensile:Settembre 2010

L’eroe dei due mari

L’eroe dei due mari

pp. 304
Euro 17.00

L’eroe dei due mari, Giuliano Pavone, Euro. 17,00

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 Una ironica e tagliente commedia sociale sull’Italia di oggi, a mezza strada tra i romanzi di Gaetano Cappelli e Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti

 

Taranto, la città dei due mari, dei tre ponti e dei mille problemi. La città della Marina Militare e dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, con record in fatto di inquinamento e morti bianche. Taranto, periferia da sempre, viene portata da un clamoroso evento sportivo al centro dell’attenzione mondiale, dibattendosi fra velleitari sogni di riscatto e l’immagine inevitabilmente folkloristica che ne danno i mass media: Luís Cristaldi, attaccante brasiliano dell’Inter, uno dei migliori calciatori al mondo, in ossequio a un insolito voto annuncia di voler giocare una stagione gratis nel Taranto, squadra di Serie C1 che, ripescata in B, grazie alle prodezze del suo nuovo campione sogna la promozione in Serie A per la prima volta nella sua storia.

Ma attorno all’euforia dell’intera popolazione tarantina per l’idolo sudamericano – dalla tifosa che sta per sposare uno dei pochi uomini che disprezza lo sport nazionale al disoccupato depresso deluso dal calcio, dal sindaco della città all’usciere del Comune che darà al suo primo cittadino lezioni di comunicazione di massa, dall’inviato di un’importante testata sportiva ai giornalisti locali – resta la città con i suoi problemi socioeconomici, la malapolitica, la disoccupazione. Intanto misteriose voci al telefono tramano nell’ombra lasciando presagire clamorosi sviluppi.

Un’ironica e tagliente commedia sociale sull’Italia di oggi, una storia corale, dove umorismo e sprazzi di poesia si alternano a ritmo serrato. Una favola paradossale, ma allo stesso tempo realistica, sui meccanismi dell’informazione, i rapporti fra Nord e Sud, il calcio moderno e quello di provincia. Che strappa, ancora una volta, quella risata amara con cui i grandi maestri italiani, della letteratura come del cinema, hanno saputo raccontare il nostro paese.

Hanno detto de L’eroe dei due mari:

«In una Taranto che è per una metà morbida, azzurra e caraibica e per l’altra cupa d’acciaio e ciminiere, l’ arrivo di un leggendario fuoriclasse che onorando un voto sceglie di giocare proprio nella modesta squadra locale, darà l’illusione di poter disperdere i veleni che si addensano sul centro  siderurgico più grande d’Europa. A partire da questo evento Giuliano Pavone rimescola abilmente le esistenze di titubanti spose promesse e scaltri teleguaritori, modelle pentite e cinici faccendieri, disoccupati disorganizzati e giornaliste maliarde in un romanzo che ha i colori, la perfidia e la comicità debordante di un’ indimenticabile commedia all’italiana» Gaetano Cappelli

«Pavone descrive mirabilmente l’entusiasmo calcistico eccessivo, quasi irritante, di alcuni accidiosi personaggi che si muovono sullo sfondo delle decadenze, delle mollezze e dei veleni italsiderei tarantini. Un atteggiamento che potrebbe essere facilmente pantografato su tutto il Paese» Tommaso Labranca

«Sembra scritto per essere un film. Nessuna concessione allo stiloso fine a se stesso, e un sacco di trovate molto divertenti anche per chi, come me, non ama il calcio» Peppe Fiore

«Molto bello, ricco, sorprendente, complesso eppure in apparenza lieve (ci vuole arte per saperlo fare)» Carlo Annese, La Gazzetta dello Sport

«Divertente e robusto romanzo socio-antropologico, scritto con grande attenzione per i caratteri» Davide Turrini, Liberazione

L’eroe dei due mari, Giuliano Pavone, Euro. 17,00

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L’eroe dei due mari su Liberazione (26 settembre 2010)

Approfondita intervista di Davide Turrini, che definisce L’eroe dei due mari “divertente e robusto romanzo socio-antropologico, scritto con grande attenzione per i caratteri e il puzzo di morte del siderurgico di Taranto”.

Giuliano, fra l’altro, dichiara: “L’idea, in fondo, era che da un lato il mondo dei giocatori viziati, dall’altro quello del movimento antagonista e diritti civili, si guardassero in cagnesco, poi, per una circostanza casuale, dicessero. se il calcio è così al servizio dei potenti, perché non lo utilizziamo un una sorta di ju jitsu mediatico a nostro favore?”. E poi: “Vedere una partita da casa costa 5 euro; vederla allo stadio, dopo aver presentato stato di famiglia e colonscopia per entrare, ne costa 20. Una volta entrati, poi, ogni gesto che si compie viene governato da una regia occulta e non è più spontaneo: dalla mancanza di striscioni, alla musica che copre le urla di gioia dei tifosi, allo speaker che impone cori ed entusiasmo”.

Clicca sull’immagine per leggere l’articolo.

Lo specchio della porta

Racconto tratto da Pallafatù – Il calcio visto da Taranto.

Una curiosità: Mimmo Laterza, Martino Mascellaro e Vanni Musciacchio, riappaiono ne L’eroe dei due mari come personaggi secondari.

Lo specchio della porta

«Mimmo Laterza! Mimmo Laterza!»

L’arbitro aveva appena indicato il dischetto e già lo invocavano. Solo pochi secondi e il boato di gioia si era tramutato con sorprendente naturalezza in quel coro. Decine di voci erano confluite disciplinatamente in un nome ed un cognome: i suoi. Per i tifosi dire «rigore» e pensare a lui era un tutt’uno. Del resto come dargli torto: in tutta la C2, e non solo, erano gli unici a poter vantare un portiere rigorista.

I suoi tifosi. Una cinquantina, stipati dietro la porta in quella specie di gabbia per polli che vendevano come curva. Rientrato in campo dopo l’intervallo, li aveva premiati col saluto di prammatica mentre prendeva posto fra i pali. Aveva intravisto facce familiari. Sempre quelle, da tempo aveva imparato a riconoscerle. Facce che ritrovava dietro di sé ogni domenica di trasferta, ma che lo accompagnavano anche in settimana, ai margini del campo di allenamento. Paradossalmente le perdeva solo durante le partite interne, annegate fra centinaia di altre facce. Cos’era la squadra per loro? Tempo e soldi, litigi con le fidanzate, il rischio di un sasso in testa, o sul parabrezza. E tutto questo mica per andare a San Siro, e neanche, chessò, all’“Adriatico”, allo “Zaccheria”, al “Liberati”. Stadi con un certo fascino, una certa storia. Stadi, perlomeno. No. Questi ogni due settimane macinavano chilometri e superavano ostacoli, come amavano cantare, per ritrovarsi nella migliore delle ipotesi su quattro gradoni sbrecciati, su una tribunetta metallica prefabbricata, quando non proprio su una cunetta di terra dietro una rete di protezione. E i biglietti non costavano neanche poco. Cosa li spingeva? Forse qualcosa di simile a ciò che lo faceva tuffare, alla sua età, su quei campi di patate, lui che il prato di San Siro l’aveva conosciuto davvero.

Man mano che si dirigeva al piccolo trotto verso l’area avversaria, il coro era sempre più lontano. Continuava però a sentirli, i suoi tifosi, nonostante la crescente interferenza del resto dello stadio, che accompagnava il suo coast to coast con bordate di fischi ed insulti. Una vera bolgia: cinquantamila che ti danno addosso fanno tremare le gambe, ma sono un mostro anonimo. «Questi sono cinquecento – pensò – ma è come se li sentissi uno per uno. Se mi danno del figlio di puttana, non è una volgarità gratuita da tifoso: mi sembra che ce l’abbiano proprio con mia madre».

All’altezza del centrocampo si girò verso la tribuna stampa. «Chissà cosa starà dicendo quello là», mormorò fra i denti, sorridendo impercettibilmente. “Quello là” era Vanni Musciacchio, intramontabile radiocronista della sua squadra, uno che per imparzialità e self control dava dei punti al miglior Pellegatti. Più di una volta lo si era sentito perdere il fiato e dare fondo al suo repertorio di iperboli di seconda mano solo per raccontare innocue azioni di alleggerimento, per giunta a risultato acquisito. Ora che la sorte lo aveva messo di fronte a un rigore all’ultimo minuto che rischiava di sbloccare una partita decisiva, il rischio di infarto, o almeno di orgasmo multiplo, era altissimo. E per di più tirava un portiere.

“Il Chilavert delle Murge”, così l’aveva ribattezzato quel frescone, né si può dire che ci avesse messo dell’ironia. Troppo fesso? Forse no: solo troppo appassionato, che poi è un po’ la stessa cosa. Laterza invece era abbastanza sveglio da cogliere la comicità di quell’appellativo, ma non così disincantato e modesto da non esserne in fondo orgoglioso.

 Arrivato nell’altra tre quarti, incrociò il portiere avversario, che gli strinse la mano senza guardarlo negli occhi e proseguì in direzione degli spogliatoi.

«Che fai?!» gli urlò stupito Laterza.

«Non hai visto? Mi ha mandato fuori».

Il portiere espulso in seguito al fallo da rigore, le sostituzioni esaurite, toccava a un giocatore di movimento cercare di opporsi al suo tiro. Musciacchio stavolta rischiava davvero di lasciarci le penne. «Questa è veramente buffa» pensò Laterza, ma centinaia di persone sugli spalti e a bordo campo non sembravano trovarci nulla da ridere.

 

                                        

Martino Mascellaro non ebbe esitazioni. Appena vide il portiere pietrificato dal cartellino rosso, gli si avvicinò e si fece dare maglia e guanti.

«Ma come, un attaccante?» gli chiese il suo stopper.

«E perché, un difensore è più portiere di un attaccante?» lo zittì lui. Non faceva una piega: il portiere è ugualmente diverso da tutti gli altri. A quel punto meglio che in porta ci andasse un rigorista. E meglio, ma questo non lo disse, il cannoniere, il capitano, l’idolo dei tifosi.

“Il bomber”, lo avevano sempre chiamato. “Di categoria”, aggiunsero presto, come una condanna. Bastano più di centocinquanta gol nelle serie minori per avere un’occasione nel calcio che conta? Non bastano. Mascellaro lo capì da solo, molto prima che i suoi trent’anni glielo confermassero. Ai giornalisti e ai tifosi, che di tanto in tanto gli domandavano perché, di solito rispondeva «Forse non avevo faccia e cognome giusti». Di sicuro anche prendere a cazzotti un allenatore non aveva giovato alla sua carriera, benché gli avesse permesso, unica volta, di apparire sulla Gazzetta prima di pagina dieci.

Così iniziò il suo viaggio in provincia: “lo zingaro del gol”, altro regalo di qualche cronista originale. Fu sempre e solo Puglia, la sua Puglia, ma la girò davvero tutta. Ormai non c’era terreno, curva o spogliatoio che non gli risultasse familiare. Così come familiari, quasi una parte di sé, erano la luce e i colori della sua terra. La sua figurina, se mai ne avesse avuta una tutta per sé, sarebbe stata illuminata dal sole basso di un pomeriggio invernale, di quelli che rendono il cielo blu cobalto, il prato di un verde caldo e saturo, e le gradinate dello stesso bianco della cattedrale di Trani.

C1, C2 o D, per lui faceva poca differenza. Più che la categoria inseguiva l’ingaggio, ché soldi non ne giravano tanti, ma in compenso c’era sempre un presidente che voleva mettere su uno squadrone. E lui era il primo nome sul taccuino. “Bomber di categoria”: una condanna ma anche una garanzia. Mascellaro segnava ovunque, e ovunque era adorato. Il carattere ombroso e i modi bruschi, in campo si traducevano in agonismo e determinazione, che uniti all’agilità da brevilineo e a un ottimo sinistro significavano gol a valanghe. E il pubblico cosa vuole, gol o buone maniere? Per odiarlo, per tornare a chiamare cattiveria il suo agonismo o per rinfacciargli i congiuntivi sbagliati, aspettavano di ritrovarselo come avversario, in uno dei tanti derby che lui avvelenava con gol dell’ ex. Ma finché lo avevano dalla loro parte, lo trattavano da signore: autografi, inviti e a Natale cesti regalo da fare invidia a un primario. Il suo motto diventò “meglio primi in provincia che ultimi in città”.

Ora, di fronte a quello scherzo del destino e della regola dell’ultimo uomo, erano il carisma del leader, i meriti acquisiti sul campo a spingerlo fra i pali. In qualche modo gli toccava, o meglio se lo poteva permettere.

Indossò la maglia numero uno, enorme. Ne rimboccò le maniche e cercò di infilarla il più possibile nei calzoncini, perché non sembrasse una camicia da notte. A operazione ultimata la scritta dello sponsor gli correva pressappoco sull’ombelico. Si piazzò in porta ostentando naturalezza. Fece suoi i vezzi dei portieri consumati: i tacchetti sbattuti contro il palo, un solco coi piedi a tagliare a metà l’area di porta. Lo stadio prese a intonare il solito coro «Mascellaro Mascellaro-gol», e pazienza se questa volta il gol era un’eventualità da scongiurare piuttosto che da propiziare.

 

 

Laterza arrivò sul dischetto con un’ inquietudine insolita. In genere essere un portiere gli dava un vantaggio psicologico nei confronti del compagno di ruolo che si trovava di fronte. Questa volta il vantaggio era neutralizzato dal trovarsi un attaccante, un rigorista, come avversario. Cercò di calmarsi: «Ho fatto la A», si ripeté un paio di volte, sorvolando sul fatto che era più di dieci anni prima e che era stata soprattutto panchina.

Riprese fiducia, e guardò con sufficienza, quasi divertito, Mascellaro che si produceva nelle classiche manfrine pre-rigore: riaggiustare la palla sul dischetto, dimenarsi sulla linea di porta… «Vuoi decon-centrarmi? Ma falla finita, sono un portiere…».

 

 

Mascellaro dietro quelle caricature di numero uno mascherava il suo senso di inadeguatezza. Con quel gigante di fronte pronto a tirare si sentiva un po’ come un condannato davanti al plotone di esecuzione, o come l’orso meccanico del tiro a segno. Poi ragionò: «Non ho nulla da perdere». I rigori: quando è gol, tutto normale; quando li parano, il portiere è un eroe e chi ha tirato è un idiota. «Sono tutti cazzi tuoi, io lo so bene: sono un rigorista».

 

 

Finalmente il fischio.

Laterza scelse un angolo e prese una rincorsa decisa. Nel momento in cui colpì il pallone gli scappò un pensiero: vedere una bella parata non gli sarebbe poi dispiaciuto.

Mascellaro si mise in posizione, fece finta di studiare la rincorsa dell’avversario e poi si tuffò, a caso. Quando staccò anche il secondo piede da terra chiuse gli occhi e sognò il fruscio del cuoio sulla rete.

Anche gli Animal piangono (the day Edmundo cried)

Pezzo pubblicato  nel 2004 sul n. 2 di Linea Bianca, che ripercorre la breve e tragicomica esperienza del brasiliano Edmundo nelle file del Napoli.

Anche gli Animal piangono

Inverno 2000-2001.

Due cose non fa mai Edmundo: ridere e spettinarsi. Quanto alla prima, avrà i suoi motivi, o forse si tratta solo di continuare a meritare l’appellativo di O animal. La seconda: per come ormai si comporta in campo, ci sarebbe da meravigliarsi del contrario, ma nella vita di tutti i giorni come farà? Mai un refolo maligno a scompigliargli la scriminatura mentre cazzeggia a Copacabana, mai una donna troppo espansiva che gli arruffi il ciuffo. Niente. Edmundo è (non solo per i capelli) un personaggio di un film di Hollywood, di quelli che già la mattina fra le lenzuola sembrano appena usciti dal parrucchiere.

A pensarci, che personaggio strano. Fisico breve ed asciutto, ma non da calciatore, piuttosto da impiegato del catasto che non eccede con gli spaghetti. Così come da grigio impiegato è l’immutabile capigliatura, corta e disciplinata da un’anonima riga al lato. Se si trascurano gli occasionali lampi di cattiveria negli occhi, se si dimentica ciò che lo abbiamo visto fare, e ciò che sappiamo di lui, e lo si guarda, corpo e viso, non si ha l’impressione di avere di fronte un calciatore, né tanto meno un bizzoso fuoriclasse brasiliano; figurarsi poi un piantagrane con alle spalle imbarazzanti vicende giudiziarie. Edmundo, insomma, non si somiglia.

 

Il Campionato di Serie A è in pieno svolgimento. Un pomeriggio infrasettimanale circa 15.000 tifosi affollano una curva del San Paolo: sono lì per assistere alla presentazione del (ex?) campione Edmundo Alves de Souza Neto, per tutti semplicemente Edmundo. Succede che il traballante Napoli di Ferlaino e Corbelli, per raddrizzare una stagione iniziata male, ha provato il coup de thêatre, ingaggiando per una cifra considerevole l’attempato brasiliano fino al termine della stagione. Certo, si dice, ha un brutto carattere, certo ha giocato poco ultimamente, e per giunta in Brasile, dove, si sa, i ritmi di gioco sono blandi e niente affatto paragonabili a quelli italiani. Ma la classe non è in discussione, e poi (ma questo non si dice) per lui, al contrario di Martin Palermo, altro obiettivo di mercato poi sfumato, è bastato pagare solo l’ingaggio: nessuna società ne reclamava il cartellino.

La passerella al San Paolo ha subito richiamato nella stampa il ricordo di un’altra presentazione, ben più nota e memorabile, quella di Maradona nel 1984. Per i tifosi azzurri l’auspicio che la stampa sorvoli su simili paragoni è vano. Del resto l’accostamento appare sacrilego, ma tutto sommato giusto. In questo momento non c’è niente a cui aggrapparsi se non Edmundo. Triste a dirsi, ma le sorti del Napoli sono nei suoi piedi quanto ai tempi (che tempi!) lo erano nei piedi (nel piede) di Diego. Ma attenzione, i tifosi del Napoli non sono una massa adorante ed acritica come qualcuno a volte vorrebbe far credere. No. Al contrario sono molto esigenti, chi ha giocato da quelle parti può confermarlo. Se in migliaia vanno al San Paolo in un pomeriggio invernale per vedere un accigliato brevilineo che fa mezzo giro di campo con la sciarpa al collo è per tifo, puro tifo. E anche per mancanza di alternative: la speranza oggi si chiama Edmundo. Lui è ancora al calcio d’inizio, è il momento di incoraggiarlo. Quando la palla ricomincerà a correre – e il suo compito sarà quello di farla correre bene – si vedrà. Certo nessuno gli risparmierà i fischi, se dovesse meritarli.

 

Li meritò. Al primo pallone toccato si produsse in uno sprazzo incoraggiante, conclusosi però emblematicamente con un passaggio al raccattapalle. Nei restanti novanta minuti d’esordio, un tiro fiacco e poco più. Nelle partite successive un trotterellare irritante (considerando l’ingaggio e i chilometri percorsi, doveva avere un tassametro più esoso di un cab londinese abusivo) e pochi spunti, quasi sempre incompiuti, o fini a se stessi. Esibendosi di tanto in tanto in numeri ad effetto, sembrava che, con l’orgoglio del vecchio campione, Edmundo volesse dire al mondo “guardate cosa sono in grado di fare”. Ma la cosa finiva per innervosire ancor più i tifosi, dato che quelle dimostrazioni teoriche di talento non producevano mai, o quasi mai, risultati tangibili. I fischi che gli piovevano in testa (senza peraltro spettinarlo) erano sì rivolti a lui, ma anche a chi, a capo di una società agonizzante, aveva scialacquato centinaia di milioni per quel tipo da spiaggia, per quello svogliato turista da stadio. Nonostante il presunto salvatore della patria, il Napoli continuava a traballare, sempre più pericolosamente.

 

Anche fuori dal campo Edmundo non era più lui. Uno screzio con un compagno in allenamento per un contrasto troppo duro e frotte di cronisti si precipitano a Soccavo, sperando di immortalare il ritorno di O Animal. Uno si aspetta accessi d’ira e bestemmie in portoghese e si trova davanti understatement e correttezza. Ai giornalisti brillavano ancora gli occhi al ricordo della sua fuga al Carnevale di Rio ai tempi della Fiorentina, con Batistuta ancora rantolante per via del grave infortunio appena patito: l’inseguimento fino alla Malpensa e lui che li mandava a fanculo davanti alle telecamere… roba forte, da ripagare decenni di interviste diplomatico-soporifere modello “la formazione la decide il Mister”. Quando l’hanno visto tornare in Italia, per giunta in una piazza calda come Napoli, non gli deve essere sembrato vero. Avranno pensato: “chissà ora questo che combina”. E invece combinava poco, in campo e fuori. Ci hanno provato in tutti i modi a tirargli fuori il lato incazzoso: gli hanno fatto delle domande che avrebbero fatto imbufalire pure Liedholm sotto tranquillanti, ma lui niente. “Sono cambiato”, rispondeva, e, ahimè, al San Paolo se n’erano già accorti da un pezzo.

 

L’estate è alle porte, e la serie B pure. E’ il 10 giugno e mancano due giornate. La prima è al San Paolo contro la lanciatissima Roma, che, a scanso di sorprese ed incubi affioranti dal passato (do you remember Lecce?), vorrebbe vincere lo scudetto con rassicurante anticipo. Certo sarebbe poco educato calare a Napoli, spedire i padroni di casa in B e poi magari fare caciaroni caroselli sventolando le bandiere giallorosse in via Caracciolo e in Galleria Umberto. Ma ai romani, giustamente, che je frega? E’ il momento dello scudetto, non del galateo.

Se non si retrocede contro la Roma, ci si va a giocare le ultime chances a Firenze, contro i viola più o meno in vacanza.

Il San Paolo è pieno, di napoletani e di romanisti. I giallorossi sono in tanti, non tutti hanno trovato posto. Fuori dallo stadio qualcosa non va per il verso giusto. Le note di “Grazie Roma” (euforia e grandeur capitoline) e di “Lacrime napulitane” (presagio partenopeo di tragedia imminente) non si amalgamano, il cocktail rischia di essere esplosivo.

Nel primo tempo il redivivo Amoruso infila la difesa dei quasi campioni e lancia il Napoli. Dura un po’. A un certo punto Batistuta sente la Storia che gli batte un dito sulla spalla e capisce che tocca a lui. Totti non vuole essere da meno e lo imita poco dopo: due gol in una manciata di minuti e Roma in vantaggio. Il Pupone per la verità si aggiusta pure la palla con un braccio, scandalizzando la platea: “Chi si crede di essere, Maradona?”. Dopo una fase movimentata, la partita prosegue piatta, e sembra debba finire come logica e classifica suggerirebbero. I giallorossi sentono avvicinarsi il Momento, quello colla M maiuscola, per gli azzurri invece se ne prospetta uno davvero minuscolo. Gli osservatori imparziali probabilmente pensano già a cosa succederà fra un’oretta in via Caracciolo. Ma “il bello del calcio” quel giorno è Fabio Pecchia, piccolo grande eroe di un piccolo Napoli. A nove minuti dalla fine aggiusta su punizione il risultato, con l’aiuto di barriera e portiere. Due a due e tutti a casa. Domenica da ricordare. Edmundo, per chi se lo fosse chiesto, l’ha attraversata al piccolo trotto. Napoli e Roma si sono regalati un’altra settimana di sofferenza. Ultima inquadratura per un tifoso giallorosso: piange immobile, coi denti serrati e gli occhi sgranati, l’espressione sgomenta di un bambino; he probably remembers Lecce.

 

Lasciamo la Roma al suo destino vittorioso e ai suoi confortevoli festeggiamenti casalinghi; torniamo invece al Napoli, ché nella sofferenza c’è una poesia che difficilmente scorgiamo nel trionfo. Il 17 giugno gli azzurri approdano al Franchi in una posizione scomoda anche per un fachiro: non solo devono vincere, ma devono anche sperare di essere favoriti dai risultati di altre partite. Giova precisare che le altre partite in questione sono quelle su cui i bookmakers non accettano scommesse: ultima giornata, squadra in lotta per non retrocedere contro squadra priva di qualsiasi obiettivo. Ecco, il Napoli è costretto a scommettere sul due. Del resto anche a Firenze si gioca un match del genere. I viola, come detto, non hanno più niente da chiedere al campionato. Il Franchi è pieno per metà: buona rappresentanza di napoletani (“il viaggio della speranza”, commenta il telecronista con originalità e buon gusto) accolti dal pubblico di casa, con la consueta cordialità, al grido di “Serie B!”. Dispiace pensare che quel coro, urlato allora a mo’ di offesa, nel giro di un anno alle loro orecchie sarebbe suonato come il più roseo degli auguri.

Amoruso porta un’altra volta in vantaggio il Napoli. Sugli altri campi risultati bloccati e qualche sorpresa favorevole ai partenopei. Un timido raggio di sole: si torna a sperare, più con il cuore che con la testa. Intorno alla metà del secondo tempo è invece notte fonda: non solo la Fiorentina ha pareggiato, ma i risultati nel frattempo maturati sugli altri campi renderebbero vana anche un’eventuale vittoria del Napoli. Edmundo – ex viola, non lo dimentichiamo – trova il modo di sbagliare un gol fatto, regalando ai tifosi della sua attuale squadra l’ultima opportunità per sbracciarsi smodatamente prima che la loro posa assuma progressivamente sembianze marmoree. In quell’immobilità di statua c’è il silenzioso e mesto bilancio della stagione: gli errori, le occasioni perdute, la sfortuna che come spesso succede si accanisce sui più scarsi. Fischia, arbitro, fischia, abbiamo sofferto abbastanza. Anzi, non fischiare, tienici ancora cinque minuti in serie A…

E’ in questo clima di sospensione, durante il quale la mente del tifoso napoletano è attraversata da lampi fugaci e dolorosi del campionato quasi concluso – una sigaretta di Zeman, il crac del ginocchio di Stellone, la voce indisponente di Mondonico – mentre la capa da omino-Pringles di Corbelli insiste nel galleggiare come una seppia in un acquario, è in questo clima quasi onirico che succede l’imponderabile. Edmundo – sì, proprio lui – riceve palla appena dentro l’area, deciso ne scarta due e la infila sul primo palo. No, non è questo l’imponderabile, ché in sei mesi questo puffo incupito un paio di cose del genere ce le aveva già fatte vedere. Sorprende poco quindi vedergliele fare adesso, per giunta contro una difesa mentalmente già in Costa Smeralda. L’imponderabile sta per arrivare. Edmundo corre (trotta) verso il fondo, girando su se stesso a 360 gradi applaude a braccia alzate e… piange! Ha appena segnato il gol più inutile della Storia, davanti ai tifosi delle due squadre italiane nelle quali ha militato. Sa che fra trenta secondi il campionato finirà con la sua squadra in B, e che lui andrà in Brasile per non tornare più in Italia da calciatore. Sa tutto questo, e chissà a cos’altro sta pensando. Ringrazia la sua platea e piange. Sì, lui, O Animal. E io all’istante dimentico tutto: i gol sbagliati, la scarsa forma fisica, il suo infischiarsene di schemi e spogliatoio. So, lo capisco immediatamente, che per il mio cuore tenero e stupido di tifoso e di sportivo quelle lacrime valgono più di tutto questo. E che Edmundo merita il mio rispetto. Anche perché, a ripensarci adesso, mentre piangeva era anche un po’ spettinato.

Consegnato il nuovo libro sul Napoli

Il primo settembre Giuliano ha consegnato all’editore Castelvecchi il suo nuovo libro sul Napoli, intitolato “Tutti gli uomini che hanno fatto grande il Napoli”, una carrellata piena di dati e aneddoti sui calciatori, allenatori e dirigenti più rappresentativi della storia del Napoli. Il volume sarà in libreria intorno alla fine di ottobre.

Labranca lancia L’eroe dei due mari su Film Tv

 

E’ stato questo articolo di Tommaso Labranca, pubblicato nel giugno 2009 sul settimanale Film Tv, a far sì che L’eroe dei due mari trovasse un editore. L’articolo è rimbalzato su Internet, attirando l’attenzione di diversi editori. Fra questi, Marsilio, che poco dopo se l’è aggiudicato.